28 marzo 2021

L’eclissi del volto

La riflessione attorno all’impatto della pandemia, a un anno dal suo scaturire, è un percorrere vie impervie e sconosciute, con la consapevolezza di non poter mai arrivare a destinazione, alla strada maestra della chiarezza, ma si può comunque tracciare un itinerario che, almeno nei punti cruciali, vi si accosti.  

La pelle “riparata” si è come incarnita in un’enorme cicatrice, e non funge quasi più da sottile, immediato confine tra l’io e il mondo. È mediazione posticcia, imbolsita, che, non facendo trasferire, non fa neanche trapelare, trasudare, tradire, rendendo impossibile il riconoscimento del semeion, del segno esteriore di ciò che avviene all’interno, la lettura della mappa del territorio interiore, e inibisce la spontaneità del segno a tradire un modo d’essere, un umore, una disposizione ‒ le tracce, le briciole che si seguono nella ricerca del percorso più breve verso il capire, il nominare, l’entrare in contatto, il costruire.

La pelle, invece di rimandare ad altro, fare da tramite, è lì, protetta e irremovibile; rimanda esclusivamente a sé stessa, si appaga del suo riguardarsi, incartapecorirsi, senza adempiere al compito di essere il confine, lo spazio, tra il visibile e l’invisibile. Eppure la pelle, come la frontiera, l’avanguardia, ha sempre subito i primi attacchi dall’esterno e risentito dei cambiamenti dall’interno, e coi suoi due avamposti – il viso e le mani – si è fatta baionetta o bandiera bianca, trappola o mano tesa. Infatti, lo stringere la mano e il sorriso erano i segni ‒ tangibile il primo, visibile il secondo ‒ di non essere armati o malintenzionati. Oggi, invisibili e indecifrabili, le mani e le bocche sono il territorio nemico, terra incognita, fonte potenziale di pericoli più insidiosi.   

Dunque, l’aisthesis, l’andare con gli occhi bendati a tentoni a scoprire la superficie del mondo, è depotenziato, benché cominci così, per Baumgarten, la conoscenza, e per Merleau-Ponty si tratti dell’«incontro di tutti gli aspetti dell’Essere, come a un crocevia». All’interno della mutata prossemica che stiamo esperendo, il gesto più penalizzato è forse lo sfiorare, il quale, pur non avendone la stessa forza intenzionale, viene sospettato di tutti i pericoli del toccare. I movimenti leggeri e le sfumature sono i primi a essere banditi nei periodi di gesti decisi e di monocromia. Riandando a Paul Celan, forse non c’è molta differenza tra stretta di mani ed esperienza estetica. La conseguenza del timore cronico di tendere la mano non può che essere una dis-umanizzazione, un emergere del prospetto inumano, caotico della vita. Il contrario dell’esperienza estetica non è un’esperienza non estetica ma una esperienza disgregata, distorta, una non esperienza. E poi c’è il risvolto precipuamente socioantropologico: è lo stesso movimento fisico quello di tendere la mano e di dare un dono. E, infine, c’è l’eclissi del volto, con tutto il suo corredo simbolico.

Un volto, questo cuore pulsante dell’individuazione e agnizione, ha perso la sua aura, la forza di concentrare su di sé l’energia conoscitiva. E per riconoscerlo non andiamo neanche a tentoni, ridisegnandone i contorni vivi con il tatto, come fanno i bambini o i non vedenti. Ci diamo uno sguardo di sfuggita e, spesso senza prenderci la briga di capire se dietro la mascherina si celi un volto magari un tempo amato, procediamo oltre. Perdiamo così l’appuntamento con una delle figure più misteriose della nostra opera quotidiana del vivere: la casualità. L’esperienza del rincontrarsi, del ritrovarsi “per caso”, irradia una certa luce che, una volta posatasi su uno scorcio di tempo, dà modo allo specillo dell’intuizione di cogliere il profilo di senso, a volte, di tutta una esistenza.

Ci stiamo costruendo, giorno dopo giorno, una corazza, una copertura a tenuta stagna, non per chiuderci noi dentro, ma per chiudere il mondo fuori, lasciandogli pochi spiragli per entrare ‒ a uno dei due, prima o poi, mancherà l’aria.

 

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