22 ottobre 2021

La lotta silenziosa delle donne nella Cina imperiale

Spesso gli osservatori politici occidentali dimenticano che i movimenti di resistenza femminile al sistema patriarcale (o meglio ai sistemi patriarcali) non si limitano alla storia, seppur plurisecolare, complessa e contraddittoria del femminismo occidentale.

Infatti, così come innumerevoli sono stati gli ordinamenti patriarcali sviluppatisi nella storia, innumerevoli sono state anche le forme di resistenza messe in atto dalle donne, attraverso strumenti talvolta inaspettati e rimasti a lungo sconosciuti.

È il caso del “Nüshu”, letteralmente la “scrittura delle donne”, un’antica forma di scrittura codificata nata nella remota contea di Jiangyong, nella regione dell’Hunan, nel Sud-Est della Cina.

Le prime chiare tracce del Nüshu risalgono al 1800; tale codice veniva usato dalle donne di etnia Han, Yao e Miao, senza alcuna distinzione. Alcuni esperti ritengono comunque che tale scrittura sia ben più antica, risalente alla dinastia Song (960-1279) o addirittura alla dinastia Shang (2° millennio a.C.).

Quale che sia l’esatto orizzonte temporale in cui nacque, l’obiettivo principale del Nüshu resta chiaro: permettere alle donne di comunicare tra loro, senza che gli uomini lo sapessero o potessero comprendere. Le donne che ne facevano uso erano per lo più lavoratrici della classe inferiore che non avevano alcun diritto all’istruzione e non erano quindi in grado di scrivere in cinese; donne analfabete che dunque crearono un sistema scritturale apposito, di natura sillabica, adattandolo ai dialetti parlati nella regione, con il preciso scopo di ricavare uno spazio privato e restare in connessione tra loro, fuggendo al controllo maschile.

Il Nüshu veniva prevalentemente utilizzato per creare poesie e canti tradizionali legati alla principale attività femminile ovvero la tessitura. Tuttavia, non pochi versi Nüshu cantano della durezza del lavoro per trarre sostentamento dalla terra, dell’isolamento e della solitudine femminile, soprattutto successivamente a quello che per la società androcentrica cinese era l’evento più importante per la vita di una donna: il matrimonio.

Il Nüshu veniva trascritto su un’ampia varietà di supporti. Ancora oggi, infatti, abbiamo la concreta testimonianza degli antichi manufatti su cui, attraverso questa scrittura, venivano trasmessi messaggi. Si tratta per lo più di oggetti quotidiani come ventagli, cinture, tessuti regalati o scambiati e tramite cui circolava qualcosa di più segreto, proibito e nascosto: la solidarietà femminile tra “sorelle giurate”. Queste ultime erano in genere un gruppo di tre o quattro giovani donne non imparentate che si giuravano amicizia scrivendo lettere e cantando canzoni in Nüshu l’una all’altra. Nel nostro lessico occidentale femminista definiremmo questi atti come dimostrazioni di “sorellanza”, dovuti alla necessità e al desiderio di creare una rete di solidarietà femminile, resa possibile da uno strumento prezioso come una scrittura conosciuta e usata per secoli solo dalle donne e appresa, di madre in figlia, semplicemente attraverso la copiatura dei caratteri e la ripetizione dei canti tradizionali.

Ovviamente per gli uomini del tempo sarebbero stati inaccettabili qualsiasi forma di resistenza o qualsiasi accenno diretto alle fatiche, ai dolori e alle sofferenze subite dalle donne; inutile dire che forme di scrittura come  i “Diari della terza notte”, destinati a contenere il dolore di madri e sorelle che vedevano partire la giovane ragazza, gli auguri per un futuro sereno e le successive parole intimorite e incerte sulla nuova vita lontana dalla famiglia vergate dalla novella sposa, non potessero aver alcun posto nella cultura e nella letteratura “ufficiale”, diretto riflesso di una società patriarcale, in cui la voce delle donne non aveva alcuna risonanza pubblica.

Proprio per questo, tale atto di disobbedienza, questo tentativo di riservarsi uno spazio di autonomia e libertà all’interno dei soffocanti ruoli di genere imposti, rimase per molto tempo sconosciuto.

Solo negli anni Ottanta gli studiosi occidentali hanno avuto modo di conoscere questa forma di scrittura; tale rivelazione si deve curiosamente a un uomo, Zhou Shuoyi, che negli anni Cinquanta, per caso, venne a conoscenza del codice e decise di studiarlo.

Purtroppo, il suo lavoro sulla lingua e sulla cultura feudale cinese venne condannato e distrutto, a seguito della Rivoluzione culturale di Mao Zedong, avvenuta negli anni Sessanta.

Uno degli obiettivi della Rivoluzione culturale era infatti quello di eliminare qualsiasi cosa avesse un legame con il «vecchio mondo», a cominciare da tutto ciò che testimoniasse la passata cultura feudale della Cina. Compreso il Nüshu.

Proprio per questo, tale scrittura venne bandita: questa censura, unita al fatto che a partire dagli anni Cinquanta anche le donne furono ammesse a un’istruzione più formale, in lingua cinese, determinò una progressiva scomparsa della “scrittura delle donne”; d’altronde, uno dei suoi principali motivi di esistenza, la totale esclusione della donna all’educazione scolastica, era rapidamente venuta a mancare.

Zhou Shuoyi, tuttavia, non dimenticò i suoi studi: dopo essere stato liberato dal campo di lavoro in cui dovette trascorrere 21 anni continuò a tradurre instancabilmente la “scrittura delle donne” in cinese mandarino, realizzando nel 2003 il primo dizionario di questa lingua. In questa colossale impresa fu aiutato dall’ultima donna che aveva appreso a leggere e scrivere il Nüshu con i metodi tradizionali, Yang Huan-yi: la morte di quest’ultima nel 2004 non ha così segnato la fine per il Nüshu bensì il passaggio a un’altra fase della sua esistenza.

Oggi, in un panorama politico diverso, di stampo nazionalista e in controtendenza tanto al maoismo quanto alla glorificazione del passato feudalesimo imperiale, si sta infatti tentando di recuperare il Nüshu, diffondendone la conoscenza e lo studio.

La “lingua delle donne” viene infatti appresa in alcune università e in corsi specifici, come all’ Università Tsinghua di Pechino. Qui, in particolare, la professoressa Zhao Liming e il suo team sono riusciti a raccogliere e tradurre oltre il 95% di tutti i documenti originali esistenti scritti in Nüshu, pubblicando nel 2005, in cinque volumi, l’antologia di testi più completa fino ad oggi.

Inoltre, gli oggetti recanti versi in Nüshu, sopravvissuti all’iconoclastia maoista, sono conservati in un museo fatto costruire nel 2007 sull’isola di Puwei, nella contea di Jiangyong, patria natia di tante autrici in scrittura Nüshu.

Dunque, soprattutto dagli anni Duemila, questa lingua codificata sta vivendo una nuova fase: nato dalle donne per le donne, in povere stanze piene di telai, canti e segreti sussurrati, il Nüshu fiorisce ora alla luce del sole, testimoniando con i suoi versi una passata e tenace ribellione femminile al sistema maschilista della Cina imperiale.

 

Crediti immagine: shutterpix / Shutterstock.com

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