28 maggio 2020

L’informazione nella percezione delle pandemie. Intervista a Rosaria Iardino

 

Intervista a Rosaria Iardino

Era il 1991 quando Rosaria Iardino e l’immunologo Fernando Aiuti si diedero un bacio che è poi passato alla storia. Erano gli anni in cui l’AIDS era un incubo, con poche certezze su come contrastarlo e molte incertezze su quale sarebbe stata la vita dopo di allora. Un gesto che ha dimostrato, come poco altro, che non erano i baci e le strette di mano a passare il contagio quanto, piuttosto, l’ignoranza e il pregiudizio. Oggi, Rosaria Iardino è giornalista, componente de Comitato etico dell’Istituto superiore di sanità e presidente della Fondazione the Bridge attraverso la quale sviluppa progetti di intervento in ambito sociale e sanitario, di prevenzione e promuove ricerca scientifica e sociale, mettendo al primo posto le esigenze dei pazienti.

 

Sono passati diversi anni da allora, come è cambiata la percezione dell’HIV nella popolazione italiana?

L’emergenza Covid-19 ha fatto riemergere quello che era il tema delle malattie infettive, creando un paradosso. All’epoca quel gesto si rese necessario per chiarire che non si trasmetteva con un bacio, oggi un altro virus ci impedisce qualsiasi contatto. E mi viene anche in mente che se, allora, fosse stata messa in campo questa incredibile macchina di intervento anche per l’HIV forse oggi non avremmo ‒ inesorabilmente ‒ 4.000 nuovi casi di sieropositività all’anno. C’è da dire che, negli ultimi dieci, quindici anni, le istituzioni su questo sono state decisamente latitanti. Se si guarda ai dati delle ultime infezioni, ci sono tantissimi giovani tra i nuovi positivi che sono totalmente inconsapevoli rispetto al virus e, paradossalmente, molti anziani per comportamenti promiscui avuti molti anni addietro. Questa stanchezza nella comunicazione istituzionale ha generato tutta una serie di conseguenze, anche se poi la responsabilità ultima è del singolo.

 

Cioè?

Con il Covid-19 ormai abbiamo capito che se utilizziamo la mascherina, se manteniamo un distanziamento fisico, utilizziamo igienizzanti, riduciamo drasticamente la possibilità di entrare in contatto con il virus. Se, rispetto all’HIV, prevale il silenzio, la mancanza di informazioni costanti e continue, succede più frequentemente che il singolo abbia comportamenti incoscienti. Non è pensabile, alla luce di tutto ciò, che l’HIV sia rilevante per l’agenda politica solo un giorno all’anno (1° dicembre, la Giornata mondiale contro l’AIDS, ndr).

 

Il distanziamento fisico in questa fase di pandemia è sufficiente per capire l’esatta portata dell’infezione?

La Covid-19 sicuramente ha fatto molta molta paura. Siamo un popolo abituato a gesti affettuosi, baci, abbracci…Con l’HIV all’epoca ‒ quando si ignorava quasi tutto ‒ avevamo paura di bere dal bicchiere dell’amico, o di andare nei bagni pubblici. Con il Covid, invece, abbiamo avuto da subito la certezza che il contatto fisico poteva essere pericoloso, basti pensare che anche la promiscuità abitativa è un vettore di contagio. Membri di un’unica famiglia che si ammala per un solo caso di positività. C’è la percezione precisa che questo virus debba obbligarti ad avere un distanziamento. Ovviamente, è il singolo, che deve comprendere quanto sia importante.

 

Secondo lei, la nostra sanità era preparata per affrontare questa emergenza, per quanto imprevedibile?

Non vorrei parlare di “colpe” ma di responsabilità. Da circa dieci anni assistiamo a un sistematico smantellamento del Servizio sanitario nazionale, un attacco a un bene comune essenziale per i cittadini. Il carattere universalistico della nostra sanità è quello che ci ha sempre contraddistinto a livello mondiale. Siamo stati un esempio per molti. Penso che ‒ per quanto attiene agli ospedali Covid ‒ più di quello che è stato fatto non si potesse fare, al netto di considerazioni sulla necessità di ampliare le terapie intensive. L’azione degli operatori ha funzionato, è stata anche una straordinaria esperienza per molti medici: diversi specialisti hanno fatto team e hanno messo insieme le loro diverse competenze per un obiettivo comune. A fallire è stata la medicina di prossimità, territoriale. Abbiamo bisogno di medicina di quartiere, che è fatta di infermieri, medici, laboratori. Se vogliamo dare nuovo impulso alla sanità dovremo ripartire da qui.

 

Come Fondazione the Bridge avete analizzato la percezione degli italiani rispetto alla pandemia Covid-19. Quali sono i risultati più interessanti?

Abbiamo assistito a un fenomeno prevedibile considerata la situazione. Tra quanti avevano prenotato una visita specialistica ben il 61% ha deciso di rimandare o cancellarle. Procedura analoga è quella seguita dalle stesse strutture sanitarie. Un atteggiamento responsabile per chi non abbia particolari patologie. Diverso è per chi soffre di patologie croniche e per le quali una continuità nell’assistenza è fondamentale. Qui poi si dovrà affrontare il grande tema delle liste d’attesa.

 

E in termini di fiducia?

Tra gli intervistati, solo il 10% dice di essere venuto in contatto con persone positive al Covid-19 e il 49% di questi ha affermato di non aver avuto indicazioni utili dai medici di base sulle procedure da attuare, e solo il 5% ha seguito un ferreo regime di quarantena. La fiducia, poi, crolla nel momento in cui si sono rivolti ai recapiti istituzionali attivati per l’emergenza: il 44% ha espresso un giudizio negativo.

 

Cosa può insegnare questo periodo dal punto di vista sanitario?

Come Fondazione siamo molto preoccupati per alcune affermazioni da parte di esponenti in ambito governativo che immaginano per il futuro una sanità mista, vale a dire una sanità pubblica con una parte, considerevole, data in carico alle assicurazioni. Con la fiscalità, le risorse ci sono. Nessuno vuole impedire l’accredito della sanità privata, far entrare le assicurazioni negli ospedali è ben altra cosa. Siamo sicuri che vogliamo seguire l’esempio degli Stati Uniti, dove, anche a quattro anni si può morire perché non si è coperti da polizza?

 

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Crediti immagine: Foto di Willfried Wende da Pixabay

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