20 novembre 2020

La salute nel curriculum: mantenersi in forma per prevenire le malattie/2

 

Come avviene concretamente il processo di invecchiamento del corpo umano? Quali fattori esterni ne accelerano o rallentano il progressivo decadimento? Cosa fare per mantenersi forti e in salute più a lungo? Il conciso opuscolo che qui presentiamo ci dà la risposta a molte delle domande che, anche alla luce della pandemia in corso, tutti i giorni ci poniamo.

 

                                               UNA LETTERA AI GIOVANI

Negli ultimi cento anni il benessere è cresciuto in modo esponenziale: l’aspettativa di vita è passata dai circa 40 anni degli inizi del 1900 agli oltre 80 di oggi. Molti ritengono che non ci sia mai stato un tempo migliore di oggi per entrare nella vita. Nei primi anni del XX secolo solo una persona su cinque festeggiava il sessantacinquesimo compleanno; oggi lo fanno settanta persone su cento. Un secolo fa era eccezionale giungere a cento anni; oggi nel mondo vivono oltre 100.000 centenari.

Allora, perché preoccuparsi? Perché l’allungamento della vita è avvenuto troppo rapidamente per dipendere da fattori genetici ed è solo frutto di benefici ambientali che forse stanno per svanire. Statistici e demografi sono ottimisti: estrapolano nel futuro la curva che descrive l’aumento della longevità nell’ultimo secolo e concludono che fra 30 anni la vita media sfiorerà addirittura gli 85 anni. I biologi però hanno molti dubbi perché i cambiamenti imposti dalla globalizzazione e dal deterioramento della qualità dell’ambiente già stanno accelerando la velocità con cui il corpo umano si usura, invecchia e si ammala. I guai li vedono addirittura anche i bambini, che hanno risposto in massa al grido di allarme di Greta facendo proprio il monito “non abbiamo un pianeta B!”.

Se li vedono anche i bambini è segno che i guasti sono grandi e i nodi stanno arrivando al pettine. Dal 2015 la vita media degli italiani ha cominciato a ridursi. Da tempo l’Unione Europea ha segnalato che la vita in buona salute si accorcia. La medicina spesso riesce solo ad allungare il tempo di una vecchiaia fragile e non-autosufficiente, e aumenta così a dismisura il numero degli anziani disabili costretti al ricovero in case di riposo, con grande sofferenza umana e costi sociali e finanziari immensi, forse sproporzionati, che rischiano di diventare insostenibili per le giovani generazioni. Per di più la qualità dell’ambiente cambia in modo non favorevole (lo ha dimostrato Covid-19, con le sue conseguenze mortali correlate con l’inquinamento atmosferico). Il riscaldamento globale da gas serra è ormai incontestabile, ed è destinato a sfuggire al controllo dell’uomo (si sta sciogliendo il permafrost, che può liberare nell’atmosfera quantità gigantesche di CO2 e metano, ben superiori a quelle già così pericolose emesse dalle sconsiderate attività dell’uomo). Non ci sono scelte. Sarà bene che le nuove generazioni si preparino ad affrontare un mondo molto difficile e che la scuola insegni loro come farlo.

Dopo tante notizie cattive ce ne sono anche di buone: oggi sappiamo come contrastare la progressione del declino di tutte le nostre difese causato dall’invecchiamento biologico, che favorisce tutte le malattie e riduce la capacità di affrontare con successo ambienti sfavorevoli. La vita futura dei nostri giovani dipenderà sempre più dal loro stile di vita. Le scelte dovranno essere fatte al più presto, perché l’invecchiamento comincia a mordere già prima dei 20 anni. Ma non sarà mai troppo tardi per cominciare. Leggendo con attenzione questo libricino offerto in pdf a voi e ai vostri professori dalla Associazione Alberto Sordi, dalla Scuola superiore Sant’Anna tramite i suoi ex-allievi, dal Rotary e dalla Città di Volterra, prossima candidata a Capitale italiana della Cultura, imparerete a minimizzare i segni che il tempo giorno dopo giorno lascia nel nostro corpo, e quindi ad aumentare le probabilità vostre e dei vostri cari di vivere a lungo in buona salute anche in un mondo difficile. Volete saperne di più? Basta che leggiate L’Arte della Longevità in buona Salute, Edizioni ETS, 2012, o che contattiate direttamente l’Autore (ettore.bergamini@gmail.com).

 

 

                                                  APPROFONDIMENTO I

 

Gli effetti dell’inquinamento. Che cosa accade a Taranto?

Sessanta anni fa Taranto era una città bellissima e poverissima, su due mari (mar grande e mar piccolo), con un porto importante. Per queste ragioni Taranto fu prescelta per farne un polo industriale. Nel 1965 venne inaugurato dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat il IV Centro Siderurgico Italsider, il più grande centro per la produzione dell’acciaio in Europa. Grazie a questa nuova realtà industriale, e disponendo di un grande porto mercantile, la città conobbe un marcato slancio dell’economia locale, con conseguente aumento della popolazione e del reddito pro-capite, e divenne negli anni a seguire zona di insediamento di cementifici, raffinerie ed industrie metalmeccaniche. Migliaia di navi hanno portato milioni e milioni di tonnellate di minerali ricchi di ferro. Milioni di tonnellate di scorie hanno “arricchito” il territorio di inquinanti pericolosi per la salute. Le ciminiere hanno disperso nell’aria diossina, gas tossici, particolato fine.

Purtroppo nell’ambiente di Taranto sono stati immessi molti inquinanti che aumentano lo stress ossidativo, inclusi metalli (Fe, As, Pb, Cr, Va, Ni); particolato fine (PM10, PM 2,5); gas tossici (NO2, SO2); idrocarburi ciclici (Benzene, Antracene, Benzopirene ecc.); diossine; asbesto. Le conseguenze si sono fatte attendere a lungo (il periodo di “incubazione” di molte malattie invecchiamento associate può superare i venti anni) ma alla fine stanno arrivando, e sono impressionanti. A TARANTO L’INVECCHIAMENTO BIOLOGICO È PIÙ VELOCE CHE ALTROVE E AUMENTANO TUTTE LE MALATTIE DELL’ETÀ ANZIANA (I TUMORI NON SONO L’UNICO PROBLE

     Aumento della mortalità a Taranto tra 2003 e 2009 (Istituto superiore di Sanità: Rapporto Sentieri)

  Come spesso accade i più sacrificati sono i più deboli (i bambini):

   Bambini mortalità 1.o anno + 20% Malattie perinatali + 50%

 

 

                                                     APPROFONDIMENTO II

Effetti benefici della alimentazione intermittente. Qualche esempio

1. Giunto a 39 anni, un uomo alto 1 metro e 60 con un peso di 83 Kg (body mass index - BMI - 32,4 - il valore ottimale sarebbe 25; girovita 100 cm) dato che la sua pressione arteriosa sta aumentando (140/90) decide di cambiare stile di Non rinuncia al cibo (continua ad assumere circa 3000 calorie al giorno) ma riduce il numero dei pasti (si alimenta solo alla sera) e ne migliora la qualità (poca carne, più pesce, molti colori e una compressa di DANIVIN, neutraceutico contenente polifenoli e resveratrolo). Inoltre si prepara al pasto serale con oltre un’ora di jogging. Ecco alcuni effetti:

2. Un uomo di 49 anni HIV positivo fu sottoposto a terapia HAART per bloccare la proliferazione del virus e prevenire la sindrome da HAART però inibisce il ricambio dei mitocondri, causa accumulo nelle cellule di mitocondri vecchi e malfunzionanti e aumenta lo stress ossidativo e la velocità dell’invecchiamento cellulare. Per l’aumento dello stress ossidativo si attiva la sintesi di poliprenoli (dolicolo, ubichinone e colesterolo) e si anticipa la comparsa di tutte le malattie invecchiamento-associate. A due anni dall’inizio della terapia HAART il paziente già mostrava un quadro di lipodistrofia, con iperglicemia, iperinsulinemia, aumento dell’indice HOMA, iperlipidemia. Il consiglio del medico fu di seguire lo stile di vita qui descritto (DANI), assumere 250 mg di ACIPIMOX a digiuno e 1 cp di DANIVIN dopo cena. L’adozione consentì di normalizzare in pochi mesi nell’ordine trigliceridemia, colesterolemia e glicemia, riducendo progressivamente insulina e indice HOMA. “Già dopo 1 mese il paziente disse al medico “Non mi sono mai sentito così bene”

Tabella III. Effetti benefici del trattamento DANI

Il trattamento DANI (iniziato al tempo 0) ha normalizzato in pochi mesi nell’ordine la concentrazione di trigliceridi, colesterolo, glucosio e insulina nel plasma del malato di AIDS facendo regredire la lipodistrofia prodotta da due anni di trattamento HAART, riducendo così il rischio di aterosclerosi e diabete.

 

HOMA index è un indice calcolato dai valori di insulinemia necessari per mantenere la glicemia ai livelli osservati. Inferiore a 1 nelle persone di età inferiore a 20 anni aumenta poi normalmente con l’età, tanto da raddoppiare a 50 anni. Ciò è dovuto all’accumularsi nelle membrane cellulari di recettori ormonali danneggiati dallo stress ossidativo per l’imperfezione dei meccanismi riparativi. La terapia HAART ingigantisce il fenomeno inibendo il ricambio delle proteine di membrana. Il trattamento DANI contrasta l’effetto indesiderato di HAART stimolando il ricambio.

3. A chi proprio non riesce a sopportare la sensazione di fame può essere utile dare al proprio corpo la possibilità di ripulirsi e rinnovarsi durante il Un diabetico di 86 anni decise (gennaio 2016) di eliminare ogni disagio seguendo questa strategia (fare una cena leggerissima prima delle 20, e a notte fonda assumere 250 mg di ACIPIMOX). I risultati delle analisi di laboratorio gli hanno dato ragione. Qui sono riportati per gentile concessione i valori dei livelli di emoglobina glicata prima (2015) e dopo la adozione del trattamento. Si noti che la riduzione dello 0,4% dei valori di emoglobina glicata segnala una riduzione significativa del rischio di infarto, ictus e morte per qualunque causa (Selvin et al. N Engl J Med. 2010 Mar 4;362(9):800-11) malgrado un aumento dell’età di quasi due anni.

                                       APPROFONDIMENTO III

 

L’aria non costa niente (per ora) ma è il bene più prezioso

Ne usiamo più di 15 Kg ogni giorno (contro 1 Kg di cibo e 2 Kg di acqua); senza si muore in minuti (senza cibo si può vivere per due mesi; senz’acqua per due giorni); giunge a pochi micron dal sangue, cui cede subito ossigeno e ogni gas inquinante, che quindi giungono a tutte le nostre cellule in pochi secondi. Allora perché la maltrattiamo, sporcandola di ogni tipo di gas nocivo (anidride solforosa e solforica, ossido e biossido di azoto, ozono, idrocarburi, ecc) con scarichi di automobili, riscaldamenti e ciminiere? Perché non la si rispetta e protegge almeno come si fa con il cibo del nostro piatto e l’acqua del nostro bicchiere? Che senso ha farne una discarica bruciando i rifiuti nei così detti “termovalorizzatori”, per poi respirarne i fumi e immettere direttamente nel sangue le tossicità che contengono?

La Natura ci difende solo da pericoli per la salute simili a quelli che erano nell’aria di decine di migliaia di anni fa, non dai molti, nuovi, di oggi. Anidride solforosa e solforica, ossidi di azoto e ozono si sciolgono nei fluidi che umidificano gli epiteli delle vie respiratorie. Gli acidi che le anidridi formano con l’acqua (acido solforoso e solforico) e il danno radicalico da nitrossidi e ozono causano infiammazione e compromettono la funzione dell’epitelio ciliato delle vie respiratorie, che depura l’aria dal nostro nemico numero uno: il particolato.

PM10 … PM2,5 … Perché sono così pericolose? È semplice! Sono più piccole del particolato che può contenere batteri. Noi siamo i discendenti di chi riuscì a pulire l’aria dai batteri, impedendo loro di giungere al polmone e causare polmonite, una infezione mortale. Siamo capaci di ripulire bene l’aria che respiriamo dalle particelle con diametro aerodinamico di 10 o più micron (cioè più grandi delle PM10). In parte le fermiamo nelle fosse nasali; altre vanno a sbattere sulla parete posteriore del rinofaringe dove l’aria deflette di 90° per avviarsi alla trachea (lì, dopo la nascita, si forma la tonsilla faringea, che produce le immunoglobuline (IgA) che proteggono dalle infezioni aerodiffuse. Però se cresce troppo l’organo ostacola il respiro: le adenoidi); altre ancora sedimenteranno sullo strato di muco che riveste trachea e bronchi, dove l’aria, rallentando, ne lascia il tempo. (Il muco, spinto dalle ciglia dell’epitelio vibratile alla velocità di 2 cm/min, riporterà poi i batteri al faringe in meno di 10 minuti, prima che possano moltiplicarsi!. Respirare aria fredda – peggio se a bocca aperta – raffredda l’epitelio; le infezioni virali e i gas tossici lo danneggiano; entrambi questi fattori disturbano il moto ciliare, rallentano il muco e danno ai batteri tempo per moltiplicarsi e causare bronchite e polmonite: ad esempio, post-influenzale, post-morbillosa). I problemi oggi vengono dalla presenza nell’aria di molte particelle più piccole, da noi prodotte bru-

ciando combustibili fossili. Le PM10 (le polveri inalabili) sono ben trattenute nel tratto superiore delle vie respiratorie: fosse nasali, faringe, laringe; mentre le più fini PM 2,5 (le polveri respirabili) giungono fino ai piccoli bronchi e agli alveoli polmonari. A seconda della sede di arresto e del contenuto in elementi (ad es. carbonio, piombo, cadmio, arsenico), composti (nitrati, solfati, composti organici) o miscele complesse (ad es. scarichi di veicoli diesel) le particelle possono causare irritazione (secchezza) o infiammazione di naso e gola, costrizioni bronchiali, aggravamento di malattie respiratorie croniche (asma, bronchite), ed anche neoplasie. Negli alveoli intervengono le cellule difensive (i macrofagi alveolari), che reagiscono contro queste intruse come reagirebbero contro i batteri: tentano (inutilmente) di ucciderle bombardandole con ROS e di digerirle con enzimi idrolitici, e così danneggiano il tessuto polmonare. Il danno causato da ogni particella fine penetrata negli alveoli si somma agli altri e accelera l’invecchiamento del polmone (invecchiamento estrinseco) anticipando nel tempo la comparsa di enfisema, fibrosi e di riduzione dell’elasticità (compliance) del polmone, con conseguente declino di ventilazione, diffusione dei gas e ossigenazione del sangue venoso.

Contro queste nuove nemiche la difesa è difficile. Non si può smettere di respirare! Serve quindi praticare con urgenza la prevenzione, sia ambientale che personale, cioè ridurre la produzione e la inalazione delle polveri. Ogni particella fine fa danno. Non basta contenere la concentrazione delle PM sotto i limiti pericolosità stabiliti per legge (troppo elevati: media annuale inferiore a 40 µg/m³ e massimo giornaliero di 50 µg/m³ per non più di 30 giorni). In molte città (anche a Milano) già oggi il particolato riduce l’aspettativa di vita di quasi 2 anni (0,77 anni ogni 10 µg/m³ di PM2,5); il PM10 aumenta l’asma tutto l’anno e le bronchiti in inverno (anche a causa degli idrocarburi policiclici che veicola); il PM2,5 aumenta il rischio di insorgenza di tumori. Le statistiche dicono che in Europa le PM contribuiscono ad almeno 400000 morti premature ogni anno; che ogni aumento di 5 µg/m³ di PM 2,5 aumenta del 18% il rischio di morte per tutte le cause. In attesa che si superi il ricatto occupazionale e che l’intervento del legislatore sia più efficace è bene che ognuno pensi alla propria salute. Soprattutto nelle città conviene tappare le fessure da cui può entrare in casa aria inquinata. Altri suggerimenti: arieggiare le stanze solo al mattino presto, quando ancora non c’è traffico; impiantare in casa e nell’auto purificatori di aria; camminare lungo le vie meno trafficate; non stare a lungo all’aperto in luoghi trafficati; indossare filtri facciali protezione 3 (maschere FFP3) o almeno filtri endonasali. Si ricordi che l’attività fisica in ambienti polverosi aumenta la respirazione e quindi anche il danno. Qualche beneficio può venire da un buono stile di vita alimentare e dalla supplementazione di preparati antiossidanti a base di polifenoli e resveratrolo in rapporto ottimale.

 

 

                                       APPROFONDIMENTO IV

 

Come prevenire il contagio da Covid 19 (e da tutte le malattie infettive diffuse con l’aria)

La malattia da Covid-19 è un tipico esempio di malattia aero-diffusa. Quanto ora leggete vale anche per il contagio da qualunque malattia infettiva aero-diffusa, e quindi, ad esempio, anche contro il virus della influenza e del raffreddore, che pure trovano nelle vie respiratorie la porta di accesso nel nostro corpo. Al pari di tutti gli agenti patogeni per l’uomo (capaci cioè di vivere e moltiplicarsi nel nostro corpo, spesso causando malattia, e incapaci di sopravvivere a lungo fuori di esso) Covid-19 deve passare il più rapidamente possibile dalla persona malata o portatrice (il così detto “serbatoio”) alle vie respiratorie di un nuovo ospite, la nuova vittima. La prima tappa? Il virus deve essere espulso con l’aria espirata. Ciò difficilmente accade durante la respirazione normale; riesce bene, e il virus esce in gran copia, con i colpi di tosse e gli starnuti, quando il virus è sospeso nelle piccole gocce di secreto che vengono disperse a distanza nell’aria emessa a forte velocità. Nelle goccioline il virus si trova protetto, e tale rimane anche quando, dopo pochi secondi, le goccioline si seccano e lo lasciano rivestito dalle sostanze organiche presenti nell’escreto. Una volta emesse, goccioline e i residui solidi (“droplet nuclei”), le principali sorgenti infettanti, raramente percorrono più di uno o due metri prima di cadere al suolo. In questa forma, sospeso nell’aria, in un mondo a lui ostile, il virus attende che la vittima lo inali con i suoi atti di inspirazione per poter giungere ad un nuovo ambiente utile alla riproduzione. Per lui è una corsa contro il tempo, ed è questione di vita o di estinzione: al di fuori del corpo umano la sua vita infettante è molto breve; e per la sua sopravvivenza è un pericolo fatale che le potenziali vittime rispettino il distanziamento sociale, e si mantengano ad una distanza che rende difficile la sua inalazione; per lui è invece una fortuna che le potenziali vittime ci avvicinino al serbatoio proprio nel mentre lui lo sta lasciando, soprattutto se ad un tempo respirano a fondo inalando grandi quantità di aria (ricordate il paziente “uno” e la sua partita di calcio subito prima dello scoppio della malattia?).

Naturalmente, nel corso della propria storia biologica anche la specie cui appartiene la potenziale vittima ha imparato come difendersi dalle infezioni. Quindi, per il virus raggiungere una vittima non significa aver conquistato la vittoria. La più gran parte delle particelle infettanti non riuscirà a portare a termine con successo la propria missione riproduttiva. A proposito, si aprono tre diversi possibili scenari, la cui probabilità dipende sia dalla concentrazione delle particelle virali nell’aria, e quindi dal numero delle particelle inalate ad ogni atto respiratorio (la così detta “carica infettante”), sia dalla resistenza dell’ospite (ad esempio, dalla sua età). Se la carica è molto alta e/o le difese sono deboli, il numero degli aggressori travolgerà le difese e sarà tale da dar luogo ad una proliferazione tumultuosa con grave malattia. Se il numero è discreto e le difese buone, proliferazione ed efficacia delle contromisure potranno bilanciarsi e potrà stabilirsi una condizione di equilibrio utile sia al virus che all’ospite, che non si ammala ma funge da portatore sano, che senza danno contribuisce al mantenimento del virus nell’ambiente e alla sua diffusione. Infine, se la carica infettante non è sufficiente a stabilire una solida testa di ponte nell’organismo ospite prima o poi il virus sarà eliminato, il tampone diventerà negativo, l’ospite sarà salvo e non più infettante, ma porterà in sé a lungo la traccia dell’avvenuto contagio perché nel suo sangue rimarranno anche per molti mesi anticorpi specifici, le armi usate per neutralizzare il potere infettante del virus e debellare l’infezione.

Da quanto si è detto ben si comprende il perché delle raccomandazioni degli esperti. Portare la mascherina coprendo naso e bocca? Blocca l’emissione delle goccioline cariche di virus, e protegge dal contagio chi ci sta accanto riducendo la carica infettante. Rispettare il distanziamento sociale? Allunga il tragitto che il virus deve percorrere per giungere alle nostre vie respiratorie e favorisce la diluizione nell’aria della carica infettante, e quindi rende meno probabile un grave contagio. Aver cura che l’ambiente sia bene areato quando si deve stare in compagnia di più persone in un ambiente confinato? La buona aerazione dell’ambiente favorisce la diluizione della carica infettante emessa da soggetti malati o portatori. I virus sono dispersi in un grande volume di aria, e la diluizione delle particelle virali riduce il numero degli agenti infettanti che può essere inalato ad ogni atto respiratorio. Perché mettere i guanti? Perché con le mani tocchiamo ogni oggetto su cui le goccioline e i loro residui infetti possono essersi depositati. Sappiamo infatti che con le mani, che potrebbero essere state contaminate inavvertitamente, subito tocchiamo anche naso e bocca, trasportandovi così anche batteri e virus. Hare e Thomas contarono quante volte ogni studente toccò naso e bocca durante l’ora di lezione: non meno di 120! Quindi, quando si va in luoghi potenzialmente contaminati è bene portare i guanti (anche per ricordarsi di non toccare il viso). Comunque, è sempre buona regola lavarsi spesso e bene le mani. Una buona lettura per saperne di più? I capitoli 28 e 29 del vecchio trattato di Patologia generale di Lord Florey (Piccin editore, 1971) a mio avviso sono ancora oggi i migliori.

 

                                      APPROFONDIMENTO V

 

                                    I nostri punti più deboli

La selezione naturale ha perfezionato il nostro corpo per resistere ai pericoli dell’ambiente di decine di migliaia di anni fa. Oggi però l’ambiente è cambiato e consente una vita molto più lunga, ma qualità utili in passato sono diventate debolezze che espongono alle malattie dell’età anziana. Ecco qualche esempio.

 

Il controllo del peso corporeo è imperfetto

Oggi sempre più spesso il peso corporeo supera i limiti dell’obesità: cioè un indice di massa corporea (BMI: Peso in Kg/altezza in metri al quadrato) superiore a 30. Nei paesi ‘ricchi’ gli obesi sono ormai più del 15%. Perché? Un tempo, prima della rivoluzione agricola, non era facile trovare cibo, e l’uomo primitivo restava spesso a digiuno per molti giorni (in media due-tre, con punte fino a trenta) mantenendosi in buona forma (bisognava preservare la capacità di trovare cibo). A quel tempo era favorito chi, nei brevi momenti di abbondanza, riusciva a mangiare più del necessario accumulando scorte di energia in forma di grasso. Perciò noi, che siamo i discendenti, abbiamo un centro della sazietà pigro, uno stomaco lento nel rispondere alla distensione (che segnala la sazietà riducendo i livelli plasmatici di grelina), e un centro della fame attivissimo, che spinge alla continua ricerca di cibo. Così mangiamo, spesso con ingordigia, cinque volte al giorno cibo gradevole (raffinato e pieno di grassi, a parità di volume più ricco di calorie), mettendo in crisi il controllo gastrico, incuranti del fatto che le molte comodità e l’inattività fisica di oggi riducono il fabbisogno energetico. Basta un eccesso di 200 calorie al giorno (un pezzetto di dolce), per mettere su dodici chili all’anno e divenire obesi. Il grasso dapprima va nel sottocutaneo; poi, al segnale di troppo pieno, va nell’addome (il girovita supera 102 cm nel maschio e 88 cm nella femmina: viene la pancetta!); nel fegato (steatosi non etanolica) e anche nei muscoli (in tal caso è in atto una sindrome metabolica). L’aumento del peso nuoce a ossa e articolazioni (causa artrosi, favorisce la sedentarietà, riduce il fabbisogno calorico e innesca un circolo vizioso che rende sempre più arduo il compito di perdere peso) e respiro; inoltre accelera l’invecchiamento e la comparsa di tutte le malattie invecchiamento-associate (si veda il capitolo 4). Un consiglio per non diventare obesi? Fare ogni giorno una intensa attività fisica, consumare cibo con poche calorie per unità di volume (cibi integrali, verdure ricche di fibra), mangiare molto lentamente e mai fuori dei due, massimo tre pasti giornalieri.

 

Il diabete mellito è in forte crescita

Le nostre cellule hanno bisogno di un ambiente di composizione ottimale e costante (omeostasi). Dopo la nascita, con il passaggio ad una alimentazione intermittente, fatta di brevi, rari momenti di abbondanza e di lunghi tempi di penuria (negli intervalli fra i pasti), l’omeostasi è difesa trattenendo nel fegato (zuccheri e aminoacidi) e nel tessuto adiposo (i trigliceridi) l’alimento assorbito, per poi distribuirlo in maniera oculata nel successivo digiuno. Entrambi i depositi hanno una sola porta di entrata e uscita: il sangue. A regolare il traffico ci pensano alcuni ormoni, e in particolare l’insulina, l’ormone presente nelle cellule beta del pancreas, in piccola parte in forma libera e in grande quantità come precursore (pro-insulina) in granuli specifici. Durante la digestione, all’inizio dell’assorbimento, messaggi (peptidi) intestinali spingono le cellule beta a rilasciare subito l’insulina già pronta, per comandare al fegato di interrompere le erogazioni e di prepararsi invece allo stoccaggio dei nutrienti in arrivo. Poi la pro-insulina dei granuli genera in pochi minuti le grandi quantità di insulina necessarie per sostenere l’attività di deposito nel fegato e giungere anche al tessuto adiposo e ai muscoli, per il deposito, rispettivamente, dei grassi e degli zuccheri e degli amminoacidi sfuggiti al fegato. Terminato l’assorbimento, l’insulinemia cala ma resta sufficiente a moderare il rilascio di nutrimento dal fegato e dal tessuto adiposo adeguandolo ai bisogni. Con gli anni la funzionalità delle cellule beta cala, il tempo per il recupero dei granuli si allunga, mentre il fabbisogno di insulina cresce per l’aumento della resistenza dei tessuti all’ormone. Così nelle cellule beta cala l’insulina subito disponibile, e il fegato, non più preavvertito, tarda ad accantonare i nutrienti in arrivo, che giungono al circolo generale (iperglicemia postprandiale). Poi l’insulina cala ancora e non modera più la liberazione di glucosio e di grassi dai depositi. Esaurito il glicogeno, il fegato genera nuovo glucosio dagli aminoacidi (neoglucogenesi) consumando energia prodotta ossidando parzialmente grassi (si formano corpi chetonici che acidificano il sangue: chetosi). Di qui l’iperglicemia a digiuno, la perdita di glucosio (glicosuria) e di corpi chetonici (chetonuria) con le urine e il dimagrimento. La malattia è più frequente tra individui di mezza età, in sovrappeso o obesi, con famigliarità diabetica. La diagnosi è posta se la glicemia a digiuno supera 110 mg/100 ml e l’emoglobina glicata il 6,5%. Prevenire è facile: seguire lo stile di vita suggerito nel capitolo 13 e nell’approfondimento II.

 

Dolce e salato: piacciono ma fanno male

Il dolce? È segnale di nutrimento: il trucco delle piante per far trasportare dagli animali i loro semi maturi lontano dalla loro ombra (il mirtillo palustre, che si serve dell’acqua, non fa dolci i frutti maturi!). Anche l’uomo è stato al gioco tanto da sviluppare una dipendenza (non c’è uomo che non ami il dolce, e non ami comprare cibi di questo sapore: lo sa bene chi fa prodotti da forno!). Il problema? Il dolce è dato da zuccheri semplici che, assorbiti rapidamente, affaticano il pancreas endocrino facendolo invecchiare più rapidamente e favoriscono l’obesità e il diabete.

Il salato? Piace a tutti perché il cloruro di sodio è raro in natura (fu addirittura usato come moneta: di qui “salario”). Il corpo lo cerca, non lo perde con le urine e quindi lo accumula. Oggi il sale è abbondante e a buon mercato e ne mangiamo troppo. Il pericolo? L’ormone natriuretico si riduce nell’età matura e anziana; essendo l’unica salvaguardia contro l’accumulo eccessivo, il calo favorisce l’aumento del volume del sangue e della pressione sanguigna. Il rimedio è semplice anche se può non piacere: mangiare senza sale.

 

Le piastrine sono troppo brave per la vita di oggi

Correre velocemente poteva salvare la vita dell’uomo primitivo, e perciò la selezione ha minimizzato il volume del sangue, pur essendo alto il rischio di ferite, favorendo però ad un tempo lo sviluppo di un meccanismo emostatico capace di arrestare le emorragie in pochi secondi. Il merito va alle piastrine, frammenti di cellule (150000-300000/mm3, circa 1% del volume del sangue) capaci di attivarsi (divenire ‘appiccicose’) e sigillare dall’interno le ferite dei vasi agendo come cerotti. Tutto funziona bene se la lesione comporta stravaso del sangue: le piastrine del sangue che stravasa si attaccano alla ferita e fra loro e formano in pochi secondi un tappo (tappo piastrinico) che arresta la emorragia e viene poi consolidato con l’aggiunta di fibrina, prodotta dalla coagulazione del fibrinogeno sulla loro superficie. Il lavoro è completato con la liberazione del fattore di crescita piastrinico (PDGF) che promuove la cicatrizzazione della ferita. I problemi vengono se la lesione (come spesso accade) interessa solo l’endotelio e il sangue non stravasa, perché il tappo può crescere all’interno del vaso formando un trombo, parietale o occludente. Inoltre, in una lunga vita, lesioni e riparazioni possono ripetersi nello stesso luogo e causare ispessimenti e alterazioni della parete. Quindi la bravura delle piastrine oggi può far danno favorendo l’aterosclerosi, e va frenata con la cardioaspirina.

 

Vista e udito: non sono fatti per la vita di oggi

Per i nostri antenati, cacciatori e raccoglitori, era vitale individuare cibi e prede e evitare per tempo ogni situazione di pericolo. Fummo quindi selezionati anche sulla base della capacità di vedere nitidamente oggetti lontani, tanto che l’occhio emmetrope, forma nitidamente l’immagine di oggetti a distanza infinita sulla sua retina senza bisogno di accomodazione alcuna, cioè in condizioni di riposo. Oggi invece la vista è impegnata per la maggior parte del tempo nell’osservazione di immagini molto vicine, e le funzioni di accomodazione sono troppo stimolate. La conseguenza? Aumentano tutti i difetti visivi, prima fra tutti la miopia per fattori ambientali e abitudini in ascesa (maggiore livello di istruzione, diffusione di dispositivi che obbligano a guardare da vicino e in condizioni di scarsa luminosità, urbanizzazione, cambiamento delle abitudini alimentari, minor tempo trascorso all’aperto). Nel 2050, la miopia potrebbe affliggereì metà della popolazione mondiale (quasi 5 miliardi di persone); fra 10 anni, il numero dei miopi potrebbe sfiorare i 2,5 miliardi. In Italia va un po’ meglio, ma le cifre restano alte: i miopi sono oltre il 30% della popolazione.

La rumorosità del nostro ambiente di vita favorisce un deterioramento dell’udito che inizia molto presto, dall’età di 18 anni circa. Con l’avanzare dell’età sono colpite (presbiacusia) più le alte frequenze che le basse e gli uomini più frequentemente rispetto alle donne. Una conseguenza immediata è che anche i giovani adulti possono perdere la capacità di udire i suoni ad altissima frequenza, sopra 15 o 16 kHz, anche se la perdita di udito legata all’età può diventare evidente solo più avanti nel corso della vita. Gli effetti dell’età possono essere aggravati dall’inquinamento acustico, sia nel lavoro sia nel tempo libero (musica, ecc).

 

 

                                         COME DIFENDERSI DALLA CALURA ESTIVA

Ormai lo ammettono tutti. La temperatura del pianeta aumenta: la terra ha la febbre! La febbre fa bene, dicono i medici: aiuta ad uccidere i microbi. È vero, questa febbre è utile al pianeta … perché fa male a noi, che siamo la causa della malattia! Già le statistiche dicono che questa febbre comincia ad avere effetto: malgrado i continui progressi della medicina, dal 2015 la vita degli italiani ha cominciato ad accorciarsi!

È estate; è arrivato il gran caldo: che fare? Non c’è tempo per guarire il pianeta. Tra l’altro, non lo si può fare da soli. Certamente è ora di smettere di imitare i passeggeri del Titanic (continuando a ballare, cioè a consumare petrolio, come se niente fosse) e di usare sobrietà nel consumo di energia per guadagnare tempo e ritardare il disastro. Nel frattempo però è bene imparare a proteggersi dagli effetti dannosi del maggior caldo estivo, aggravati negli anziani dal declino senile dei meccanismi della termoregolazione (perfusione sanguigna della cute, funzione delle ghiandole sudoripare, compenso renale delle perdite di acqua con il sudore, sensibilità allo stimolo della sete).

Occorre innanzi tutto conoscere il bilancio del calore. Per vivere serve energia, che si ottiene “bruciando” cibo e producendo calore (ogni giorno circa 2000 calorie. Una caloria è la quantità di calore che riscalda di un grado un litro di acqua). Se questo calore non è subito trasferito, per contatto o irraggiamento, agli oggetti intorno a noi, aria inclusa, i 50 litri di acqua del corpo si riscaldano pericolosamente, e si può morire in poche ore. Se intorno a noi è molto caldo, contatto e irraggiamento possono non bastare, e deve intervenire l’evaporazione dell’acqua riversata sulla pelle con il sudore (con cui si eliminano 580 Calorie per litro di sudore evaporato). A clima molto caldo e umido possono servire 3 litri di sudore (acqua e sali, non si compensa bevendo solo acqua) o anche più, se parte del sudore gocciola via senza evaporare. C’è allora rischio di disidratazione: la produzione di urine si riduce (fino a 0,5 litri al dì: si urina poco e di rado!); calano peso corporeo e pressione arteriosa; la mente diviene confusa; infine si va in collasso circolatorio e si muore. A maggior rischio sono gli anziani con malattie che riducono le funzioni renali e cardiocircolatorie.

Come difendersi senza andare in alta montagna e senza ricorrere ai condizionatori (tra l’altro, è meglio e più economico installare ventilatori a soffitto!), che consumano soldi e energia e fanno male all’ambiente? Ecco qualche consiglio utile a tutti e poco costoso. Per la casa? Aprire le finestre al fresco della notte e chiuderle alla luce e al caldo del giorno mantenendo la ventilazione. Per produrre (e dover disperdere) meno calore? Ridurre l’attività fisica nelle ore calde; mangiare “leggero e sano”: poche proteine (da chiaro d’uovo, pesce, soia) e tanta frutta e verdura di molti colori; acqua in abbondanza. Per favorire la dispersione del calore? Usare vestiti leggeri e larghi che lascino scoperte braccia e gambe. Per evitare di sudare troppo e di rischiare la disidratazione? È semplice: bagnarsi più volte al giorno con acqua tiepida (una breve doccia) e lasciarsi poi asciugare all’aria (se necessario anche davanti al ventilatore!). Si godrà il fresco dell’alta montagna a buon mercato (ma attenti ai dolori!). È importante poi controllare ogni giorno il proprio peso: se, pur avendo seguito i consigli, il peso cala molto (anche più di 1 Kg al giorno) non rallegrarsi: non è dimagrimento, è disidratazione e va subito sentito il medico.

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