06 febbraio 2021

L’Italia della salute

Ogni svolta, ogni cambiamento, anche minimo, nell’azione delle autorità che governano la lotta al Covid-19 sembra preludere all’inizio della dirittura d’arrivo, quella oltre la quale la tragedia che stiamo vivendo diventerà passato.

Ma sistematicamente, almeno sinora, dopo che gli allentamenti delle misure sono stati accompagnati da spontanee manifestazioni di gioia - le vie dello shopping o del divertimento traboccanti di gente festosa in proibitissimi assembramenti -, la speranza viene frustrata e la fine dell’incubo e dei suoi effetti disastrosi vengono rinviati a data da destinarsi.

E poi, in queste settimane si va manifestando la delusione delle delusioni: l’incerto procedere della campagna di vaccinazioni, ora alle prese con l’insufficienza dei rifornimenti.

Chi, ultraottantenne, aspettava un appuntamento per febbraio ha appreso che la tabella di marcia non sarà rispettata e, quindi, non sa né immagina quando la fatidica vaccinazione in due tempi si realizzerà.

Gli esperti stabiliranno un giorno gli effetti che lo «stop and go» delle misure di prevenzione e di vaccinazione avrà sulla psicologia dei cittadini per i quali la temperie pandemica si integra di disagi economici e difficoltà-impossibilità relazionali. Per ora si sa che il consumo di tranquillanti e antidepressivi è cresciuto in maniera esponenziale.

L’Italia della salute non si esaurisce certo nella lotta alla pandemia, nei reparti Covid-19, nelle terapie intensive dedicate, nei luoghi di accertamento. L’Italia della salute è anche altro, molto altro. E se quest’altro per alcuni mesi è stato posposto alle esigenze terapeutiche della pandemia, ben presto, già dall’estate del 2020, ha ripreso a macinare accertamenti, visite, prescrizioni e interventi con un ritmo che, in genere, ha prodotto solo limitati disagi ai pazienti.

Tuttavia, la vicenda che stiamo vivendo ha aperto a tutti gli italiani un ampio panorama sul sistema sanitario nazionale, mettendone in evidenza positività e negatività, tutte, peraltro, legate al flusso dei finanziamenti pubblici e delle pianificazioni regionali. In particolare, il personale sanitario non solo ha pagato un inimmaginabile contributo di caduti, ma ha dimostrato abnegazione e competenza ben al di là del limitato «dovere d’ufficio». Insomma, una prova di maturità che poteva essere attesa da chi già aveva «utilizzato» le sue prestazioni.

Purtroppo, né a Roma né in periferia, mano a mano che si operavano tagli finanziari e ridimensionamenti di strutture e abolizione di presenze sul territorio, nessuno s’è posto il problema di cosa sarebbe potuto accadere in caso di emergenza. Ci si è nascosti dietro il dito delle «razionalizzazioni» e dell’allargamento dell’offerta sanitaria ai privati, in una sorta di illusoria equipollenza tra i letti e le strutture offerti dalle strutture pubbliche e private.

Il punto cruciale, quindi, delle difficoltà manifestatesi con la pandemia, non solo nelle sue fasi iniziali, durante le quali il sistema è stato sorpreso in Italia come nel resto del mondo, è nei rapporti tra Stato e regioni e nelle loro diversificate posizioni.

In molti casi, le esigenze di medicina del e nel territorio sono state risolte con operazioni episodiche, in genere limitatamente efficaci, di medicina a domicilio. In molte città, invece, gli ospedali hanno attrezzato alcune ambulanze con le strumentazioni necessarie a permettere agli equipaggi capeggiati da un medico specialista di accorrere nei domicili degli ammalati. La misura si è di frequente rivelata risolutiva sia sotto il profilo dell’attenuazione del ricorso alle strutture ospedaliere che sotto quello terapeutico. Iniziative del genere, benché diffuse, non hanno coperto l’intero territorio nazionale.

L’emergenza, inoltre, ha manifestato l’inconciliabile contrapposizione tra una sanità di classe e una generale. Chi dispone di risorse personali adeguate ha ottenuto con immediatezza tutti i supporti sanitari che gli occorrevano per il caso di contagio e di malattia. Salvo le terapie intensive, disponibili solo in pochi nosocomi privati. Anche le regioni sono dovute ricorrere a letti in strutture private, pagati a caro prezzo, dimostrando tuttavia che l’offerta privata è cosa ben diversa da quella pubblica, limitata com’è dal ristretto e invalicabile limite del profitto. Fuor di metafora, il profitto non è il mostro infernale da bandire da ogni manifestazione umana. Il profitto è servito e serve per l’evoluzione e lo sviluppo, ma in materia sanitaria non è così o, almeno, non è sempre così. Se l’offerta privata fosse privata tout-court il discorso sarebbe semplice: gli ospedali privati vivono di un’utenza privata, agiata e assistita da adeguate assicurazioni e, quindi, sono sul mercato.

Quando però questi diventano un soggetto convenzionato con la sanità pubblica, la situazione si distorce in modo evidente: prima di tutto per il possibile sviluppo di clientelismo in due sciagurate direzioni. La prima riguarda la concessione del rapporto, cioè l’impegno di un certo numero di posti letto e di specialità verso il Servizio sanitario. In secondo luogo, la scelta degli utenti, che diventa preferenziale e campo di esercizio di quel malgoverno di cui tuttora soffriamo.

Un’ultima documentabile constatazione: mentre le strutture pubbliche hanno difficoltà a provvedersi delle strumentazioni più moderne in un difficile equilibrio tra ospedali, Irccs e centri universitari, i privati possono acquistare senza particolari difficoltà, ben sapendo che, per esempio, il modernissimo Davinci - l’apparecchio costruito in California per operazioni (tutte o quasi) robotizzate e che minimizza i margini, intorno al millimetro, di errori operatori -, amplierà immediatamente l’ambito dei propri utenti-clienti e, quindi, i ricavi.

Come sempre, il senso della misura dovrebbe essere la bussola degli amministratori. Amministrare non ha senso ideologico, ma pratico-effettuale.

Alla grande tragedia pandemica, dobbiamo in ogni caso attenderci una risposta collettiva e meglio coordinata: solo così Stato, regioni, strutture pubbliche e volontariato potranno infine essere all’altezza delle sfide e delle attese.

 

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