2 agosto 2021

Jacobs, Tamberi e lo scatto storico dell’atletica italiana

Sui venti minuti che hanno cambiato il racconto dell’atletica leggera italiana, quelli compresi fra l’oro di Gianmarco Tamberi nel salto in alto e quello di Marcell Jacobs nei 100 metri piani maschili alle Olimpiadi di Tokyo 2020, già nei minuti successivi è stato detto e scritto di tutto, data l’eco dei risultati e la loro importanza storica, tanto che il sito della Gazzetta dello Sport ha scelto di titolare sul trionfo di Jacobs con tre punti esclamativi, pensando forse che il termine “leggenda” non fosse sufficiente a descrivere l’accaduto.

Licenza estatica o appiattimento sull’estetica da social o da messaggistica istantanea, non importa, perché a tutti gli effetti nessun aggettivo è andato sprecato e, mai come domenica 1° agosto ha avuto un senso esagerare, perdersi nelle iperboli, cantare epinici, rotolarsi nell’enfasi. L’Italia che si è ritrovata al centro del mondo dello sport in quello che da più parti è stato definito il giorno dei giorni, in pedana si è regalata il massimo sia sotto l’aspetto sportivo che sotto quello emotivo. Vedere un ragazzo con la maglia azzurra, Jacobs, vincere l’invincibile ‒ lui che cinque anni fa nemmeno era un velocista: non si fosse infortunato, sarebbe andato a Rio come lunghista ‒ è già di suo un evento segnante, perché la gara regina nella regina delle manifestazioni rappresenta il momento in cui gli occhi di tutti gli sportivi sono puntati sui blocchi di partenza di una gara e basta. Alle 14.53 italiane, le 21.53 di Tokyo, Jacobs è partito allo sparo: 9”80, oro e record europeo, e dire che mai un italiano era entrato in finale olimpica nei 100, figurarsi vincerli. Ecco: dove eravate quando un italiano diventava l’uomo più veloce del pianeta? Il livello, per quanto possa apparire retorico, è questo.

Gianmarco Tamberi era sul prato dello stadio olimpico della capitale giapponese, lo abbiamo visto tutti. È stato il primo ad abbracciare Jacobs ancora in pista in una sequenza di immagini già iconica, e la sua gioia è stata la gioia di un compagno di squadra che aveva peraltro appena ottenuto il proprio obiettivo, certo, ma più in generale è stata la gioia del mondo dello sport, quasi uno spot tanto spontaneo e genuino quanto potenzialmente perfetto sotto l’aspetto del marketing olimpico.

La gioia di Tamberi a Tokyo 2020 rappresenta infatti lo sport senza preconcetti e invidie, un ciclone emotivo: l’oro condiviso e deciso assieme all’amico-rivale qatariota Barshim (il cui risoluto e risolutivo «Can we have two golds?» rivolto al giudice è qualcosa di meraviglioso, una domanda da giochi fra amici e senza arbitri che avviene invece sul palcoscenico dei Giochi con la maiuscola), i festeggiamenti sotto la bandiera portoghese di Patrícia Mamona ‒ da pochissimo argento nel triplo femminile ‒ e l’abbraccio con l’imbandierata venezuelana Yulimar Rojas che aveva appena vinto l’oro davanti a Mamona, quindi, vessillo tricolore sulle spalle, l’attesa per Jacobs e tutto quanto è accaduto dopo. Se esiste una incarnazione dello spirito olimpico, forse è proprio Tamberi, e non si può non accennare a come perse i Giochi di Rio, per un infortunio alla caviglia sinistra poche settimane prima della partenza, un gesso che a Tokyo lo ha accompagnato nei festeggiamenti, a proposito. E appunto, in Brasile non andò nemmeno Jacobs, colui che ha appena iscritto il proprio nome nell’albo d’oro olimpico dopo quello immortale di Usain Bolt. Per chi, senza andare indietro di troppo tempo, ha applaudito e invidiato chi poteva celebrare lo statunitense Lewis e appunto il fuoriclasse giamaicano, il britannico Christie e il canadese Bailey, gli americani Greene e Gatlin, o magari rammaricarsi per i Fredericks e i Boldon (rispettivamente namibiano il primo e trinidadiano il secondo) che la medaglia più preziosa non l’hanno vinta, pensare che il campione olimpico dei 100 metri sia un italiano è tuttora difficile da realizzare. L’oro di Jacobs per rilevanza globale vale un Mondiale di calcio, e in questa formidabile estate per lo sport azzurro parzialmente eclissa la strepitosa vittoria dell’Italia di Mancini all’Europeo, costringendo a riscrivere il pantheon di un’atletica nella quale non si era mai vissuta un’Olimpiade capace di replicare in qualche modo le imprese di Simeoni e Mennea a Mosca ’80. Non che medaglie e risultati epocali siano mancati da allora (si pensi agli ori di Gelindo Bordin e Stefano Baldini nella maratona a Seoul 1988 e Atene 2004), ma il pregresso sportivo e personale che ha portato ai trionfi di Tamberi e Jacobs, la loro sostanziale contemporaneità e la considerazione ‒ di nuovo ‒ che quella dei 100 è la medaglia più ambita, rendono la prima domenica di agosto del 2021 una pietra miliare dello sport italiano.

Del resto, con cinico realismo, l’oro sublime di Jacobs ha finito per aggiungere qualche carato anche a quello di Tamberi, per la sola coincidenza hic et nunc, nascondendo ovviamente altre prestazioni di ottimo livello nella stessa giornata (Sibilio finalista nei 400 ostacoli, il bronzo della 4×100 misti nel nuoto), e ha alimentato il volume della grancassa propagandistica: dalle istituzioni sportive ‒ che ne ricavano un pretesto per poter incensare il lavoro svolto su un movimento che pure ha diversi problemi ‒ alla politica nazionale e locale, il carro è già affollatissimo.

In questo, l’Italia è sempre medaglia d’oro.

 

Immagine: Gianmarco Tamberi (15 agosto 2014). Crediti: filip bossuyt from Kortrijk, Belgium [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], attraverso Wikimedia Commons

 

 


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