20 settembre 2022

L’importanza di difendere e tutelare le coste

«L’Italia è il paese europeo con il maggior numero di chilometri di coste a rischio di erosione: su 7.500 chilometri, ben 2.400 ne sono interessati. Circa un terzo delle coste italiane, quindi, rischia l’estinzione per effetto dell’erosione». Gli studi dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) confermano che almeno un terzo di queste coste è in arretramento e soggetto all’erosione. Il benessere dell’ambiente costiero è un aspetto prioritario, che non dovrebbe essere sottovalutato e a cui tutti dovremmo prestare molta attenzione attuando atteggiamenti responsabili. Le migliaia di chilometri di litorale che caratterizzano l’Italia si distinguono in: coste basse e sabbiose, e coste alte e rocciose; tutte hanno delle precise peculiarità e necessitano di attenzione e monitoraggio.

Le coste sabbiose sono quelle che nel tempo sono state maggiormente soggette alla pressione antropica, perché facilmente raggiungibili. Nel corso degli anni sono state interessate da un’elevata urbanizzazione che ha permesso di costruire infrastrutture viarie ed abitazioni proprio a ridosso delle linee di costa. Un grave errore che nasce dalla mancanza di visione e di cultura geologica, perché l’abbaglio principale deriva dall’aver considerato il paesaggio costiero come un ambiente statico. È, invece, fortemente dinamico, per cui inevitabilmente alcune abitazioni, oggi a ridosso del mare, sono sorte quando un tempo davanti avevano ancora 30-40 metri di spiaggia.  Case costruite smantellando cordoni dunali che oggi si ritrovano quasi in acqua: al momento della costruzione era inimmaginabile che sarebbero scomparsi tutti quei metri di arenile. La situazione odierna, che interessa un po’ tutta la penisola italiana, è pertanto il risultato di una mancanza di visione e della mancata percezione dell’elevata dinamicità dell’ambiente costiero. Oggi studiosi ed addetti ai lavori hanno una maggiore conoscenza di questa dinamicità perché, a causa anche dei cambiamenti climatici, l’avanzamento del mare è più evidente. Le aree costiere, oggi fortemente costruite, erano abbandonate prima della grande edificazione che ha interessato tutta la penisola tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta. Il fenomeno dell’abbandono ha cominciato a modificarsi nei primi anni del Novecento, quando molte aree paludose sono state oggetto di bonifica. In Italia, spesso, le aree costiere basse interessate da paludi retrodunali, erano scarsamente raggiungibili. Di conseguenza non c’era la possibilità di osservare i fenomeni e i cambiamenti che avvenivano nel corso degli anni. Non c’era la possibilità di rendersi conto che la linea di riva non è fissa ma variabile. Mancando questo punto di osservazione si è edificato anche a ridosso del mare.

 

«Oggi che la costa è altamente popolata ‒ spiega Stefano Margiotta, geologo e docente all’Università del Salento ‒ ci rendiamo conto più facilmente ed osserviamo, anche nell’arco di una singola stagione, come il mare agisca sulle coste, in alcuni casi apportando nuovi sedimenti in altri asportandoli. A volte in uno stesso luogo, a seconda dei venti, alcuni tratti sono in ripascimento, altri in erosione, ma ormai è accertato che è indispensabile osservare i fenomeni nel lungo periodo.

Le coste alte, proprio perché tali, sono state meno aggredite dall’occupazione antropica. Presentano, però, una pericolosità legata all’assetto geologico e geomorfologico delle rocce che possono essere interessate da discontinuità e quindi inevitabilmente potranno essere soggette a fenomeni di crollo, ribaltamento e scivolamento. Anche in questo caso – spiega il geologo – quando sono interessate da edificazioni ed infrastrutture, poiché effettuate in tempi in cui non vi era una grandissima attenzione ad alcuni aspetti geologici o ingegneristici, molte di queste strutture sono a rischio caduta, perché è mancata una caratterizzazione seria dal punto di vista geologico».

Generalmente i crolli avvengono con maggior incidenza soprattutto d’inverno, perché le condizioni meteomarine incidono maggiormente sulla costa. Le mareggiate sono spesso più lunghe e più potenti nella stagione invernale, come anche le escursioni termiche. Gli sbalzi di temperatura sono maggiori e sono frequenti gli eventi di crioclastismo, il fenomeno per cui quando l’acqua che si infiltra nelle rocce gela aumenta di volume, tendendo ad allargare le fratture della roccia stessa e a determinarne il crollo dei blocchi. I fenomeni di crollo della falesia, con modalità differenti, perché cambiano gli ammassi pietrosi che costituiscono le coste rocciose, riguardano varie zone delle coste italiane.

Nel Salento, per esempio, esistono rocce carbonatiche e alle problematiche di discontinuità, di fratture e di faglia, che possono interessare gli ammassi rocciosi sopracitati, vanno ad aggiungersi effetti legati al carsismo. La presenza di cavità sotterranee e grotte inevitabilmente può interessare questi ammassi rendendoli ancora più fragili e soggetti a fenomeni di caduta. Crolli che, in alcuni casi, hanno cambiato totalmente la morfologia del paesaggio, creando meraviglie e siti naturali di una bellezza straordinaria. Esemplare è la morfologia della costa salentina, dove nel versante ionico molte insenature sono strettamente connesse a diversi fenomeni di crollo. Qui si trovano le cosiddette spunnulate (termine dialettale che indica “sprofondate”) a forma semicircolare: sono ciò che rimane del crollo della volta di una cavità sotterranea. Crollando la volta, la cavità si apre al cielo e, nel caso in cui la cavità fosse in parte sottomarina o interessi la linea di costa, quest’ultima assume l’aspetto semicircolare o ovale, fenomeno riscontrabile a Torre Castiglione (Porto Cesareo), Palude del Capitano (Nardò) nel Parco naturale di Porto Selvaggio e Torre Pali, quest’ultima marina di Salve nel Capo di Leuca. Sul versante adriatico salentino straordinario esempio di questo fenomeno è la meravigliosa Grotta della poesia a Roca (marina di Melendugno), una delle dieci piscine naturali più belle al mondo. In passato era caratterizzata da un sistema ipogeo, non visibile dalla superficie, rappresentato da grotte e cunicoli. Un processo che tende ad espandersi sempre verso l’alto fino a quando della volta non rimane che uno spessore sottile il quale, non essendo in grado di reggersi, crolla dando vita alle doline di crollo o sinkhole. Questi fenomeni accadono improvvisamente e senza un precedente monitoraggio, poiché non è possibile prevedere se all’interno ci siano o meno cavità. Le sinkhole nel loro sprofondare potrebbero ingoiare tutto, anche le abitazioni.

 

«Ognuno di noi può fare la sua parte ‒ secondo Stefano Margiotta ‒ per rendere il sistema costiero più resiliente all’erosione. Fin quando è possibile bisogna rinaturalizzare i cordoni dunali che sono stati smantellati. Vanno ricostruiti, collegati, e le infrastrutture spostate nell’entroterra, rendendo il sistema meno rigido, dando alla costa la libertà di muoversi assecondando il suo dinamismo. In alcuni casi sono gli stessi assi viari a irrigidire il sistema, ed occorrerebbe ideare una viabilità alternativa che coinvolga l’entroterra. Cercare di spostare i fabbricati, convertire tutte le installazioni di servizi fisse in altre amovibili. Sono accorgimenti e tecniche che consentono di migliorare la resilienza della costa da erosione. È importante monitorare sia la spiaggia e il cordone dunale, ma anche le forze del mare che agiscono sulla costa, elementi fondamentali per conoscere perfettamente il sistema. Il controllo vale anche per le aree rocciose, che devono essere caratterizzate e sorvegliate in ogni più piccolo dettaglio. Azioni che devono essere messe in atto per cominciare a salvaguardare il territorio costiero».

«È fondamentale e di notevole importanza – specifica Margiotta – far capire alle persone la dinamicità dell’ambiente, cioè educare le nuove e le vecchie generazioni che nulla è per sempre, neanche la spiaggia, ed occorre imparare a rispettare delle buone regole comportamentali. Soprattutto nelle spiagge italiane può accadere di imbattersi in una duna, che in meno di cinquanta metri lineari ha dieci accessi. L’attraversamento di una duna deve avvenire con sentieri ben definiti, nel rispetto della sua natura e della biodiversità che la caratterizza. Pur essendo usanza parecchio diffusa non ci si può accampare su una duna. La percezione dell’importanza di questo bene naturale e paesaggistico deve passare anche attraverso la tutela e la regolamentazione degli accessi. Non si possono riversare su un’insenatura di 400-500 metri 4-5mila persone. Occorre pensare che queste insenature vanno preservate anche con una frequentazione che dev’essere regolamentata, disciplinandone l’accesso con i mezzi. È necessaria una cultura del saper vivere in spiaggia, un decalogo degli accorgimenti o comportamenti da tenere». In ultima analisi per Margiotta «merita attenzione anche la conoscenza della vegetazione e della biodiversità cha abita la duna, che aiuta a tutelare il territorio e a proteggerlo dall’erosione. Soprattutto i giovani, che sono le leve del futuro, dovrebbero imparare ad essere dei frequentatori consapevoli ed in alcuni casi promotori della cultura costiera. Fautori di un progetto virtuoso che faccia capire che ognuno di noi può essere parte integrante di un circolo di tutela e valorizzazione e soprattutto di aumento della resilienza all’erosione costiera, attuando degli atteggiamenti responsabili».

 

A proposito di dune da preservare, da tutelare e ricche di biodiversità si segnala la bellezza e la particolarità delle dune di Campomarino di Maruggio, in provincia di Taranto, Sito di interesse comunitario (SIC). Oltre al valore paesaggistico e naturalistico sono uniche anche per ampiezza: lunghe quasi 10 chilometri ed alte 12 metri, con un’estensione che raggiunge i 41 ettari. Alcune dune, quelle più giovani, hanno circa 3.000 anni, altre, le dune grigie, ben più di 7.000 anni di vita. Sono come un libro naturale dove geologi e paesaggisti potrebbero studiare l’antichità della terra e capire la storia del territorio.

La duna protegge il territorio, che a sua volta difende l’ambiente circostante, e l’uomo come parte integrante della natura è responsabile degli effetti che determina; pertanto “ognuno dovrà fare la sua parte”.

 

Immagine: Il Parco delle dune di Campomarino di Maruggio, Taranto. Crediti: vololibero / Shutterstock.com

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