11 aprile 2020

La tecnologia digitale per combattere l’epidemia

 

Uno degli elementi caratterizzanti della quarantena per il Covid-19 a livello globale è stato, senza dubbio, il ruolo centrale giocato dalla tecnologia. La connettività diffusa ha consentito la prosecuzione di molte attività fondamentali, a partire dall'istruzione. Lo stato di crisi costituisce inoltre un'importante prova di maturità per la società digitale, ed è convinzione diffusa, sostenuta da analisti di settore e dai media, che molte nuove abitudini sociali rese possibili grazie alla tecnologia continueranno a imporsi anche una volta terminata l'emergenza.

 

Uno degli aspetti più critici nell'uso della tecnologia per combattere la pandemia è quello relativo alla possibilità di raccogliere dati utili per avere un quadro della situazione e poter intervenire. Nell'epoca digitale ogni dato in rete è, come noto, una traccia; fattore che consente un ampio ventaglio di possibilità nello sviluppo di soluzioni che possano aiutare a rallentare la diffusione del contagio.

 

In questo periodo di diffusione della patologia in ogni angolo del globo, è partita una vera e propria corsa a livello planetario per la realizzazione di strumenti per il controllo da affidare alle autorità. Nel mese di marzo la Commissione Europea ha indetto un bando per le startup tecnologiche da 164 milioni di euro con l'obiettivo di trovare nuove soluzioni per combattere la pandemia, anche legate agli aspetti di monitoraggio. Tra gli obiettivi principali c'è innanzitutto la necessità di poter ricostruire la rete di spostamenti e contatti di una persona che risulta essere contagiata. Con un periodo d'incubazione lungo parecchi giorni e con un alto livello di contagiati asintomatici, uno degli aspetti più insidiosi nel contenimento del Covid-19 è dato dalla difficoltà di intervenire sulla moltitudine di asintomatici per tempo, elemento che ha indotto ad adottare misure di quarantena diffusa sulla totalità della popolazione da parte di sempre più paesi.

 

In Cina, paese dal quale la pandemia ha preso le mosse, attraverso l'uso di una app già diffusa perché usata per i pagamenti online, ai cittadini viene assegnato un “colore” che indica loro se possono accedere o meno a luoghi considerati a rischio, come le metropolitane o i mercati. Il database è sotto il controllo della polizia e Pechino conta che il suo utilizzo obbligatorio aiuterà il paese a tornare alla normalità scongiurando il ripresentarsi di nuovi focolai.

 

Un'altra soluzione di controllo capillare, seppure su base volontaria, è stata adottata da Singapore. In questo caso l'obiettivo non è riaprire quanto evitare di chiudere scuole e attività. Per farlo è stata sviluppata in questo caso una app ad hoc, “TraceTogether”. Attraverso il Bluetooth, l'app è in grado di indicare se si è venuti a stretto contatto con persone positive al Covid-19. Al momento l'installazione dell'app non è obbligatoria, ma le caratteristiche peculiari del tessuto sociale singaporiano, fortemente legato all'importanza dell'autodisciplina ai fini dell'armonia comunitaria, ha fatto sì che sia stata scaricata da una fetta molto ampia della popolazione del paese. Ciò ha reso TraceTogether un successo in quanto senza un suo utilizzo massivo da parte della popolazione il lavoro di tracciamento sarebbe stato inefficace nella sua parzialità. Il risultato è che il successo di TraceTogether potrebbe aver contribuito al basso numero di casi di Coronavirus attualmente registrati a Singapore.

 

Una delle soluzioni italiane attualmente in fase di sviluppo e presentate dalla Ministra per l'Innovazione Paola Pisano si basa su presupposti molto simili a quelli di TraceTogether. La Ministra ha già garantito che i dati saranno raccolti rigorosamente in forma anonima e aggregata, rassicurazioni che d'altra parte ha fornito anche il governo di Singapore. Resta naturalmente la criticità di una scommessa che vede, per la buona riuscita dell'esperimento, un paese eterogeneo di sessanta milioni di abitanti mostrare un tasso di collaborazione diffusa pari a quello di una città stato autocratica nota a livello mondiale per l'alto livello di compattezza e uniformità sociale.

 

Il tracking sui dispositivi mobili, del resto, non è la sola soluzione praticabile nel monitoraggio della pandemia. La Corea del Sud, per esempio, sta utilizzando le infrastrutture preesistenti delle sue città “smart” per tracciare mappe virtuali costantemente aggiornate, grazie anche ai dati aggregati raccolto da un'app per il tracciamento degli spostamenti simile a quella utilizzata a Singapore.

 

Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno avviato un dialogo con i colossi del web e dei social media come Facebook e Google per ottenere l’accesso ai dati aggregati sulla geolocalizzazione raccolti dalle varie applicazioni al fine di avere una visione d'insieme sui movimenti effettuati a livello complessivo in questo periodo di lockdown e verificare che nel complesso le prescrizioni vengano effettivamente rispettate. Si tratta di una soluzione “light” rispetto a quella singaporiana, sulla carta più rispettosa dei diritti alla privacy degli utenti e paventata anche in Europa, non troppo diversa nei metodi e negli obiettivi da quella adottata in Lombardia con l'utilizzo delle celle telefoniche per raccogliere dati aggregati sugli spostamenti. Una soluzione resa possibile dalla collaborazione offerta da parte delle compagnie telefoniche che operano sul territorio lombardo.

 

Appare sempre più evidente che le soluzioni migliori a disposizione di un paese per il contenimento dei contagi siano un vero e proprio concerto di strumenti tecnologici che vanno a raccogliere, processare e analizzare diverse tipologie di dati per avere un quadro organico della diffusione della pandemia e predisporre in tempi rapidi azioni efficaci. Questo aspetto desta inevitabilmente preoccupazione per le possibili ricadute su alcuni diritti fondamentali, da quello alla privacy alla libertà personale e di spostamento.

 

L'attuale stato di emergenza, d'altra parte, spinge i governi, spesso sotto la pressione dell’opinione pubblica, a trovare soluzioni draconiane. Israele, per esempio, ha messo in campo la tecnologia utilizzata nelle attività di spionaggio da parte dei propri servizi segreti per monitorare gli spostamenti dei cittadini che hanno o che potrebbero aver contratto la malattia; un'applicazione inedita di strumenti militari alla popolazione civile. Un recente articolo della BBC ha lanciato, con una certa nota provocatoria, il concetto che anche la salvaguardia della privacy si trova in uno stato di crisi pandemica paragonabile a quello sanitario.

 

Nel Regno Unito il Nuffield Council on Bioetichs, una fondazione storica che si occupa dei risvolti etici correlati alla ricerca medica, ha rilasciato una dichiarazione sul contrasto tra esigenza sanitaria e rispetto delle libertà personali. Un confronto che, in ultima istanza, vede prevalere l'importanza di preservare la salute pubblica anche a costo di violare privacy e diritto all'anonimato dei cittadini qualora ciò sia necessario ad evitare un tracollo sanitario. Dall'altro lato, un contributo pubblicato da The Hasting Center, altro centro che si occupa di bioetica, allude esplicitamente alla crisi dell'etica di fronte all'emergenza del Coronavirus.

Ciò che intanto sta emergendo è come, di fronte alle preoccupazioni relative alla salute pubblica, diritti considerati acquisiti vengano messi in discussione a livello collettivo con una rapidità e una facilità che, seppur comprensibile (tra vita e libertà è abbastanza assodato che sarà la dimensione “vita” a prevalere), non può che lasciarsi dietro diverse preoccupazioni.

 

Si tratta innanzitutto di una questione di percezione relativa allo stato di emergenza. Nella misura in cui può venire inoculato, anche in altre occasioni, diventa uno strumento capace di sfaldare velocemente istituti etici, sociali e legislativi considerati altrimenti solidi. Le recenti vicende politiche in Ungheria (ricetta adottata da poco, seppur in misura più leggera, anche in Slovenia) mostrano come la dimensione percepita dell'emergenza possa dare il via ad azioni legate più al soddisfacimento di appetiti politici che ad effettive esigenze volte alla risoluzione del problema.

 

La dimensione della crisi e il conseguente stato di emergenza comportano un'inevitabile alterazione nella percezione delle priorità a livello sociale i cui scossoni possono essere cavalcati cinicamente per fini egoistici. Simone de Beauvoir, in tempi decisamente non sospetti, scrisse che di fronte alla crisi i diritti delle donne tanto faticosamente conquistati sono destinati a venir messi in discussione. Un'affermazione che spiega in maniera tristemente efficace le recenti pressioni da parte di movimenti “pro life” nel mondo e anche in Italia nel chiedere a gran voce uno stop totale degli aborti in quanto ritenuti attività mediche non strettamente necessarie e pertanto sacrificabili di fronte all'emergenza in corso.

 

L’utilizzo della tecnologia digitale nel nostro tempo, anche in questa fase di emergenza, non può non passare che attraverso una prospettiva etica. Glissare sotto questo aspetto vorrebbe dire, sostanzialmente, trasformare la realtà che viviamo in un episodio di “Black Mirror”, come del resto già avviene in parti del mondo in cui la dimensione etica e politica dell’utilizzo delle tecnologie non è stata adeguatamente valutata. Al contempo, ciò che solitamente veniva considerato come “distopico” oggi ridefinito come “modo efficiente per risolvere l'emergenza” da un numero sempre più ampio di cittadini di tutto il mondo.

 

Per approfondire

 

Agenzia Governativa per la Tecnologia di Singapore – come funziona TraceTogether https://www.youtube.com/watch?v=buj8ZTRtJes

 

                             TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 

 

Immagine: Uomo asiatico con indosso maschera di protezione con il contagio da Coronavirus. Crediti immagine: Zephyr_p / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0