23 gennaio 2023

L’Arabia Saudita nello sport mondiale, tra immagine e business

 

Alla fine si sono collegati da tutto il mondo, quasi fosse una partita seria e non un’esibizione puramente pubblicitaria, un circensis a uso e consumo della propaganda, uno fra i tanti in realtà: giovedì 19 gennaio, a Riyad, c’è stato quello che potrebbe essere l’ultimo confronto in campo tra Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, i due calciatori che hanno segnato gli ultimi vent’anni, nella partita tra le all star dei due principali club sauditi, Al-Nassr (la nuova squadra del fuoriclasse portoghese, che ha lasciato il grande calcio per un contratto estremamente opulento) e Al-Hilal, e il Paris Saint-Germain dell’argentino, quest’ultimo fresco campione del mondo in Qatar un mese e spiccioli or sono, proprio in casa di chi (Qatar Sports Investments) gli paga il lauto stipendio percepito dal club francese, il quale a sua volta ha ricevuto un cachet di partecipazione di 10 milioni. Il risultato dell’esibizione non è tanto nel punteggio, quanto nell’impatto mediatico: l’Arabia Saudita, quella del programma di trasformazione nazionale Vision 2030, ha già stravinto.

 

Del resto la recente normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Qatar, una nuova alleanza sancita dopo un triennio di embargo, in una prospettiva di immagine proiettata ha consentito ai due Paesi del Golfo, nell’ultimo mese, di passarsi la palla e la linea quali hub del calcio internazionale. Un mese di Mondiale in Qatar prima, tra novembre e dicembre 2022, quindi a gennaio l’organizzazione a Riyad della Supercoppa di Spagna (che ha impegnato in una final four di cinque giorni quattro squadre, ovvero Barcellona, Real Madrid, Atletico Madrid e Athletic Bilbao), poi mercoledì scorso il derby tra Inter e Milan valido per la Supercoppa italiana, infine il già citato showdown tra Ronaldo e Messi. I quali, peraltro, sono entrambi sotto contratto per pubblicizzare le meraviglie turistiche dell’Arabia Saudita (come lo era stato Andrea Pirlo durante i Mondiali qatarioti), con locandine e spot che hanno invaso i social network del gruppo Meta.

 

Ma non c’è solo il calcio, perché dal 31 dicembre al 15 gennaio si è svolta la quarta edizione consecutiva dello storico Rally Dakar in terra saudita, mentre a fine febbraio, il 24, comincerà a Playa del Carmen l’edizione della LIV Golf League che toccherà anche Tucson, Adelaide, Singapore, Tulsa, Valderrama e Greenbrier. Cosa c’entrano in questo caso con l’Arabia Saudita i green di strutture d’élite situate rispettivamente in Messico, Arizona, Australia, Singapore appunto, Oklahoma, Andalusia e Virginia? C’entrano eccome, perché la LIV Golf League (dove LIV è il numero romano 54 e segnala la distanza delle 54 buche che caratterizza le tappe del torneo) è di fatto una superlega del golf organizzata e finanziata dal fondo sovrano saudita PIF (Public Investment Fund) – lo stesso che nel dicembre 2021 ha acquistato la maggioranza dello storico club calcistico inglese Newcastle United –, capace di attirare alcuni dei più grandi campioni (ma non Tiger Woods) strappandoli al PGA Tour, l’organizzazione più ricca del golf professionistico mondiale, almeno sino a pochi mesi fa. Tornando ai motori, in essere c’è poi un contratto di 15 anni con Liberty Media Corporation, proprietaria della Formula 1, che ha già portato nel 2022 al primo Gran Premio dell’Arabia Saudita, rimasto nell’immaginario collettivo anche per l’esplosione di un pozzo petrolifero a poca distanza dal circuito di Gedda, causato da un attacco missilistico yemenita nel giorno delle prove libere, con la colonna di fumo ben visibile anche dalle dirette televisive. L’appuntamento nel 2023 è previsto nel fine settimana del 19 marzo, ma in futuro il Circus in Arabia Saudita si trasferirà in un nuovo circuito che sarà approntato all’interno di una città-divertimento, Qiddiya, attualmente in costruzione a una quarantina di chilometri da Riyad.

 

Parlare di sportwashing è facile e in fondo anche corretto, considerando i report indipendenti di Amnesty International sui diritti umani nel Paese, la posizione dell’Arabia Saudita nel Democracy Index dell’Economist, nei rapporti di Freedom House o nel World Press Index di Reporters sans frontières, la crisi umanitaria causata in Yemen dalla guerra, per non parlare poi del coinvolgimento di Mohammad bin Salman (detto MbS) nell’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi. Utilizzare tuttavia solo questa lente risulta limitativo nell’analisi del fenomeno, soprattutto ora. Lo sportwashing esiste (ed è talmente evidente da avere anche un notevole potenziale di contronarrazione, cosa che andrebbe sempre sottolineata), ma occorre andare oltre, perché non può essere solo quell’aspetto a spiegare la stretta interconnessione che lo sport business attuale, figlio di un neoliberismo sfrenato, ha intrecciato con diversi Paesi autocratici sì, ma soprattutto estremamente ricchi.

 

Il grande sport, oggi più di alcuni decenni fa, va principalmente alla ricerca di denaro e di finanziatori. Gli sport motoristici, e la Formula 1 in particolare, in questo senso spiegano bene la situazione: essendo sport molto costosi, sono decisamente propensi a partnership con Paesi che possano garantire loro accordi milionari e strutture all’avanguardia finanziate dai fondi sovrani. Difficilmente una situazione del genere avviene in altri Stati, e questo spiega perché il grande motorsport (Formula 1, Motomondiale, la stessa Dakar) presenti da alcuni anni a questa parte numerosi eventi nei Paesi del Golfo e del Sud-est asiatico. Più in generale, diventa difficile per qualunque organizzatore sportivo resistere a una tale disponibilità di denaro e di possibilità di realizzazione di diversi progetti, e se questo significa spostare l’asse dello sport in luoghi che non hanno una rilevante tradizione sportiva e il cui livello di democrazia è diverso rispetto agli standard occidentali, non importa granché a chi governa il business dello sport: lo si è fatto anche in passato ed esistono centinaia e centinaia di milioni (di dollari) di ragioni per giustificare certe decisioni. Tanto più che si può sempre evitare di entrare nel merito delle critiche sull’opportunità di certe partnership sostenendo – come ha fatto il presidente della FIFA Gianni Infantino parlando dei Mondiali in Qatar, ma non è l’unico – che portare lo sport in certe aree va considerato uno strumento per favorire una maggiore apertura democratica dei regimi interessati.

 

Tra l’altro, uno degli avvenimenti che ha caratterizzato il 2022 ed è tuttora in atto, il conflitto in Ucraina, ha allontanato dallo sport la Russia di Putin, uno dei principali finanziatori dell’ultimo ventennio, una condizione che ha finito per aumentare a dismisura la capacità attrattiva dei Paesi del Golfo nei confronti di federazioni e promoter. Se si considera infine che i prossimi grandi eventi dello sport internazionale che si svolgeranno di qui al 2032 sono stati assegnati a democrazie occidentali (i Giochi estivi a Parigi 2024, Los Angeles 2028 e Brisbane 2032, quelli invernali a Milano-Cortina 2026, il Mondiale 2026 a Stati Uniti, Messico e Canada), e che restano in ballo le Olimpiadi invernali e la Coppa del Mondo di calcio del 2030, si può intuire facilmente perché l’Arabia Saudita abbia legato a sé sia Messi che Ronaldo, appunto, per patrocinare nel prossimo anno e mezzo la candidatura che verrà presentata alla FIFA – congiuntamente a Egitto e Grecia, in una particolare joint venture triconfederale  – per il Mondiale del centenario, il grande sogno del ministero dello Sport saudita e di MbS. Non vi sono ambizioni invece per le Olimpiadi della neve e del ghiaccio del 2030, ma, in questo senso, va segnalato che nel 2029 l’Arabia Saudita ospiterà i Giochi invernali asiatici a Trojena, una città che ancora non esiste e che sarà realizzata di qui al 2026. Un progetto faraonico destinato a impattare su un’area situata a 2600 metri sul livello del mare, creando un resort capace a regime, secondo le previsioni contenute nella già citata Saudi Vision 2030, di accogliere 700 mila turisti ogni anno. Basta questo per capire che lo sportwashing è appena una parte della strategia.

 

Immagine: Vetture in pista durante il 1° Gran Premio di F1 del Mondiale 2021, Gedda, Arabia Saudita (2-5 dicembre 2021). Crediti: cristiano barni / Shutterstock.com

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