17 dicembre 2019

La transumanza è Patrimonio dell’UNESCO

Dopo alcuni anni di attesa, la transumanza è stata finalmente dichiarata Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO: la candidatura presentata dal nostro Paese, insieme alla Grecia e all’Austria, è stata, infatti, accettata all’unanimità dal Comitato intergovernativo dell’UNESCO che, composto da 24 Paesi, era riunito a Bogotà, in Colombia.

Grazie a questa ulteriore iscrizione, l’Italia scavalca Belgio e Turchia e raggiunge il primato mondiale dei riconoscimenti nel settore agroalimentare: prima della transumanza, infatti, erano stati riconosciuti quali Patrimoni immateriali la dieta mediterranea, la pratica della coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria, l’arte del pizzaiolo napoletano, della tecnica dei muretti a secco e dei paesaggi vitivinicoli delle Langhe e del Prosecco.

La transumanza è una forma di pastorizia le cui radici sono molto lontane nel tempo e che ripropone forme e riti dal fascino antico; è una pratica tradizionale di migrazione stagionale del bestiame, che viene spinto attraverso rotte migratorie stabilite nel Mediterraneo e attraverso le Alpi: in effetti, si definisce orizzontale (se il bestiame si muove in regioni pianeggianti) o verticale (se il bestiame percorre, invece, regioni montane) proprio a seconda dei territori attraversati.

È importante sottolineare che il riconoscimento UNESCO vale per la totalità del territorio del nostro Paese, dalle Alpi fino al Tavoliere delle Puglie, con particolare attenzione ad alcuni luoghi che hanno un alto valore simbolico: da ricordare Amatrice, il paese nel Reatino distrutto dal terremoto del 24 agosto 2016 e da cui, proprio dopo il terremoto, è partita la candidatura UNESCO; Pescocostanzo e Anversa degli Abruzzi in provincia dell’Aquila; Frosolone in provincia di Isernia; Lacedonia in Alta Irpinia (Campania); San Marco in Lamis e Volturara Appula per quanto riguarda la Puglia; senza dimenticare alcune zone della Lombardia; la Val Senales in Trentino-Alto Adige e, infine, la Basilicata.

Questa tecnica di pastorizia, che è a tutt’oggi una delle tecniche non solo più funzionali, ma anche maggiormente ecosostenibili, è attualmente ancora molto praticata tra Molise, Abruzzo, Puglia, Lazio e Campania, nonché tra l’Italia e l’Austria e in Alto Adige, Lombardia, Valle d’Aosta, Sardegna e Veneto.

Ogni anno, infatti, durante la stagione migratoria, cioè in primavera e in autunno, i pastori transumanti percorrono in lungo e in largo praticamente l’intero Paese, insieme ai loro cani e ai loro cavalli, e al seguito di migliaia di capi di bestiame che guidano attraverso percorsi sempre uguali, tra due regioni geografiche e climatiche, muovendosi dalle prime luci dell’alba fino al tramonto.

Molto spesso anche le famiglie dei pastori fanno parte della carovana e, in tal modo, questo modello così antico di pastorizia s’incardina nella vita delle persone che ne fanno parte, modellandone i legami personali e affettivi, le relazioni sociali, quelle con gli animali e anche con gli ecosistemi che vengono man mano attraversati.

I pastori transumanti sono custodi non solo di rituali antichi, ma anche di conoscenze e di pratiche sociali che, condivise nell’arco di un tempo lunghissimo, vengono poi trasmesse alle generazioni più giovani durante le festività di primavera e d’autunno, che segnano l’inizio e la fine della migrazione; inoltre, i pastori hanno una conoscenza profonda anche dei diversi ambienti ecologici che attraversano, nonché dei vari ecosistemi e dei cambiamenti climatici che il nostro Paese sta subendo.

La loro attività, da ogni punto di vista ecosostenibile, infine, garantisce loro competenze in settori tradizionali come l’artigianato e la produzione di alcuni prodotti alimentari legati alle specificità dei vari territori.

 

Immagine: Autunno, tempo di transumanza (27 ottobre 2013). Crediti: Ferruccio Zanone [Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)], attraverso www.flickr.com

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