6 aprile 2020

L’impegno di medici e infermieri salva il Mezzogiorno

Intervista a Nicola Scichilone

Intervista a Nicola Scichilone, docente di Malattie dell’apparato respiratorio all’Università di Palermo

 

Mentre si sta faticosamente contenendo l’espansione del contagio in Lombardia e nel Nord Italia, rimane la preoccupazione per il rischio del diffondersi dell’epidemia delle regioni del Mezzogiorno in cui – tutte le fonti lo confermano – il sistema sanitario presenta una maggiore fragilità. Com’è la situazione a suo parere? Siamo preparati ad affrontare l’eventuale urto dell’epidemia? Cosa si sta facendo per fare fronte a questo rischio imminente?

L’esperienza drammatica del Nord Italia ci ha insegnato che bisogna giocare d’anticipo, e le restrizioni imposte dallo Stato per il distanziamento sociale hanno sicuramente contribuito alla trasmissione dell’infezione in modo meno esponenziale o drammatico nelle regioni del Sud. Naturalmente la situazione rimane critica e va monitorata attentamente, preparandosi alla crescita inesorabile dei casi sia negli ospedali che sul territorio. Per fronteggiare l’emergenza occorre scendere in campo investendo le energie sul territorio, circoscrivendo i focolai, tracciando i contatti dei positivi e interrompendo così la catena di diffusione. Le regioni del Sud stanno adottando misure atte a circoscrivere la propagazione dell’epidemia, ad esempio con la diffusione dei tamponi per la ricerca del virus negli individui sintomatici al proprio domicilio, o l’utilizzo di strutture alberghiere per ospitare i pazienti clinicamente guariti ma ancora contagiosi. Infine, la possibilità di associare ai test di ricerca del virus anche la valutazione dello stato immunitario del soggetto consentirà la tracciabilità dell’infezione sul territorio e la possibilità di attuare politiche di exit strategy.

 

I dati ci dicono che, in molti casi, è il personale sanitario che opera negli ospedali ed è in prima linea nella cura della malattia il più esposto al contagio. Come pensa si possa agire per evitare questa situazione così drammatica?

Questo è uno dei risvolti più dolorosi e drammatici. Il personale sanitario non vuole essere eroe né tantomeno martire, svolge con profondo senso etico e professionalità il proprio ruolo e mai si sottrarrà alla cura del prossimo. Per questo, il personale che opera in corsia o negli ambulatori è il più esposto e va tutelato con ogni mezzo. In primo luogo, i dispositivi di protezione individuale devono essere sempre adeguati e disponibili; in secondo luogo, pur tenendo conto delle criticità di tempistica e disponibilità dei kit, le procedure di ricerca del virus mediante tampone nasofaringeo o test sierologici di prossima introduzione devono essere eseguite sugli operatori sanitari secondo una scala di priorità di esposizione.

 

Continuando a guardare alle criticità della sanità del Sud, quali crede siano le principali urgenze: pochi posti letto di terapia intensiva? Mancanza di attrezzature specifiche (respiratori, ad esempio)? Scarsità di personale? Servizi di sanità pubblica poco presenti in alcune parti del territorio?

Le regioni del Sud soffrono, più di altre, le scelte talvolta inopportune o scellerate di tagli drastici alla sanità, con chiusura di unità operative, mancato turnover o reclutamento di medici e operatori sanitari, riduzione dei posti letto di branche specialistiche. Oggi ne vediamo, e ne subiamo, le conseguenze. Scelte dettate dall’urgenza del momento hanno determinato la rimodulazione di aree assistenziali, con la conversione di reparti di degenza ordinaria in aree di terapia intensiva o perfino di ospedali Covid. Oggi si corre ai ripari, ma è una corsa contro il tempo, per farsi trovare preparati ad affrontare al meglio l’ondata di contagi e di pazienti infetti sintomatici. Purtroppo la conformazione geografica di alcune regioni complica ulteriormente la possibilità di offrire assistenza adeguata con il rischio di insorgenza di focolai di infezione incontrollata. Sono fortemente convinto che l’investimento sul capitale umano farà la differenza, formando una classe medica supportata dalle necessarie attrezzature.

 

Singapore, Hong Kong e una fascia di Paesi che godono di un clima simile e più mite rispetto all’Hubei, primo focolaio cinese, hanno registrato meno contagi del temuto. Anche nel Mezzogiorno, dove secondo alcune stime, dallo scorso 7 marzo si sono spostate circa 100.000 persone provenienti dal Nord Italia, i contagi sono ancora contenuti. Crede che il clima possa influire sulla velocità del contagio? Se sì, in che modo?

Alcune evidenze, per la verità ad oggi poco più che aneddotiche, sembrano suggerire una maggiore propagazione del virus nei climi più freddi e umidi, e più contenuta nelle regioni con clima più mite o temperato. Il virus, come è noto, soffre delle alte temperature, ma la conferma del ruolo dell’alta stagione sulla limitazione della diffusione dell’infezione dovrà essere confermato da evidenze scientifiche e dall’esperienza maturata. Ad oggi, si può con certezza affermare che la migliore misura di contenimento della diffusione dell’infezione è il distanziamento sociale. Questa misura diventa imperativa per la massa di persone che si sono spostate dalle regioni del Nord dove il virus già circolava da tempo, innescando una potenziale bomba biologica. Solo l’isolamento domiciliare e il controllo seriato di eventuali sintomi possono circoscrivere i nuovi casi. In questo caso si deve più che mai fare affidamento sul senso civico e la responsabilità dei cittadini, perché questa sfida si vince solo con uno sforzo unitario.

 

Le notizie degli scorsi giorni ci dicono che tanti governi, europei ma non solo, stanno adottando misure stringenti per il contenimento dell’epidemia di Coronavirus simili a quelle introdotte in Italia. Anche se questi provvedimenti dovessero essere efficaci, possiamo dire che contenere l’epidemia significhi debellare il virus? Quando e in quali condizioni potremo dire di aver davvero sconfitto un virus che ormai è presente in tutto il mondo e che presenta focolai così diffusi?

L’Italia è stata tra le prime nazioni travolte dall’epidemia, e tra le prime a mettere in atto misure drastiche ma necessarie. L’efficacia di tali misure è documentata dal rallentamento della diffusione dell’infezione e testimoniata dall’approvazione dell’OMS. Non a caso, le altre nazioni hanno assunto decisioni di salute pubblica simili sulla scorta di quanto deciso nel nostro territorio. Sono convinto che le misure adottate, pur se con risvolti sociali ed economici insostenibili nel lungo periodo, abbiano consentito di salvare vite umane. Con il rispetto delle raccomandazioni di distanziamento sociale, il virus troverà sempre meno terreno fertile per propagarsi e l’ondata di contagi comincerà a perdere forza, potendo così ragionare sulla fase di ripresa graduale e riapertura di settori delicati per l’economia e il sostentamento. È necessario non pensare di avere superato questo momento solo perché assistiamo ad una riduzione dei contagi: il rischio maggiore è infatti quello di abbassare la guardia con nuove ondate di casi. Purtroppo, finché non avremo a disposizione un vaccino dovremo convivere con il rischio di infezione e di casi sintomatici, e temo che per un tempo ancora lungo dovremo adattare le nostre abitudini ad una nuova fase di convivenza con il virus, fino a quando la cosiddetta immunità di gregge sarà una realtà e i vaccini consentiranno di proteggere ampie fasce di popolazione. Se resteremo uniti rispettando le regole e le raccomandazioni, la pandemia sarà un giorno finalmente solo un brutto ricordo.

 

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Immagine: Medico con dispositivi di protezione individuale contro il contagio da Coronavirus, Puglia (17 marzo 2020). Crediti: Massimo Todaro / Shutterstock.com

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