3 maggio 2020

La giusta distanza

 

Nelle scienze sociali, si dice di solito, non si possono fare esperimenti. Ma quello che stiamo vivendo in questo periodo di “socialità sospesa” a causa della pandemia da Covid-19 assomiglia per l’appunto a un grande esperimento antropologico su scala globale. Che cosa succede della nostra vita sociale se si limitano radicalmente le possibilità di spostamento, modificando tutta una serie di routines della vita quotidiana? Il dibattito che si è aperto in questi mesi verte soprattutto sulle conseguenze politiche di questa nuova forma di controllo sociale: a molti è sembrato di trovarsi in un film distopico, e sono stati affrettatamente evocati scenari foucaultiani e biopolitici. Minore attenzione è stata diretta alle microdimensioni dell’isolamento e del distanziamento: cioè alle modificazioni della nostra percezione dello spazio e del tempo, nonché dei codici e dei valori che regolano i comportamenti in pubblico e le relazioni interpersonali. Certo, sono aspetti difficili da studiare: poiché in questa situazione viene meno proprio lo strumento principe dell’intelligenza antropologica, l’etnografia, che implicherebbe partecipazione, prossimità, dialogo ravvicinato. Tuttavia si possono fare almeno alcune osservazioni, in grado forse di orientare percorsi di descrizione e analisi più approfonditi e articolati.

Intanto, le regole di distanziamento fra i corpi non sono certo un’eccezione. L’analisi dei codici di comportamento in pubblico, come quelle di Erving Goffman, hanno mostrato come nella vita ordinaria applichiamo costantemente regole sulla giusta “distanza di rispetto” nei confronti degli altri: i passanti in una strada, chi fa la fila con noi, i passeggeri di un tram, di uno scomparto del treno o di un ascensore. Regole spesso implicite, ma proprio per questo profonde, incorporate. Regole sullo stare troppo vicino o troppo lontano, la cui infrazione ha come posta la riprovazione morale (ne va della nostra “faccia”). Adesso, le norme sanitarie di “sicurezza” impattano su questi preesistenti codici, mettendoci in difficoltà nelle interazioni. Il nostro corpo scatta per dare la mano o abbracciare l’amico che si incontra, mentre il nostro Super-Io sociale ci trattiene. Un doppio vincolo che crea imbarazzo anche nei più comuni incontri. È interessante analizzare i modi in cui quella stessa forza della riprovazione morale si scatena nelle spettrali interazioni pubbliche della “socialità sospesa” – ben al di là della riflessione razionale sui reali rischi di contagio. In coda al supermercato, ci sorprendiamo a guardar male chi avvicina troppo il suo carrello al nostro, o a spiare sospettosamente il modo in cui gli altri indossano le mascherine, o si lasciano andare a quella pratica del tutto immorale che sono i colpi di tosse. Da qui la diffusa rabbia verso i runner solitari, e una tensione e un risentimento sociale che sono l’altra faccia delle pratiche di solidarietà che pure il contagio ha innescato. L’immaginario distopico di certa filosofia, per quanto esagerato, si basa su un dato reale. La quarantena realizza un grado estremo di individualizzazione della società: chiusi in casa, siamo tutti cittadini (o almeno nuclei familiari) isolati di fronte allo Stato e ai media. Vengono a mancare i vari livelli della società civile che usualmente, nei regimi non totalitari, mediano il rapporto tra individui e Stato.

Così come vengono a mancare i momenti in senso lato rituali che sostengono il tessuto sociale. Lo si è osservato in particolare per i riti funebri: tutti siamo stati colpiti delle notizie delle persone morte da sole nei reparti di emergenza, sottratte ai loro cari senza, per questi ultimi, neppure la possibilità di trovare conforto nella tradizione del lutto e del cordoglio. Ma anche l’impossibilità di praticare altri riti che richiederebbero “assembramento”, “effervescenza collettiva”, mette a dura prova la socialità: dai matrimoni ai compleanni, alle cerimonie di laurea, alle feste patronali, alle ricorrenze religiose e civili. Tutto questo ci aiuta almeno a sfatare il mito che interpreta la modernità come deritualizzata. Non lo è affatto: proprio l’assenza momentanea dei riti ci mostra quanto ancora essi siano fondamentali, anche per i più illuministi tra noi. E i riti hanno bisogno dei corpi, della loro fisicità e vicinanza. I tentativi di surrogarli con forme di comunicazione on line mi pare stiano producendo poveri risultati. Con questo non intendo dire che le comunicazioni in rete e le comunità virtuali non abbiano avuto grande importanza in questa fase. Almeno per certe sfere di attività e certi segmenti sociali, sono state preziose. Le lezioni universitarie on line ad esempio hanno funzionato per lo più molto bene, consentendo spesso un’efficacia didattica e forme di interattività fra docenti e studenti anche superiori alle lezioni “in presenza” (il che non significa, beninteso, che in prospettiva possano stabilmente sostituirle). Hanno portato la socialità nell’intimo delle sfere domestiche, con una commistione i cui effetti sono ancora tutti da capire; modificando, fra l’altro, la percezione stessa degli spazi della casa e per così dire i confini fra il privato e il pubblico, oltre che fra i tempi del lavoro, del riposo e dello svago.

Di fronte al rischio di atomizzazione del sociale, in ogni caso, la virtualità non basta. Trovo che in questo periodo sia stata particolarmente preziosa la “resistenza” dell’associazionismo e del volontariato – presìdi cruciali della società civile. Anche al di là dei servizi specifici offerti (distribuzione di mascherine, assistenza ai soggetti più deboli etc.), la loro presenza ha contribuito a tenere insieme il nostro senso di comunità, combattendo le spinte morali centrifughe e il pericoloso mix di paure, sospetti e accuse che l’allarme sanitario e l’ingiunzione al distanziamento inevitabilmente producono.

 

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Immagine: Uomini d'affari giapponesi si incontrano. Crediti immagine: Rawpixel.com / Shutterstock.com

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