9 febbraio 2022

La sfida della tutela del lavoro nell’economia digitale

 

La scelta dell’Assemblea costituente di aprire la Carta costituzionale affermando che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro è intesa a realizzare l’avvertita esigenza, dopo gli anni del fascismo e della Seconda guerra mondiale, di porre la persona umana al centro del nuovo ordine sociale in costruzione. La portata egalitaria e universalistica del lavoro in quanto fatto umano ha invero consentito ai costituenti di operare quella radicale trasformazione dell’ordinamento, in base alla quale – come insegna Mortati – nella nuova Italia in costruzione non vi sarebbe più stato spazio per distinzioni basate sul censo, sui titoli nobiliari e via dicendo. Di lì in avanti, nulla avrebbe legittimato riconoscimenti di status o di condizioni più favorevoli al di fuori del proprio lavoro, veicolo attraverso cui ciascuno esprime la propria personalità allo stesso tempo contribuendo alla crescita della società.

‘Archetipo’ dei diritti sociali, il diritto al lavoro definisce dunque la posizione del cittadino nei confronti degli organi statali, cui l’art. 3, secondo comma, della Costituzione, affida il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impedendo il pieno sviluppo della persona umana. Si tratta di un vero e proprio programma, meglio specificato nel successivo art. 4, ove la Costituzione, nel prevedere che la Repubblica riconosce il diritto al lavoro e promuove le condizioni per renderlo effettivo, si rivolge innanzitutto agli organi legislativi, cui è rimessa l’attuazione di tale programma.

Per questo, innanzi ai profondi cambiamenti che il mercato del lavoro vive nel contesto storico attuale, occorre interrogarsi sulle risposte a questi offerte dal legislatore, il cui compito sarebbe quello di adeguare le garanzie costituzionali alle rinnovate esigenze di tutela che tali cambiamenti recano con sé. In particolare, la progressiva trasformazione del lavoro è legata all’avvento della digitalizzazione e al consolidamento del modello della cosiddetta gig economy, il sistema di libero mercato che sfrutta piattaforme digitali per mettere in comunicazione domanda e offerta di lavoro, così creando una nuova modalità di scambio di beni e servizi: il lavoro tramite piattaforma.

Le sfide che queste trasformazioni pongono innanzi al diritto si collocano su due versanti: da un lato, occorre inquadrare lo status giuridico del lavoratore tramite piattaforma, dato che l’ordinamento predispone una diversa cornice di tutela a seconda che la prestazione lavorativa sia inquadrabile come autonoma o subordinata, riservando invero la protezione sociale completa al solo lavoro subordinato. Dall’altro, v’è l’esigenza di regolare i nuovi problemi legati alla gestione algoritmica del rapporto di impiego. Sebbene infatti le piattaforme facciano capo a grandi realtà industriali del calibro di Foodora, Uber, Glovo, Deliveroo, tutte le scelte inerenti alle carriere dei gig workers sono assunte dagli algoritmi alla base del loro funzionamento, per cui occorrerebbe prevedere forme di controllo umano.

Come risponde, dunque, il legislatore a queste sfide?

Sul versante della normativa statale, un solo intervento è rintracciabile: il decreto legge n. 101/2019 (poi convertito nella legge 128/2019). Con esso il legislatore modifica il decreto legislativo n. 81/2015, estendendo la possibilità di applicare la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni personali, continuative e le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente, anche mediante piattaforme digitali (art. 2). Il decreto poi introduce il capo V bis per tutte quelle prestazioni che non presentano il carattere della continuità. A parte l’innovativa istituzione di un Osservatorio presso il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali con compiti di valutazione e monitoraggio della normativa esistente, tuttavia, si tratta di norme sostanziantesi in mere estensioni di modelli di tutela già esistenti o in previsioni generalissime, che non riescono a rispondere all’esigenza di un modello specifico di tutela.

Qualche segnale di ottimismo proviene invece dai territori. Innanzitutto, degno di nota è l’impegno del Comune di Bologna nel sottoscrivere la Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano, il primo accordo territoriale metropolitano in Europa sui temi della gig economy, mentre, sul versante delle politiche regionali, sono il Lazio e la Campania a offrire segnali positivi di azione. Invero, la legge regionale del Lazio n. 4/2019 restituisce una cornice normativa attenta sia a estendere le tutele sociali tradizionali, sia a regolare le nuove esigenze poste dagli strumenti digitali, nei confronti dei quali da un lato prevede obblighi informativi e di controllo per le piattaforme, e, dall’altro, istituisce un apposito Portale del lavoro digitale della Regione e una Consulta regionale del lavoro digitale, così creando sedi in cui monitorare le esigenze di tutela di queste nuove categorie di impieghi. Stessa linea di azione è quella alla base della proposta di legge in discussione presso il Consiglio regionale campano (N.R.G. 54 del 26/02/2021). Rilevante è anche l’art. 56, comma 1 bis, della legge regionale del Piemonte n. 34/2008, che vieta la retribuzione a cottimo per servizi di consegna a domicilio. È il caso di osservare, tuttavia, le criticità di una disciplina rivolta alla sola attività di consegna, che invero finisce per tutelare soltanto una species del più ampio genus dei lavoratori digitali.

È evidente che un quadro normativo così frammentato e ancora ad uno stato embrionale non sia sufficiente a tradurre le garanzie costituzionali nel contesto dell’economia digitale. Innanzi a questa complessa sfida, una strada percorribile è quella indicata dall’Unione Europea che, prima con la direttiva 2019/1152 e poi con le misure presentate dalla Commissione lo scorso 9 dicembre, invita gli Stati membri ad aggiornare i livelli minimi di tutela del lavoro, offrendo al legislatore l’opportunità per un’agenda di transizione in grado di adeguare le tutele alla complessità dell’attuale mondo del lavoro in evoluzione.

 

Immagine: Un rider nel centro di Torino, (8 giugno 2019). Crediti: Antonello Marangi / Shutterstock.com

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