10 maggio 2020

La radio di Herman. Ovvero su democrazia e informazione

 

La storia è pressappoco questa. Siamo nell’America del 1940 e l’opinione pubblica dello Stato guida delle libertà occidentali è pervasa dal carisma di Charles Lindbergh, il primo aviatore americano a trasvolare l’Atlantico nel 1927. Lindbergh ha simpatie naziste, è stato in Europa e ha ricevuto un’onorificenza militare tedesca dalle mani di Göring. Intanto i venti di guerra scuotono l’Europa, Hitler ha invaso la Polonia provocando la reazione del Regno Unito e Francia. Roosevelt è propenso ad entrare in guerra a fianco degli Alleati, e mentre si ricandida eccezionalmente alla presidenza per il suo terzo mandato, alla Yale University viene fondato l’America First Committee per promuovere l’isolazionismo americano. Il momento è decisivo per le sorti degli USA e del mondo. Su questa cornice Philip Roth costruisce un capolavoro ucronico: Lindbergh vince le elezioni. In patria la sua propaganda diventa via via travolgente: “Chi vota per me vota per la pace”, è questo lo slogan accattivante che seduce il popolo americano, cavalcando alcune pulsioni razziste. Perché mandare i nostri ragazzi a morire in un altro continente in soccorso degli Ebrei? L’America viene prima di tutto. Dalla Casa Bianca, dove il nuovo presidente accoglie von Ribbentrop, alle periferie delle città americane, il Paese di Thomas Jefferson e del diritto alla felicità, di Lincoln e la lotta alla schiavitù, e di Woodrow Wilson ideatore della Società delle Nazioni, si fascistizza.

 

Siamo in una tradizione letteraria anglosassone che rovescia la realtà insegnando i pericoli o le opportunità attraverso utopie radiose o cupe. Così dal Cinquecento in poi l’Inghilterra diventa con Tommaso Moro Utopia, un secolo dopo il repubblicano James Harrington la trasfigura in Oceana, fino a George Orwell che ribalta ulteriormente le cose trasformando la culla del costituzionalismo nello Stato del Grande Fratello. E tuttavia la vicenda romanzata è meno fantasiosa di quello che la realtà spalanca davanti a noi. I romanzi nascono per darci degli occhiali speciali per vedere meglio ciò che ci sta capitando sotto gli occhi o ci potrebbe capitare.

 

Ma riportiamo lo zoom in quell’anno attraverso il film ricavato dal romanzo di Roth. C’è un comizio di un leader democratico contro il presidente filofascista. Herman Levin, il protagonista del romanzo (e del film), è lì, nonostante il clima ormai intimidatorio e ostile alle opposizioni, convinto ancora di trovarsi nella terra della libertà. Gli squadristi governativi intervengono, si infiltrano tra le file dei manifestanti, provocano, spingono, e poi colpiscono, mentre i poliziotti che attorniano la piazza assistono impassibili alla scena. Hanno l’ordine di mantenere l’ordine, che è quello di consentire ai picchiatori di sabotare con la violenza un libero raduno politico. Scene surreali? Ogni dittatura è nata così. Ma andiamo avanti. Herman rientra a casa malridotto con la testa sanguinante, uno spettacolo angosciante agli occhi sgomenti della moglie. Mentre la coppia si ricongiunge davanti casa, la radio dal salotto racconta ciò che è appena successo in città. Per quanto sia un’immagine fugace, questo fotogramma ha una potenza evocativa straordinaria. Dalla voce dello speaker ‘rivediamo’ i fatti accaduti poco prima e siamo informati che i sostenitori democratici sono responsabili di manifestazioni violente che turbano la quiete pubblica. È come se un’altra scarica di manganellate ripiombasse sulla testa di Herman. L’ultimo rifugio è crollato, quello della libera stampa. Proprio tra le mura calde della propria casa. Solo una narrazione imparziale, una corretta informazione al popolo americano avrebbe potuto fare giustizia degli ingiusti colpi ricevuti. Questo avrebbe sdegnato, smascherando l’autentico volto repressivo del potere.

 

La radio è al centro della trama di Philip Roth. Ovvero l’informazione e la democrazia. E quell’immagine, che unisce la radio di Herman al suo orecchio insanguinato dalle percosse squadriste, apre una finestra su un’altra tradizione, che inanella una storia di odiose persecuzioni. Nel 1898 Émile Zola aveva scritto, su un giornale, quello che sarebbe diventato il celebre J’accuse a difesa di un ufficiale francese vittima di un tremendo complotto giudiziario. Dreyfus veniva condannato per tradimento alla patria e deportato, ma la sua colpa era di essere ebreo. L’intento di Zola, o la sua ultima risorsa, era di mobilitare attraverso la stampa l’opinione pubblica perché fermasse una macchinosa e colossale ingiustizia. Come? Spiegando i fatti, provando a dare la propria versione rispetto alla “verità” ufficiale. Poco più di vent’anni dopo in Italia il deputato socialista Giacomo Matteotti informava in modo accorato il Parlamento delle violenze fasciste, e capovolgendo l’espressione dell’intellettuale francese, proruppe: «Io non accuso. Racconto». Esattamente come avrebbe fatto un paio di decenni dopo Primo Levi nel più grande romanzo sulla Shoah. Non una parola di biasimo o disgusto, di condanna o accusa sulle guardie naziste che colpiscono arbitrariamente i “pezzi” messi in fila alla stazione di Carpi, ordinati per essere deportati nei campi di concentramento. Basta dire ciò che è successo. Raccontarlo. Mostrare all’occhio pubblico l’episodio che rischia di rimanere un momento sconosciuto, o peggio, per evitare che venga divulgato in modo artefatto. Naturalmente sperando poi, o illudendosi, in una reazione morale contro l’ingiustizia, per scongiurare che certe cose non accadano più, o impedendo, leggendo un giornale, che accadano adesso, nella storia e nelle comunità in cui stiamo vivendo.

 

Ed è questo il punto che ci riporta a Herman Levin e alla sua radio. La democrazia vive di libertà, e di informazione indipendente. E chi si occupa di informazione ha un ruolo preminente. Ma deve riferire i fatti, non mistificarli. Orwell aveva immaginato un regime che riscrive la storia manipolando ciò che è accaduto per controllare il pensiero degli individui. Allo stesso modo la cronaca può essere manovrata, da chi ha interesse a farlo, con tecniche più o meno subdole, talvolta anche palesemente grossolane, per dare una versione falsata di quanto è accaduto e influenzare così le scelte delle persone. E addirittura, con stupefacente alchimia, fare passare per violenti quanti la violenza hanno subito, come è capitato al povero Herman. Anche noi sappiamo che un racconto fazioso può capovolgere i fatti. E chi non riporta i fatti ma si impegna a ingannare partecipa più o meno consapevolmente a quel complotto contro la democrazia di cui parlava Roth. Anche per questo in Italia abbiamo conosciuto la dittatura.

 

Post Scriptum. Il romanzo di Philip Roth Plot against America fu pubblicato nel 2004.

 

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