15 dicembre 2020

La retorica degli eroi e l’etica della salute

Era Natale, e i notiziari ci raccontavano di mercati orientali, pipistrelli e pangolini, infezioni respiratorie strane, “per fortuna” dall’altra parte del mondo, finché il Covid-19 non ci ha colpito e stordito. Abbiamo creduto, poi immaginato, quindi sperato che fosse una sindrome simil-influenzale, finché l’affluenza nei pronto soccorso e il suono incessante delle sirene delle ambulanze ci hanno messo di fronte ad un pericolo sconosciuto e insidioso, infido e spietato. Il Covid ha stravolto le nostre vite, ci ha dato una forza che non sapevamo di avere e ci ha reso un corpo solo. Stretti in un abbraccio ci siamo sostenuti, un silenzio rigenerante e una solitudine accogliente. Nessuno degli operatori sanitari si è sentito mai abbandonato. Abbiamo sperimentato la solidarietà, la generosità, l’umiltà. Abbiamo sentito parlare di una guerra, e ci hanno fatto sentire eroi. Ma non era una guerra, e noi non eravamo eroi. Il nemico è un essere che aggredisce e distrugge, attacca e si nasconde, e noi a difenderci e a difendere. Ma non chiamiamola guerra. Le guerre sono animate da odio e da interessi, e soprattutto hanno come fine quello di uccidere l’umanità. Nessuno ha scelto di essere eroe, se non di esserlo ogni giorno. Chi va in guerra senza armi e senza protezioni non è un eroe, è un essere umano che sceglie di fare fino in fondo il proprio dovere, di portare a termine il proprio lavoro, oltre il sacrificio. Perché il medico non è un eroe, o lo è ogni giorno.

 

Il virus è morto, il virus si è attenuato, il virus è scomparso. Lo abbiamo voluto, ci abbiamo creduto, ci siamo illusi, e ci siamo voluti illudere. Il Covid è tornato, con più violenza e con più forza di prima, perché la storia non insegna nulla o non vogliamo ascoltare il passato. E così ora siamo a bordo di barche in tempesta, cercando di tenere la rotta e di venirne fuori. La tempesta finirà e le acque si placheranno, per sempre o fino alla prossima ondata. Ma oggi non si applaude agli eroi, oggi non c’è più voglia. È un sentimento umano, il popolo è stanco e vorrebbe finisse tutto di colpo. L’eroe presuppone una guerra, e noi non vogliamo la guerra. Per questo odiamo gli eroi, per quello che rappresentano, non per quello che fanno. In questi giorni, a bordo o al timone di barche in tempesta, testimoniamo la dedizione e l’abnegazione, e assistiamo al sacrificio che non chiede e non pretende, uniti nell’unico obiettivo che ci accomuna: portare la barca fuori dalla tempesta e guidarla in porti sicuri. Abbiamo una gran voglia di abbracciare, di accarezzare; stringiamo mani e le teniamo strette, leggiamo negli occhi e registriamo i messaggi. Esultiamo quando tiriamo a bordo un naufrago, ci assale il tormento e la frustrazione quando il naufrago ci lascia la presa. Ma non possiamo mollare ora, ce lo impone la nostra etica. L’etica della salute, la dedizione alla cura, contro la retorica mistificante degli eroi.

 

La salute è il bene supremo dell’umanità, ai medici il compito di custodirlo e alle istituzioni il dovere di garantirlo. La salute è benessere, coinvolge la sfera emotiva e affettiva, implica una condizione di serenità che solo in parte prevede l’assenza di malattia. Il benessere è socialità, è sicurezza economica, è complicità ed empatia. Il Covid ha minato le basi del benessere, ha sgretolato l’essenza stessa della salute. L’isolamento totale durante la malattia e la lucidità di fronte alla morte, forse unici nella storia della medicina, hanno stravolto il concetto stesso di malattia e, implicitamente, la concezione di salute. Non è mai del tutto guarito chi ha vissuto l’isolamento e la sofferenza, ed è sofferente chi subisce gli effetti devastanti della pandemia sulla propria attività di sostentamento, di realizzazione, di occupazione. Il Covid ci sta insegnando che la malattia non si affronta con le metodiche convenzionali, ma con una visione globale e strategica. Ai percorsi separati, alle strutture dedicate, alle terapie e alla prevenzione vanno affiancate azioni di sostegno che mettano al sicuro la salute nella sua accezione più ampia. Il percorso separato e la struttura dedicata garantiscono i malati Covid?  Capovolgiamo il concetto: i percorsi e le strutture per Covid garantiscono gli individui non affetti da tale malattia. Il bene supremo è la salute del cittadino, che va oltre la necessaria guarigione del malato di Covid. 

 

E poi ci sono le famiglie, coinvolte in questa dimensione di sofferenza. Nella solitudine di chi è stato colpito dal virus c’è anche l’insopportabile frustrazione di chi viene privato della possibilità di dare l’unica medicina che un genitore, un compagno, un figlio può offrire. Non sono ammesse le visite dei parenti ai degenti. Sotto questa banale affermazione si cela quanto di più drammatico possa realizzarsi. L’uomo è solo ad affrontare la malattia, e a poco servono le videochiamate, poco alleviano le parole e i gesti dei sanitari. Facciamocene una ragione, siamo soli fino alla fine, che ci auguriamo ogni istante e ad ogni respiro possa essere lieta. Il Covid ha stravolto la concezione e la gestione della malattia. Ha creato un nuovo e inusuale rapporto tra paziente e medico. Perché è il linguaggio degli occhi e delle mani che ci riporta all’essenza del rapporto tra esseri viventi. Questa esperienza lascerà cicatrici indelebili in chi avrà sperimentato la condizione di paziente Covid e segnerà per sempre l’atteggiamento dell’operatore sanitario che ha vissuto questo periodo. Ma il linguaggio degli occhi e il contatto delle mani avranno squarciato per sempre la distanza tra paziente e operatore sanitario, nella consapevolezza che il dolore e la paura non vanno nascosti, vanno condivisi e affrontati. Non servono gli eroi, se non tutti i giorni.

 

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Immagine: Personale medico che assiste un paziente Covid-19 nell’Unità di terapia intensiva dell’Ospedale di Bergamo (5 novembre 2020). Crediti: faboi / Shutterstock.com  

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