13 settembre 2021

L’occupazione italiana ancora lontana dai livelli pre-pandemia

 

I dati recentemente pubblicati dall’Istat sul mercato del lavoro di luglio 2021 sono stati accolti con un certo ottimismo dai commentatori dei maggiori quotidiani italiani. Questo entusiasmo è il risultato di un’analisi dei dati limitata alle variazioni tendenziali – cioè in relazione al corrispondente mese dell’anno precedente ‒ che, però, determina un ritratto distorto del mercato del lavoro italiano.

Limitando il confronto tra luglio del 2021 e del 2020, entrambi all’interno del periodo pandemico, emerge un forte incremento degli occupati (+440 mila unità) e, estendendo l’analisi tendenziale agli altri due aggregati, si osserva una riduzione sia dei disoccupati (-173 mila unità) che degli inattivi (-484 mila unità). Visto così potrebbe sembrare che siamo ormai entrati in una fase di ripresa e aumento occupazionale, ma in realtà il nostro mercato del lavoro è ancora profondamente scosso dalla pandemia.

È sufficiente, infatti, ampliare lo sguardo e comparare i dati di luglio 2021 con quelli di febbraio 2020, preso come mese di riferimento perché è precedente allo scoppio della pandemia, per osservare come ci sia ancora una considerevole differenza tra gli occupati (-265 mila unità). Quest’ultimo dato è il risultato di una contestuale crescita degli occupati dipendenti a termine (+79 mila unità) e di una diminuzione sia degli occupati dipendenti permanenti (-50 mila unità) che degli occupati indipendenti (-294 mila unità). Inoltre, nello stesso arco temporale, si registra un calo dei disoccupati (-153 mila unità) ed un aumento degli inattivi (+160 mila unità) che, in presenza di un’occupazione in calo, segnala il preoccupante spostamento di migliaia di persone verso l’inattività.

È bene precisare, infine, che dal 1° gennaio 2021, l’Istat ha adottato una nuova metodologia, decisa in ambito Eurostat, che ha modificato la modalità di rilevazione dei dati, in particolare degli occupati. La precedente rilevazione individuava come occupati i dipendenti assenti dal lavoro purché l’assenza non superasse i tre mesi oppure se durante l’assenza avessero continuato a percepire almeno il 50% della retribuzione, e gli indipendenti purché durante il periodo di assenza mantenessero l’attività. Invece, l’attuale rilevazione non considera più come occupati i dipendenti assenti dal lavoro e gli indipendenti con attività sospesa, in entrambi i casi se per un periodo di più di tre mesi.

Quindi, l’immagine rassicurante di un’Italia che ha ormai lasciato la pandemia alle proprie spalle è ribaltata da un quadro caratterizzato da un livello occupazionale ancora ben distante da quello pre-pandemico, con l’occupazione precaria che è l’unica componente in crescita e con migliaia di disoccupati che, smettendo di cercare attivamente lavoro, si spostano nell’area dell’inattività. Inoltre, se volessimo prendere come riferimento luglio del 2019 (mese privo degli effetti pandemici), avremmo una situazione ancora più allarmante: un forte calo degli occupati (-486 mila unità) accompagnato da una riduzione dei disoccupati (-167 mila unità) e da una crescita vigorosa degli inattivi (+293 mila unità).

Il mese di luglio del 2021, inoltre, rappresenta solo la prima fase dello sblocco dei licenziamenti che fino ad ottobre riguarderà quella parte del sistema produttivo italiano che ha resistito meglio alla crisi pandemica e che può contare su più risorse nella ripresa. Per questo motivo, per poter valutare il complessivo impatto dello sblocco dei licenziamenti sui livelli occupazionali sarà necessario attendere i dati di novembre e dicembre dove saranno visibili tutte quelle iniziative volte a ridurre il personale dipendente da parte delle imprese più piccole che rappresentano la grande maggioranza del nostro tessuto produttivo e che impiegano una quota consistente degli addetti.

Prendendo in considerazione tutte queste evidenze diventa, quindi, fondamentale che nella fase di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), si coniughi la crescita economica in corso – stimata al 5,9% per il 2021 dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e considerata acquisita dall’Istat al +4,7% per i primi due trimestri dell’anno ‒ con l’aumento della buona occupazione e dei salari, così da stimolare i consumi e sostenere la domanda interna.

Il blocco dei licenziamenti e l’ampio ricorso agli ammortizzatori sociali sono state due misure che hanno contribuito ad attenuare i drammatici effetti negativi della pandemia limitando, da un lato, l’emorragia degli occupati e, dall’altro, integrando il loro reddito. Senza una riforma complessiva degli ammortizzatori sociali il rischio concreto che corriamo è che nel mercato del lavoro e nella società italiana le disuguaglianze aumentino ulteriormente, determinando così una crescita economica senza aumento dell’occupazione (jobless growth) o un deterioramento generale del quadro macroeconomico.

 

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Immagine: Giovane donna al lavoro in un’azienda di confezioni con indosso una mascherina chirurgica protettiva. Crediti: FabrikaSimf / Shutterstock.com

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