1 dicembre 2022

L’arte o la vita?

Indossando giubbotti arancioni fluorescenti, due attivisti per il clima, dell’organizzazione Letzte Generation,  hanno spalmato del purè di patate sul vetro protettivo che copre i Covoni di Monet al Museo Barberini di Potsdam, in Germania. Poi hanno incollato le mani al muro sotto il dipinto e hanno iniziato a parlare. «La gente muore di fame, la gente muore di freddo, la gente muore» hanno detto. «Siamo in una catastrofe climatica. E tutto ciò di cui avete paura è la zuppa di pomodoro o il purè di patate su un quadro. Sapete di cosa ho paura io? Del fatto che la scienza dice che entro il 2050 non potremo nutrire le nostre famiglie. Ci vuole un purè di patate su un quadro per farvi prestare attenzione?». Questo genere di proteste è diventato comune in Europa e nel mondo, con l’obiettivo di esercitare una pressione psicologica sia sui governi affinché rispondano più rapidamente alle calamità ambientali che sulle istituzioni culturali affinché interrompano le sponsorizzazioni di compagnie petrolifere come BP e Shell. Rispetto a questi atti di protesta, l’opinione pubblica si spacca: alcuni avvertono che le tattiche sono controproducenti, mentre altri rispondono con un attento silenzio.

 

Pro

Elijah McKenzie-Jackson, 18 anni, attivista per il clima e coordinatrice per Fridays for Future International, ha dichiarato ad Axios in una e-mail che la storia ci dice che proteste civili come queste sono necessarie per il cambiamento: «Sebbene possa riconoscere che questi atti di giustizia possano sembrare oltraggiosi per la gente, li sfido a sentire l’indignazione per la distruzione, la morte e l’omicidio che tutti i governi e le corporazioni occidentali stanno commettendo nei confronti dei nostri animali, dei paesi del Sud del mondo e degli ecosistemi». Una posizione condivisa da molti attivisti, i quali concordano con la caratterizzazione di Greta Thunberg, secondo cui, i negoziati sul clima sono solo chiacchiere e nessuna azione concreta, ovvero solo «blah, blah, blah». «Quindi, piuttosto che fare rumore per contribuire al blah blah blah, facciamoci sentire con le nostre azioni», ha detto Jevanic Henry, 25 anni, di Santa Lucia, nei Caraibi. «Siamo noi a guidare l’azione». Un’idea che non è presente solo tra gli attivisti ma anche tra membri dei settori culturali e artistici come Corina Rogge, vicepresidente dell’American Institute of Conservation, che dichiara a Sarah Cascone di Artnet News che bisogna essere più comprensivi e che tali azioni sono relativamente innocue. «Giustamente, sono preoccupati che molti governi non prendano a cuore le questioni climatiche. Dato che i musei preservano la nostra umanità condivisa, è davvero comprensibile che gli attivisti li usino per cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica su come il cambiamento climatico stia minacciando il genere umano».

 

Contro

Alcuni si chiedono se vandalizzare opere d’arte sia un mezzo accettabile per fare attivismo: «Faccio fatica a capire perché distruggere un dipinto di girasoli fatto da van Gogh, un uomo impoverito che è stato emarginato nella sua comunità locale a causa della sua malattia mentale, sia l’obiettivo giusto per fare una dichiarazione su quanto sia terribile l’industria petrolifera», ha twittato una persona. Esprimendosi contro questa forma di protesta, il critico d’arte del New York Magazine Jerry Saltz ha avvertito che «le opere meno protette» possono subire danni permanenti nelle mani di manifestanti sempre più sfrontati. Dana Fisher, docente di sociologia all’Università del Maryland e specializzata in movimenti di protesta, avverte che l’inasprimento delle strategie può allontanare coloro che altrimenti potrebbero simpatizzare con la causa. «Le ricerche dimostrano che questo tipo di tattica non funziona per cambiare le menti e i cuori», ha dichiarato al Washington Post. «Funziona per attirare l’attenzione, ma a che scopo?». Una critica condivisa dal climatologo Michael Mann, il quale definisce questi gesti controproducenti, potenzialmente capaci più di allontanare che di avvicinare le persone alla causa ambientalista.

 

Come vanno interpretati questi gesti?

Da un punto di vista comunicativo sono di certo “spettacolari”, attirano l’attenzione e creano scalpore. Ma in una società così focalizzata sull’effetto wow e sulla spettacolarizzazione degli eventi, il rischio è che finiscano per essere fini a se stessi. Il pericolo è che ci si fermi alla superficie ‒ ovvero l’atto vandalico ‒ e non si approfondiscano le ragioni dietro il gesto, focalizzandosi sul dito e non su cosa si sta puntando: una crisi che ci coinvolge tutti e un atteggiamento diffuso di lassismo e menefreghismo. Le azioni perpetrate dagli attivisti ci pongono di fronte ad un dilemma o meglio una dicotomia: scegliere tra un mondo ricco d’arte ma insostenibile oppure “ripudiare” l’arte a favore dell’ambiente e della biodiversità. In queste dinamiche, ciò che viene effettivamente messo sotto i riflettori non è né l’arte né l’azione sovversiva, ma è la stessa bilancia morale che porta l’umanità a restare passiva o a indignarsi rispetto a tutto ciò: ci scandalizziamo per il lancio di una zuppa di pomodoro su un quadro coperto da uno spesso vetro protettivo ma restiamo indifferenti di fronte a cambiamenti climatici ormai quotidiani, alla perdita di interi ecosistemi e in generale rispetto a tutto ciò che non nuoce direttamente al nostro orticello personale.

In ogni possibile salsa è stato detto, urlato, proclamato da scienziati, esperti e attivisti che si sta sottovalutando enormemente quanto rapido, grave e permanente sarà il collasso climatico ed ecologico se l’umanità non si mobilita. Ai tassi di emissioni attuali, potrebbero rimanere solo cinque anni prima che l’umanità spenda tutto il suo carbon budget per rimanere al di sotto di 1,5 °C di riscaldamento globale, un livello che, molto probabilmente, non sarà compatibile con la civiltà come la conosciamo. E potrebbero esserci solo cinque anni prima che la foresta amazzonica e la grande calotta glaciale antartica superino punti di rottura irreversibili.

Dato che la distruzione del clima si sviluppa nell’arco di decenni ‒ in modo fulmineo per quanto riguarda il pianeta, ma lentamente per quanto riguarda il ciclo delle notizie ‒ non è così immediata e visibile come la cometa del film Don’t Look up ma possiamo essere sicuri che gli effetti saranno altrettanto distruttivi.

 

Immagine: Protesta di Just Stop Oil ai BAFTA (British Academy Film Awards), Londra, Regno Unito (13 marzo 2022). Crediti: William Joshua Templeton / Shutterstock.com

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