13 dicembre 2013

La scuola dietro la lavagna

Una volta tanto, per usare una metafora, non è un ragazzo discolo ad andare dietro la lavagna ma, forse con estrema soddisfazione dei nostri adolescenti, è la scuola stessa a meritare quella collocazione.

I nostri sistemi di istruzione sono, decisamente, in crisi, è sufficiente esplorare il dossier completo relativo allo Skills Outlook 2013 di ben 466 pagine (Ocse, 2013) per renderci conto di come non vi siano soltanto i problemi, pure rilevantissimi, della scarsa partecipazione e tenuta dei nostri sistemi di istruzione (dispersione e abbandono hanno ormai raggiunto percentuali che, anziché avvicinare l’Italia agli obiettivi di Europa 2020, la stanno allontanando, come è stato chiarito in un precedente articolo relativo proprio al termine “dispersione”).

Il focus sulla dispersione pubblicato a giugno 2013 dal MIUR non offre un quadro migliore. Sebbene collochi alcune regioni del Nord Italia tra quelle più capaci di far sviluppare determinate competenze (e alcune regioni del Sud decisamente tra le peggiori), la rilevazione PISA pone alcuni interrogativi circa i metodi di rilevazione delle competenze stesse.

I problemi dei nostri sistemi di istruzione, a tutti i livelli, sono dunque moltissimi, ma possiamo rubricare almeno quattro aree fondamentali: partecipazione e “tenuta” della stessa; efficienza ed efficacia apprenditiva; significatività percepita; ambienti e contesti.

La scarsa significatività percepita dagli utenti del sistema, causata tra l’altro dalla difficoltà a tenere il passo dei cambiamenti del mondo esterno e del modo in cui i giovani lo abitano, la conseguente perdita di soggetti (abbandono) e di potenzialità ed energie cognitivo-emotive (dispersione), il basso livello di efficacia ed efficienza in termini di risultati di apprendimento (learning output, skills output) in relazione alla difficoltà ad adeguarsi alle nuove didattiche e alla lentezza con la quale le nuove tecnologie penetrano all’interno delle aule, la totale inadeguatezza degli ambienti dedicati all’istruzione/formazione e l’impermeabilità degli stessi ai contesti nei quali insistono hanno ormai segnato, irrevocabilmente, la necessità di riprogettare ruolo, modalità e funzioni del sistema di istruzione medesimo.

Se volessimo dirlo con altre parole potremmo dire che la nostra scuola non riesce a “trattenere” i ragazzi che la iniziano, non riesce a far imparare abbastanza coloro che vi rimangono, occupa moltissime (decine di migliaia) di ore della vita di bambini e ragazzi senza che questi la ritengano, in molti casi, un’esperienza significativa e li ospita in ambienti inadeguati allo scopo di apprendere.

Più volte ho proposto di ripensare a questa situazione partendo dalle domande che non ci facciamo più, le domande di “grado zero”. Le domande di “grado zero” sono quelle che non ci poniamo perché le diamo per scontate, perché la risposta sta nell’abitudine (ci sarà un motivo, asserirà qualcuno, se le cose sono sempre state fatte in un modo che ci mette nella condizione che suggeriva Henri Laborit nel suo Elogio della fuga quando diceva: “Non tutte le prigioni hanno le sbarre: ve ne sono molte altre meno evidenti da cui è difficile evadere, perché non sappiamo di esserne prigionieri. Sono le prigioni dei nostri automatismi culturali che castrano l’immaginazione, fonte di creatività”).

Quali sono allora, a proposito dei nostri sistemi di istruzioni, le “domande di grado zero”? A chi serve la scuola? A che serve la scuola? Un sistema di istruzione quali obiettivi deve porsi? Insegnamento e apprendimento possono essere cose separate e senza relazione consequenziale tra loro? La valutazione deve essere occasione di apprendimento reale o occasione di premio e/o sanzione? Quali cambiamenti sono auspicabili in un sistema di istruzione, visti gli enormi cambiamenti negli strumenti e nei modi e tempi di comunicazione, nella velocità della ricerca scientifica, nella produzione ed obsolescenza del sapere, nelle nuove tecnologie, nel mondo del lavoro, nelle forme e modalità di relazione e interazione? Quali cambiamenti sono necessari nelle didattiche, viste le scoperte e le ricerche relative all’apprendimento e, più in generale, al funzionamento del nostro cervello?

Si tratta di domande alle quali non è facile rispondere, ma che costituiscono la base di ogni riflessione e di ogni confronto su questi temi. Le voci da ascoltare sono, senza dubbio, quelle degli insegnanti, seppure al di fuori da logiche di “difesa” di abitudini e prassi professionali, ma, soprattutto quelle degli alunni. Sono proprio coloro che non “riescono” nel nostro sistema a poterci fornire indicazioni su come rendere il percorso di istruzione un ambiente significativo di apprendimento reale e motivante.

Senza porsi queste domande e dare risposte precise, senza ascoltare la voce dei protagonisti, parlare di cambiamenti della scuola diventa un esercizio retorico.


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