3 gennaio 2021

La pandemia e il Regno dei Fini

All’inizio della pandemia che ha segnato tanto tristemente la vita del mondo intero nell’anno appena chiuso, un fremito di speranza attraversò la vita di molti di noi. Di fronte a un disastro le cui proporzioni diventavano di giorno in giorno più terribili, ci si trovò a disperare magari di noi stessi, ma a sperare nella possibilità di un vero rinnovamento della vita italiana. Tanto inascoltabili sembravano improvvisamente diventate le uscite sguaiate e incompetenti, e non solo dei capifazione politici, ma di chiunque di noi avesse osato esprimere un parere sbrigativo anche in una cerchia di amici, senza cognizione vera di causa. Tanto acuto, anche se ancora oscuro, era il sentimento che aveva cominciato a insinuarsi in molti di noi, per la forza delle cose: il sentimento prezioso che nel gran rumore vitale e morale della democrazia un rinnovamento potesse venire alla vita di tutti dal toccare con mano, ormai, il valore della scienza e della conoscenza. Come fosse finalmente venuto il tempo, in un mondo che aveva troppo a lungo tollerato l’indifferenza al vero, di accogliere la conoscenza fra le virtù civili. E di farle finalmente il posto necessario: nella mente delle persone alla lunga, ma subito nelle governance del mondo.

Non soltanto per quanto riguardava la medicina e i medici, però. La sanità pubblica è certamente una condizione necessaria a una vita decente e sensata dei più, ma non è certo una condizione sufficiente: è un mezzo e non un fine. E tuttavia, quanto abbiamo dovuto approfondire la conoscenza dei mezzi in questo anno di altalena fra l’ondata della speranza o addirittura della spensieratezza e quella della disillusione, con il suo carico di discordia pubblica e di drammi privati, con l’avanzata spietata della povertà e delle disuguaglianze, e soprattutto con la cancellazione (quanto temporanea?) dei mestieri più fragili. Che sono i mestieri dei fini e non dei mezzi: i mestieri del senso, le arti precarie di ciò che sembra grazia più che necessità: dalle arti dei convivi a quelle dello svago e dei viaggi, della bellezza e della sua conservazione, dello spettacolo…  Abbiamo scoperto le colpe grandissime dei responsabili dei tagli nel finanziamento dei mezzi: abbiamo sofferto l’umiliazione della disfatta dove si credeva a torto di eccellere, la sanità pubblica ancora una volta, e l’accresciuto disagio per le debolezze di sempre – cattive amministrazioni, infrastrutture, trasporti.

Eppure abbiamo anche scoperto la grandiosità possibile di un mezzo che si è rivelato indispensabile alla sopravvivenza delle democrazie nel tempo globale: la cooperazione internazionale nella formazione delle decisioni che ci riguardano tutti. È in questo spirito che l’ex primo ministro britannico Gordon Brown invitò su The Guardian  i leader del mondo a creare una forma magari temporanea di governo globale, una task force che comprendesse capi di Stato ed  esperti: della salute, ma anche di tutti gli altri campi nei quali esistono organizzazioni internazionali. È in questo spirito anche che un’onda di speranza si è alzata in direzione del Parlamento e della Commissione europea – quando, a dispetto degli scettici e dei sovranisti, l’Unione Europea (UE) ha risposto alla crisi con una straordinaria svolta verso una più vera unione economica, una svolta di per sé necessaria una volta imboccata la via dell’unione monetaria, ma quanto a lungo ostacolata e rinviata, anche a prezzo di gravi storture nella relazione fra gli Stati membri. Con il recovery plan, l’Europa si è dotata di un vero bilancio pluriennale, ha riconosciuto l’importanza dei beni pubblici europei, ha stanziato risorse proprie per finanziarli, si è dotata della capacità di emettere titoli UE, di fare una politica economica europea per contrastare la recessione. Ecco un mezzo la cui esistenza rende più vicino un ideale radicato nella migliore eredità umanistica della nostra storia – una Res Publica sovranazionale, nata per cessione di sovranità particolari e non per il gioco delle potenze. Nata dalla libertà e non dalla guerra.

In effetti, la storia sembra insegnarci che ogni grande crisi suscita nell’umanità che la subisce imprevisti risvegli. C’è qualcosa di prezioso in ogni grande sconvolgimento, tanto più degno d’attenzione e di cura quanto alto è il prezzo pagato, la rovina, le morti subite. Così il tempo seguito alla Grande guerra vide una poderosa ondata di emancipazione femminile, promossa dal ruolo che le donne avevano saputo conquistare nella società durante la macelleria che coinvolgeva gli uomini. E il tempo dopo la Seconda guerra mondiale ha visto eventi spettacolari e rivoluzionari come l’incarnarsi della ragion pratica – l’eredità migliore della filosofia – nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la nascita delle organizzazioni internazionali e dell’Unione Europea, la costituzionalizzazione dei diritti umani, il welfare. Eppure questa ondata di speranza, per elevati che siano gli ideali che la suscitano, riguarda ancora i mezzi, non i fini della vita umana associata e civile. I fini, non li vediamo mai. Perché i fini non possono apparire se non alle vite personali, all’incrocio delle circostanze loro date e dei beni e dei mali che ciascuna ha incontrato – dei valori di cui ha fatto esperienza, e questo vuol dire, spesso, dei dolori sofferti, dei rimorsi e dei rimpianti, ma vuol dire anche delle passioni e delle vocazioni. Il senso e il valore delle grandi trasformazioni della civiltà umana sfuggono ai contemporanei. Pochissimi vedono l’insieme. Eppure molti immaginano e fanno. Il Regno dei Fini è fra le cose che nascono in solitari mattini, all’incrocio delle singole giovani vite col mondo: come una grandiosa costellazione, di cui ciascuno vede solo la sua minuscola stella. E non si realizza, imperfettamente e precariamente, che nel miracoloso convergere della creatività, dell’iniziativa, della spontaneità felice di ciascuno, che sono le figlie intellettuali e morali di una riconquistata libertà di tutti. Il filosofo la cerca invano, questa costellazione dei fini, e non trova che i cascami di sogni già sognati. Perché c’è una luce di conoscenza di cui il filosofo ha nostalgia infinita, ma che al suo pensiero non è dato che commentare quando s’è già spenta. È la luce di cui s’accende il sentire – quando la cognizione improvvisa del morire e di ciò che lo sovrasta rivela quello che importa, chiaro come il sole, eppure nuovo come il mattino della creazione. Pensate al cielo di Austerlitz, alto sopra gli occhi spalancati del principe Andrea ferito, supino a terra, nel cuore di Guerra e pace – in una delle sue pagine più celebri. Quando il principe Andrea rivive in milioni di occhi spalancati, si chiama apocalisse, che vuol dire rivelazione. Allora milioni di volontà deste si mettono all’opera e la civiltà rinasce dalle sue ceneri, per un’altra stagione ancora – imperfetta e precaria. Ma che diventerà indimenticabile.

Più che una conclusione, questa riflessione sostiene una sorta di laicissima preghiera. Che ogni ragazzo cresca in questi mesi e anni come un principe Andrea, che ogni ragazza impari il finito e l’infinito con gli occhi principeschi di Natascia. Molti non scoprirebbero sennò – e molti non scopriranno comunque – ciò che era in serbo per loro, solo per loro, fuori dalla scuola. È una preghiera rivolta a chi la scuola la fa, e a chi la governa. Fate che la scuola riprenda in presenza, certo, ma soprattutto, non dite mai più soltanto “promuoveremo tutti”. Non lo umiliate così, Il Regno dei Fini che forse sta nascendo in loro. Non lo avvilite sul nascere.   

Ma dipenderà anche da noi, che di cultura e ricerca viviamo – e in primo luogo da tutti quelli che hanno voce pubblica, sui giornali, nelle università, nei teatri, sulla rete: di far crescere questa preghiera ragionata, ferma, pacifica e quotidiana, che si levi in tutte le case, in tutte le strade, contro l’umiliazione dello spirito, opposto, e quanto stupidamente, ai bisogni primari. Dipenderà da noi di alzare un coro altissimo, un coro simile a quello dell’aquila dantesca degli spiriti giusti (Paradiso XIX), che sono innumerevoli voci distinte, e parlano di sé come di un solo io: ed è questo il solo luogo in cui non fa paura questo noi che è un io, questa unità di un noi, in cui sembra davvero levarsi sui millenni il volo di quest’aquila, che fu la nostra lingua.  

 

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