27 dicembre 2020

Questo strano Natale col Covid

Ho venticinque anni suonati, credo di doverlo confessare: a me il Natale non è mai piaciuto. Sarò io, sarà Lui, sarà che siamo incompatibili come con lo Scrooge di Dickens o il Grinch di Dr. Seuss. Ma se loro vorrebbero rovinarlo, il Natale, io, buono e zitto, mi sono sempre limitato a guardarlo storto.

È che la pressione di cui sono cariche le feste è già generalmente tanta, se ci aggiungiamo che il trentuno dicembre per me è un giorno molto ansiogeno arriviamo al punto: non è la festa il problema, ma il periodo. Il Natale ha dei lati positivi, in fondo, ma c’è un contorno, il periodo, appunto, che riesco a gestire difficilmente.

Natale. Le città sbrilluccicano, s’illuminano dai tombini ai tetti degli edifici e indossano abiti colorati. I negozi si tingono di rosso, verde e oro, aggrappati a inferriate e balconi s’intravedono Babbi Natale di plastica che, a una prima occhiata, sembrano ladri vestiti male e in tivù danno a rotazione continua solo Mamma ho perso l’aereo, Santa Clause ed Elf. Mariah Carey, nottetempo, scala le classifiche di mezzo mondo, ovunque vada ho in regalo una penna e dei Panettoni - rigorosamente coi candidi - in casa ce n’è sempre almeno uno. Intanto, però, sento un’ansia senza nome farmi suo dalla testa ai piedi. Inizia tutto attorno al Venti quando mi domando per la prima volta, e in ritardo come sempre, cosa regalare ai miei, alla fidanzata, a quell’amico a cui il regalo devo farlo. Mi tuffo in un centro commerciale, in un altro e in un altro, dribblando e maledicendo chi come me si aggira alla cieca; alla fine, sentendomi in colpa, risolvo con Amazon. E intanto, coi gruppi di WhatsApp in fiamme, c’è da andare alle giocate dagli amici, c’è da capire come evitare la rimpatriata coi compagni del liceo e, male tra i peggiori, c’è da organizzare il Capodanno.

Ecco, per me il Natale, o meglio il periodo natalizio, ha queste due facce.

È guardare le persone che amo scartare il mio regalo e illuminarsi, è rivedere gli amici che non vivono più nella mia città, è mangiare gomito a gomito con la nonna che si compiace della progenie lì riunita - sono del Sud, in famiglia siamo un botto. Ma è pure far visita alla vecchia zia di secondo, terzo, quarto grado che manco mi ricordavo fosse ancora viva - scusa, zia -, è decidere quali saranno i propositi per l’anno nuovo - che avrò già dimenticato a marzo -, è fare il bilancio di un anno che, a conti fatti, poteva andare meglio.

Insomma, come sempre, come per ogni cosa, dipende tutto soltanto da noi, da cosa vogliamo guardare, da quale faccia della medaglia ci sembri la più degna di nota. E io, che amo puntare gli occhi sul fianco più ripido della montagna da salire, non posso far altro che fissarmi sugli aspetti negativi.

È per questo che l’ho sempre odiato, il periodo natalizio. Poi, però, è arrivato il duemila venti e di questi dettagli, di queste facce, non è rimasto quasi niente.

L’anno del lockdown, della pandemia, dei DPCM. Dell’allenamento in casa, delle riunioni fiume su Zoom, delle mascherine. Del distanziamento sociale, dei bollettini della Protezione Civile, dello smartworking. Il Covid, come ogni male, è infestante ed egocentrico: di spazi per il quotidiano e per la normalità non ne lascia, e da marzo tutte le grandi occasioni sono finite a gambe all’aria. Il Natale, com’era prevedibile, non fa eccezione. In fondo, siamo in guerra: migliaia di morti, soldati stremati, generali che brancolano nel buio. Il minimo che possiamo fare, noi che il virus siamo riusciti a scansarlo o che l’abbiamo sconfitto o che abbiamo perso un famigliare, è sacrificarla, questa festa.

Niente tombola. Niente cenone. Niente bevute al pub o in piazzetta. Possiamo sempre recuperare più avanti, l’importante è liberarci di questo mostro che ci assedia da quasi un anno. Insieme. Senza remore. E in vacca il resto.

Insomma, è un Natale strano, questo. E io, arrivato a questa conclusione, certo che spezzare la catena di contagio sia la priorità, mi sono ritrovato con un pessimo senso di malinconia addosso. Dicono che non apprezzi ciò che hai finché non lo perdi. Il Covid mi ha tolto, ci ha tolto, il Natale e ora, abbruttito e intristito da un anno allucinato e ferino, a me il Natale manca.

Sentendo questa nostalgia, pochi giorni dopo il D-day, con mamma che, imperterrita, continua a cucinare, il Bambinello al calduccio nel presepe e il DPCM che è calato come una scure sulle notti di festa, questo strano Natale col Covid lo sto apprezzando in tutta la sua bizzarria.

La Vigilia l’ho passata coi miei. Zii e cugini, con cui ceniamo di solito, sono rimasti a casa loro e a mezzanotte, a brindisi fatto, li abbiamo sentiti per gli auguri; Michael Bublé in sottofondo, pancia piena, le bollicine dello spumante a premere contro le pareti del cranio. Alla nonna, che vive da sola, avevamo proposto di cenare assieme su Skype, spiegandole che avremmo potuto chiacchierare come fossimo nella stessa stanza, ma lei, pronta e infastidita, ci ha mandati affanculo: mica le capisce, ‘ste cose tecnologiche, e alle undici, dopo un goccio di Limoncello, russava alla grande. Il Venticinque l’ho trascorso in pigiama fino all’ora di pranzo e, come ogni anno, ho guardato La vita è meravigliosa; uno dei pochissimi film capaci di rinnovare la mia fede nell’uomo. Abbiamo cucinato le lasagne, il pollo ripieno e la torta al cioccolato - se ne sono occupati mamma e papà, a dire il vero, io ho passato la mattinata a leggere, bazzicando la cucina solo per piluccare. Il Ventisei, quando di solito le discussioni sul Capodanno si fanno nervose, mi è arrivato un messaggio. Era di quell’amico irriducibile e irrefrenabile che il Covid se l’è fatto già - suvvia, è una mezza cazzata! -. Mi ha proposto una serata da lui, poca gente, gli amici di sempre, niente baldoria o roba esagerata, giusto per giocare a mercante in fiera, a poker e a baccarà; una di quelle giocate che nel periodo natalizio si sprecano e che per me sono torture medievali in piena regola. Me l’ha proposto col tono del pusher, come vendendomi cocaina tagliata male, e io mi sono reso conto che la sua, a conti fatti, era una bisca clandestina. Ho rifiutato, ovviamente. Dal Ventotto, immagino che sarà calma piatta: Netflix, libri e videochiamate cogli amici. Il lavoro, procrastinando, lo rimanderò giorno dopo giorno, stanco del nulla. E sarà l’ultimo del duemila venti; anno triste, anno difficile. Cenerò coi miei, a mezzanotte stapperemo, non festeggiando l’inizio del nuovo anno ma la fine del vecchio, e dal giardino guarderemo i fuochi d’artificio sui tetti dei palazzi; stelle gravide di desideri che esplodono senza lasciare traccia dopo il loro bagliore fugace.

E, finalmente, l’epilogo. Poi, per favore, un po’ di normalità.

Ecco, è stato calandomi in questi giorni di festa senza festa che ho capito che questo periodo, forse, non mi fa poi così schifo e che, anzi, è proprio bello.

Il fatto è che il Natale è la festa più fisica che ci sia: è assembramento puro, è promiscuità continua. Ed io, che da quegli abbracci e da quei baci e da quelle strette di mano traggo una linfa di cui non conoscevo neanche l’esistenza fino a quest’anno maledetto, non vedo l’ora di poterci tornare.

È del contatto che ho bisogno. Di dare una forma corporea all’empatia di cui mi nutro e che altrimenti si risolve e si consuma tutta nelle parole che hanno riempito gli ultimi mesi. È vero, le distanze siamo capaci di accorciarle pure parlandoci con una mascherina in faccia o nello schermo di un cellulare, ma io ho proprio bisogno di sentirle, le persone. Questa vicinanza tornerà a tempo debito, per ora le priorità sono altre, e se l’eredità malevola di quest’anno sarà cospicua e se ce la trascineremo appresso per molto tempo, io, per una volta, ho deciso di non guardare al fianco più ripido ma di concentrarmi sugli aspetti positivi che riesco a cogliere della faccenda: da quest’anno amo il Natale.

 

Crediti immagine: A-photographyy / Shutterstock.com

 

 


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