03 novembre 2016

La portata storica del viaggio di Bergoglio in Svezia

Lo dimostrano anche gli ultimi attacchi rivolti a papa Francesco da certi ambienti conservatori che non hanno digerito la scelta di partecipare alle celebrazioni luterane di Lund: il pericolo di una «deriva protestante» non ha mai abbandonato il dibattito interno alla Chiesa cattolica. Agli inizi del Novecento, l’antiprotestantesimo era stato utilizzato per reprimere quei teologi che venivano definiti «modernisti»; i protestanti erano accusati – spesso insieme agli ebrei – di congiurare contro la Chiesa di Roma per sovvertire l’ordine della Cristianità, alla Riforma si imputava di essere all’origine di quella genealogia dei mali moderni che aveva portato alla diffusione del socialismo. Un impianto sostanzialmente immutato fino alla svolta del Concilio Vaticano II. Da qui bisogna prendere le mosse per comprendere la portata storica di questo viaggio di papa Francesco in Svezia, in cui per la prima volta un papa ha preso parte a una ricorrenza, i cinquecento anni della Riforma protestante, organizzato dalle chiese luterane per ricordare l’affissione sul portale della chiesa del castello di Wittenberg delle 95 tesi di Martin Lutero sulle indulgenze.

Era stato Giovanni XXIII a riaprire ufficialmente il cantiere ecumenico. Al Concilio avevano partecipato come osservatori rappresentanti luterani, anglicani e ortodossi; nel decreto Unitatis redintegratio (1964) la Chiesa si era rivolta anche ai protestanti non più come eretici, ma come «fratelli separati» con i quali ritrovare la tensione unitiva del cristianesimo. Dal Vaticano II era uscito anche quel Segretariato per l’Unità dei cristiani che Giovanni Paolo II trasformerà nell’attuale Pontificio consiglio. A quest’ultimo si deve larga parte del lavoro di studio e di confronto degli ultimi decenni, fondamentale per l’elaborazione della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, datata non casualmente 31 ottobre (1999). Nel testo, redatto ad Augusta da teologi cattolici e luterani e firmato dal cardinal Kasper e dal Segretario generale della Federazione luterana mondiale, si affermava la complementarietà della fede e delle opere in vista del conseguimento della salvezza. Veniva introdotto il concetto di «consenso differenziato» p er cui si è d'accordo sulle affermazioni centrali e ci si differenzia su questioni che non impediscono la comunione.

Ciononostante, l’anno seguente la Congregazione per la Dottrina della Fede, all’epoca guidata da Ratzinger, emanava un documento contro alcune derive pericolose dell’ecumenismo. Nei contenuti e nel toni la Dominus Iesus sembrava riportare indietro il dialogo ai tempi dello scontro sulle concessioni dottrinali e sugli eccessi della teologia progressista, tensioni che avevano caratterizzato la discussione sulla ricezione del Concilio fin dagli anni Sessanta, ancora una volta nel segno della paura di una «protestantizzazione».

Negli ultimi anni, in particolare a partire dal discorso tenuto da Benedetto XVI a Erfurt nel 2011, sono stati fatti nuovi passi avanti e il dialogo si è progressivamente spostato dalla dottrina alle affinità tra le religioni cristiane di fronte alla crisi imposta dalla secolarizzazione (si veda la dichiarazione del 2013 Dal conflitto alla comunione). Come emerge dall’ultima intervista su «La Civiltà Cattolica», papa Francesco sembra aver spostato il focus dall’identità alla prassi, ovverosia all’incontro tra le Chiese in difesa degli ultimi. Nella dichiarazione congiunta il vescovo Munib Yunan, presidente della Federazione luterana mondiale (Flm), e il papa si sono impegnati a ritrovare l’unità nel comune impegno sociale: «Chiediamo a Dio ispirazione e forza per andare avanti insieme nel servizio, difendendo la dignità e i diritti umani, specialmente dei poveri, lavorando per la giustizia e rigettando ogni forma di violenza; per accogliere chi è straniero, per venire in aiuto di quanti sono costretti a fuggire a causa della guerra e della persecuzione, a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo». Anche se rimangono aperte questioni importanti, come l’intercomunione, l’incontro di Lund ha dunque ridotto notevolmente le distanze rinnovando il percorso ecumenico alla luce della trasformazione del mondo.

 

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