3 agosto 2021

L’esperienza del Cammino di Santiago in tempo di Covid

 

Il Cammino di Santiago de Compostela,  il pellegrinaggio che tradizionalmente nacque con il ritrovamento in Galizia del sepolcro dell’apostolo Giacomo nel Medioevo e la successiva edificazione della sontuosa cattedrale per onorarne le reliquie, affermandosi poi nei secoli come ineguagliabile esperienza religiosa o spirituale, sta attraversando due anni interlocutori dopo la crescita costante in quelli precedenti – con il primato delle oltre 300.000 presenze del 2019.

Arzúa è una delle località da attraversare nelle tappe finali del percorso più battuto: il Cammino francese, scelto da oltre metà dei partecipanti con i suoi 800 km dalla località di Saint-Jean-Pied-de-Port nei Pirenei, ma anche da chi sceglie il Cammino del Nord con gli splendidi paesaggi asturiani o il più duro Cammino primitivo da Oviedo (e c’è anche chi parte da Roma attraverso la via Francigena); non passa di lì solo chi sceglie il Cammino portoghese lungo la costa atlantica (che aveva visto il raddoppio delle presenze negli ultimi anni) e quello andaluso. Nel suo ufficio del turismo riesco a ottenere dati aggiornati: dopo la riduzione del 90% dello scorso anno (30.000 arrivi complessivi a Santiago), nel quale la totalità dei pellegrini era di nazionalità spagnola, nel 2021 ci si è assestati su un terzo delle presenze consuete, con la solita nutrita rappresentanza italiana dei mesi estivi: pesa la mancanza di pellegrini extraeuropei tra cui quelli coreani, che sorprendentemente affollano le strade spagnole a partire dal bestseller del 2007 della giornalista Kim Hyo Sun, frutto dell’esperienza dei suoi sei cammini che le avevano permesso di abbandonare i propositi suicidi. Fenomeni analoghi di contagio culturale erano avvenuti con la pubblicazione del resoconto di viaggio di Paulo Coelho che determinò dal 1987 il boom di pellegrini brasiliani, o con quello dell’umorista tedesco Hape Kerkeling del 2007; minor successo aveva ottenuto il provocatorio Come sedurre la cattolica sul cammino di Compostela, edito da Castelvecchi nel 2008.

L’Università di Saragozza ha provato con il progetto Ultreya a offrire una spiegazione psicologica del successo del Cammino, del motivo per cui persone di ogni luogo e tempo la considerino l’esperienza più importante, decisiva o piacevole della propria vita. I risultati dell’indagine che ha coinvolto oltre 400 pellegrini, pubblicati nel luglio 2021, mostrano effetti benefici a breve e lungo termine del bagno di luce e di verde dei giorni in marcia: una diminuzione stabile e statisticamente significativa dei livelli di stress e malessere emotivo, con un coerente aumento della soddisfazione di vita maggiore rispetto a una vacanza senza la componente del pellegrinaggio. Questo a prescindere dalle modalità con cui si svolgono le giornate, se da soli o in gruppo, o dalle motivazioni che spingono all’avventura, tra cui sono citati gli interessi culturali, il recupero della forma fisica, la crescita personale o il chiarimento dei valori personali in percentuale più alta rispetto a quelli religiosi.

I dati solo in parte restituiscono l’unicità dell’esperienza, i risvegli solitari nella nebbia, i cani vecchi e dinoccolati che non abbaiano al passaggio dei pellegrini. I pasti al termine della giornata, quando tutti zoppicano nelle sale comuni degli albergues per poi miracolosamente riprendersi la mattina dopo, invariabilmente meravigliosi anche se mediocri. La paziente gestione delle variegate urgenze del corpo. La fratellanza e l’aiuto reciproco, malgrado le differenze di età e di lingua, o le più sottili rivalità tra chi comincia il viaggio da lontano o al margine dei 100 km chilometri necessari per ottenere la Compostela, l’attestazione del Cammino compiuto, tra chi cammina e chi corre in bicicletta, tra chi si fa spedire i bagagli alla tappa successiva e chi cammina con zaini enormi. La sopportazione del dolore mitigata dall’accoglienza sempre calda nei paesi e nei bar, per molti di loro lavorare per i pellegrini è una scelta di vita che arriva dopo l’esperienza personale del Cammino. Il rapporto col tempo, lo sconvolgimento di percorrere in mezz’ora di bus al ritorno ogni faticosa tappa di un giorno. Gli antidolorifici di ogni tipologia e le birre come integratori che girano già dalle nove del mattino. L’esplosione del dialogo interno, a cui non si può sfuggire se non negli istanti del “Buen Camino” di chi ti si accosta. L’arrivo di molti oltre Santiago nel punto più a ovest d’Europa, quella Finisterre sull’Oceano Atlantico, terra di leggende a lungo nota come fine del mondo conosciuto, dove gli antichi vedevano il sole morire ogni sera. Lì i pellegrini come atto liberatorio bruciano qualcosa – scarpe, calzini, magliette ‒ utilizzato durante il Cammino. Possibile luogo sacro per i terrapiattisti, se non fosse che il compianto astrofisico Stephen Hawking, a cui è dedicata la piazza principale, nel 2008 ha visitato e amato il luogo.

Malgrado le attenzioni nei distanziamenti e il taglio dei posti disponibili negli ostelli si è recentemente registrato un focolaio di 22 contagiati al Covid tra i partecipanti al Cammino. Tuttavia, secondo il National Geographic i cammini possono rappresentare il futuro dei viaggi nell’epoca post-Covid: i lockdown ci hanno tolto spazio e relazioni, tra le loro principali qualità. E l’autoesplorazione del lato spirituale e psicologico in comunione con la natura può assumere sempre più valore nel momento in cui si ecclisserà l’emergenza Covid e il cambiamento climatico si affermerà come prima sfida dell’umanità.

 

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