7 marzo 2021

La perdita dei “sensi di prossimità”

L’antropologa Ruth Finnegan in un celebre testo dal titolo Communicating. The multiple modes of human interconnection (2002) ci spiega che la comunicazione umana faccia-faccia si caratterizza per la multimodalità, cioè per il fatto che gli uomini comunicano utilizzando sempre contemporaneamente diversi canali tra loro interdipendenti.

Il tono di voce, l’efficacia dello sguardo, le espressioni del viso, la postura del corpo, la gestualità di mani e braccia, l’uso regolato del tatto, l’evocatività dell’olfatto, il potere simbolico dell’abbigliamento sono tutti elementi dell’interconnessione umana. Si tratta di un processo difficilmente circoscrivibile e descrivibile, altamente polisemico, che chiama in causa una straordinaria quantità di elementi interdipendenti, nel quale i partecipanti sono attivi e creativi nel loro relazionarsi.

 

La pandemia di Covid-19 e il conseguente lockdown hanno comportato un’improvvisa restrizione delle molteplici modalità dell’interconnessione umana, riducendo il campo della nostra straordinaria, quotidiana, relazionalità sociale a ciò che può essere comunicato attraverso le due dimensioni di uno schermo. Ne risulta potenziata la vista a scapito di tutti gli altri elementi: un ipervisualismo persistente che ci affatica e, alla lunga, ci deprime, causando la sensazione di una perdita di energia.  Come mi ha confidato un docente di scuola secondaria durante un’intervista in profondità sulla didattica in remoto:

 

«grande fatica […] e la cosa particolare che abbiamo notato tutti: tu metti energie lì dentro ma le energie non tornano, mentre nel rapporto diretto le energie tornano, quando entri in una classe senti che le energie arrivano, tu dai e ti tornano indietro, sei stanco ma sei anche ritemprato dal punto di vista emotivo, lì invece è esaurimento puro, alienazione totale».

 

Inoltre, nella comunicazione digitale la vista e l’udito non lavorano più in sinergia ma producono una specie di continua dissonanza cognitiva dal momento che, on-line, esiste sempre una discrepanza  temporale, più o meno accentuata, tra ciò che vedo (il volto di chi mi parla) e quello che sento (le sue parole che mi arrivano un po’ dopo, talvolta a scatti, talvolta accelerate); il tatto, poi, rinchiusi nelle nostre case, si riduce al digitare su una tastiera, cliccare, scrollare, quando non ad un frenetico lavare e disinfettarsi per paura del contagio.

 

Ma c’è una relazione ancora più diretta tra il Covid-19 e i nostri sensi. La sintomatologia della malattia, infatti, si manifesta in diversi casi con ageusia, la perdita del gusto, e anosmia, la perdita dell’olfatto.

Se molto si è parlato dell’obbligo, imposto dalla necessità di bloccare la diffusione della malattia, di mantenere un distanziamento fisico, dell’impossibilità di toccarsi e della sofferenza sociale causata da questi divieti, meno attenzione è stata rivolta alla perdita di olfatto e gusto.

L’olfatto e il gusto sono i sensi più intimi, definiti antropologicamente “sensi di prossimità”. Per essi non possediamo un sistema standardizzato di codifica e verbalizzazione come avviene invece per i “sensi a distanza” ‒ la vista e l’udito ‒, ma essi rinviano, più degli altri, al piano emotivo ed affettivo dell’esperienza.

L’odore di una persona è parte della sua irrepetibile unicità, suggerisce reciproca intimità e un legame ravvicinato speciale; gli odori dei contesti che frequentiamo sono una componente particolarmente significativa del senso di appartenenza ad una comunità (comunemente, lo straniero, il diverso, “puzza”). Ma l’olfatto è anche il senso che viene mobilitato durante momenti cerimoniali e terapeutici, il più legato alla dimensione simbolica e anche rituale della cultura. È in grado di stimolare il ricordo, profondamente commovente, di luoghi, persone, situazioni.

Il gusto, poi, è il senso che più ci lega in maniera sottile e inconsapevole alla nostra tradizione e memoria culturale dal momento che, come scrive Le Breton, in Il sapore del mondo. Un’antropologia dei sensi «i sapori privilegiati costituiscono un legame segreto e atemporale che lega l’individuo alla tavola della propria infanzia e, ancora oltre, alla propria madre che dà nutrimento»; metaforicamente il gusto definisce il piacere ‒ si assapora la vita, si degusta la bellezza di un paesaggio – e, del resto, un cibo o una bevanda graditi producono un benessere istantaneo, intenso, appagante.

Simbolicamente, la pandemia, così come ci toglie il respiro, ci toglie la parte dei nostri sensi più emotiva e intima, nonché la più misteriosa della relazionalità umana.

Come la toglie, temporaneamente, a chi ha contratto il virus, la nasconde anche dalla vita sociale dal momento che gusto e olfatto sono proprio i sensi che non possono essere esperiti e comunicati tramite il canale digitale, che caratterizza ormai gran parte delle comunicazioni quotidiane, ma necessitano invece della compresenza. Se possiamo condividere le nostre idee attraverso incontri in remoto, la visione di una foto o l’ascolto di buona musica con i nostri social, non possiamo condividere su una piattaforma aromi, profumi, fragranze, sapori. Sono digitalmente non codificabili e trasmissibili.

 

La sintomatologia della malattia da Coronavirus che comporta la perdita dei sensi di prossimità lascia aperti alcuni interrogativi: prefigura il futuro di un’umanità senza olfatto e senza gusto, sensi superflui per uomini e donne digitali? Oppure sollecita la nostra attenzione verso quel fondo irriducibile di fisicità, che abbiamo riscoperto essere una componente importante dell’interconnessione umana? O, ancora, ci ricorda che la comunicazione, e quindi la socialità, implica non solo un piano cognitivo, ma anche processi affettivi ed emotivi a cui non vogliamo rinunciare?

 

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