8 giugno 2020

L’Italia di Italia ’90

 

L’etichetta è quella delle “notti magiche”, ed è così da trent’anni: un marchio indelebile, un ritornello che attecchì e meglio di qualsiasi slogan pubblicitario. Italia ’90, l’ultimo Mondiale di calcio ospitato dal nostro Paese, è in quel refrain, nei gol di Salvatore “Totò” Schillaci, nell’eliminazione della Nazionale di Azeglio Vicini in semifinale ai rigori contro l’Argentina di Maradona. Sin lì il calcio. Ma quel Mondiale ha un posto di rilievo nella storia dell’Italia contemporanea, e il campo c’entra davvero poco in questo senso.

Italia ’90, nel contesto internazionale, ha rappresentato nel contempo l’ultimo Mondiale dell’Europa così com’era uscita dal secondo dopoguerra e il primo ad essere inserito in una geografia politica già mutata. Nei mesi precedenti infatti la caduta del Muro di Berlino, la Rivoluzione di velluto a Praga, i prodromi della dissoluzione dell’Unione Sovietica e la grave crisi interna della Lega dei comunisti iugoslavi (SKJ, Savez Komunista Jugoslavije), avevano accelerato i processi storici più significativi dell’ultimo decennio del Novecento al punto che, nonostante lo straniamento e uno scacchiere geopolitico dagli equilibri estremamente delicati, era chiaro a tutti come Germania Ovest, URSS, Cecoslovacchia e Iugoslavia – le cui nazionali erano tutte presenti al torneo, che i tedeschi occidentali avrebbero pure vinto – rappresentassero entità e identità destinate ad essere rapidamente superate, anche se non era così semplice capire da cosa, né se il cambiamento si sarebbe svolto in maniera pacifica oppure tragica.

Il paradigma della transizione era in un dettaglio: le maglie della Nazionale sovietica, svuotate dell’acronimo cirillico CCCP (Sojuz Sovetskich Socialističeskich Respublik) che le caratterizzava dagli anni Sessanta, celavano con quell’anonimato il passaggio ad un futuro ancora enigmatico.

Proprio l’Unione Sovietica era stata la rivale dell’Italia per l’assegnazione della sede del torneo. Con Francia, Repubblica Federale Tedesca, Iugoslavia, Grecia e Inghilterra che avevano già, in tempi diversi, ritirato le rispettive candidature, il 19 maggio 1984 a Zurigo la FIFA scelse l’Italia: 11 a 5 i voti dei delegati, un finale non scontato ma prevedibile, considerando l’epoca segnata dai ballottaggi olimpici – proprio nel 1984 si sarebbero disputati i Giochi di Los Angeles – nel clima della guerra fredda. Nell’Italia della Prima Repubblica, il giorno dell’assegnazione il governo era guidato dal segretario del PSI Bettino Craxi (governo Craxi I), presidente del CONI era Franco Carraro e la FIGC era saldamente in mano ad Antonio Matarrese; nei sei anni successivi, sino alla cerimonia di apertura dell’8 giugno 1990, si erano alternati cinque governi (quel giorno Andreotti guidava il suo sesto esecutivo) e Carraro – che era contemporaneamente anche sindaco di Roma – si era da poco dimesso dal ruolo di ministro del Turismo e dello Spettacolo attraverso il quale, avendo le deleghe per lo Sport, era stato il grande regista dell’organizzazione assieme a Luca Cordero di Montezemolo. Quest’ultimo, quarantatreenne, era direttore del COL, il comitato organizzatore sorto alla fine del 1986 e già in grado di esprimere una potenza di fuoco significativa, essendo finanziato da sette aziende italiane che figuravano quali “fornitori ufficiali” del Mondiale. Una formula di partnership che debuttò proprio a Italia ’90: di queste, tre erano partecipate dall’IRI che ne era maggiore azionista (Alitalia, Rai e Stet), due erano enti pubblici (Ina-Assitalia e Ferrovie dello Stato) e due quelle private (Olivetti e FIAT), ognuna con in quota un manager inserito nel COL; tutte avrebbero approfittato dell’occasione per aprirsi all’estero interno con nuovi piani finanziari, sfruttando la popolarità del calcio. Al di là del successivo scandalo politico di tangentopoli e delle sue conseguenze allora impossibili da prevedere, per le imprese statali l’opportunità avrebbe in effetti favorito le privatizzazioni che sarebbero state lanciate a partire dal 1992.

C’è, insomma, tutta una fase di pre-scrittura rispetto all’origine della mangiatoia di Italia ’90, individuata nella legge n. 65/1987 (governo Craxi II) destinata a regolare la realizzazione di nuovi impianti sportivi o la ristrutturazione di quelli esistenti. Ebbene: l’ultimo dei mutui concessi per quel Mondiale e contenuto nella 65/87 (e successive modifiche) è stato inserito nel Bilancio di previsione 2015 per una cifra di 61,2 milioni di euro: ciò significa che per estinguere i debiti contratti per Italia ’90 lo Stato ha impiegato ventisette anni. Dallo stanziamento iniziale di 3.500 miliardi di lire per stadi e progetti collegati, la cifra sarebbe poi aumentata sino a 7.200 miliardi, per un’eredità strutturale ed impiantistica rivelatasi poi imbarazzante.

Senza addentarsi negli sprechi dei progetti a margine (dall’Air Terminal Ostiense di Roma ai ponti di Fuorigrotta a Napoli, passando per l’hotel di Ponte Lambro a Milano, per segnalarne tre), a trent’anni di distanza le scelte sugli stadi – di fatto, le case dei Mondiali, i cui costi lievitarono mediamente dell’84% – si mostrano nella loro più totale inadeguatezza. Vennero costruiti ex novo gli stadi di Torino (Delle Alpi) e Bari (San Nicola, progettato da Renzo Piano), e le ristrutturazioni riguardarono, a diversi livelli di complessità, quelli di Milano (San Siro, dove si svolse la cerimonia di apertura, venne munito di copertura e terzo anello), Roma (i lavori sull’Olimpico furono assai rilevanti e costosi), Genova, Bologna, Verona, Udine, Firenze, Napoli, Palermo e Cagliari. Da allora, il Delle Alpi è stato abbattuto, stesso destino per tre quarti del Friuli di Udine, mentre è in (lentissima) demolizione anche il Sant’Elia di Cagliari. Le condizioni degli altri impianti non sono granché migliori, e spesso le amministrazioni comunali si sono trovate nella necessità di ridurne la capienza o, addirittura, dichiararne l’inagibilità temporanea: l’incuria nella copertura – distrutta per metà – del San Nicola è visibile a occhio nudo, il Franchi di Firenze e il Dall’Ara di Bologna appaiono superati come concezione, quelli di Verona e Palermo sono sovradimensionati e il San Paolo di Napoli ha una storia a sé, mentre San Siro si avvia alla demolizione per interessi economico-finanziari di altro tipo.

Da una certa prospettiva, Italia ’90 fu la summa di un agire canonico nella politica italiana del tempo. Inevitabilmente produsse procedimenti giudiziari e inchieste giornalistiche relative a procedure di appalti e subappalti ben più che discutibili e a clamorosi ritardi nei lavori, ma mai una commissione di inchiesta parlamentare: il deputato liberale Raffaele Costa la propose in Aula sia nel settembre 1990 che, nel corso della legislatura seguente, nel maggio 1992, ma in entrambi i casi la proposta cadde nel vuoto. La politica, con Italia ’90, non ha mai voluto fare davvero i conti.

Eppure, al di là del lascito materiale e del bagno di sangue per le casse statali, quel Mondiale resta nell’immaginario collettivo come l’ultima grandissima manifestazione veramente nazionale di un’Italia dall’economia competitiva e prospera, o almeno percepita come tale. A tutti gli effetti Italia ’90 sul piano del business impresse l’accelerazione decisiva consentendo alla FIFA di cambiare marcia nella gestione di un evento del genere: gli introiti derivati dalle sponsorizzazioni erano notevolmente cresciuti anche grazie – e questo va detto – alla creatività dei nuovi pacchetti, i diritti TV erano passati dai 47 miliardi di lire di Messico 1986 agli 80 del 1990, il pubblico televisivo aveva doppiato i numeri del Mondiale precedente e anche le presenze sugli spalti si erano rivelate eccellenti, con una media di oltre 48.000 spettatori a gara. La strada per l’opulenta esplosione di USA 94 era tracciata, e negli Stati Uniti quattro anni dopo si sarebbe rivelata in tutta la sua forza, affinando un modello che è ancora alla base dell’evento Coppa del Mondo. Per l’Italia – che nel dopoguerra aveva ospitato gli Europei nel 1968 e nel 1980 – l’assegnazione aveva anche rappresentato un successo politico mai più replicato a certi livelli (le Olimpiadi invernali di Torino 2006 non ebbero la portata di un Mondiale di calcio, meno che mai in un Paese più calciofilo che generalmente sportivo).

In campo, Italia ’90 non regalò un calcio indimenticabile: poche le reti, quanto basta di epica, ma senza esagerare. Eppure l’eredità proiettata da quel Mondiale appare di ben altro segno e non è solo per passatismo se quella manifestazione – con tutte le sue gravi ombre, e contando che neppure fu sportivamente vincente – per almeno un paio di generazioni che l’hanno vissuta appieno rappresenta un lieto ricordo. È la forza di un fatto sociale totale capace di posizionare l’Italia al centro del mondo proprio grazie alla principale passione sportiva nazionale. Ed è un aspetto sufficiente per attivare la memoria selettiva.

 

Immagine: La formazione dell’Italia scesa in campo contro l’Argentina nella semifinale della Coppa del Mondo 1990. Da sinistra, in piedi: W. Zenga, P. Maldini, F. De Napoli, R. Ferri, G. Bergomi (capitano); accosciati: F. Baresi, G. Giannini, R. Donadoni, S. Schillaci, G. Vialli, L. De Agostini, stadio San Paolo, Napoli (3 luglio 1990). Crediti: Azzurri to face Argentina in the semifinal of World Cup 1990, su interleaning.tumblr.com, 25 gennaio 2012 [pubblico dominio], attraverso it.wikipedia.org

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