16 settembre 2020

La tratta degli esseri umani che il Covid ha aggravato

Sono oltre 40 milioni, secondo le statistiche dell’Organizzazione internazionale del lavoro, le persone a vario titolo vittime di traffico e sfruttamento nel mondo. A leggere le categorie che formano questo popolo di schiavi moderni si resta di stucco: ci sono gli sfruttati per il sesso, i forzati del lavoro, i bambini soldato, coloro che sono costretti a chiedere elemosine, le bambine indotte al matrimonio, quelli a cui vengono asportati organi per il mero commercio, i minori venduti o commercializzati. Purtroppo, a titolare e descrivere le sottocategorie, non basterebbe lo spazio di questo articolo. Sotto la voce ‘forzati del lavoro’, ad esempio, si trovano oltre 40.000 bambini (e centinaia di migliaia di adulti) nella regione dell’ex Katanga, Repubblica Democratica del Congo, che si gettano nei cunicoli delle miniere di cobalto, di cui la loro terra è ricchissima, per estrarre a mani nude il minerale e permettere alle nostre società di muoversi con auto elettriche. Lavorano per 2 o 3 dollari al giorno rischiando permanentemente di restare sepolti vivi o di contrarre malattie incurabili. Da noi l’ambiente si ripulisce, da loro la vita si accorcia. Sotto ‘minori venduti o commercializzati’, invece, si trovano i giovani migranti del Corno d’Africa che finiscono nel cono d’ombra creato dai trafficanti nel Sinai o nelle terre di nessuno lungo le tratte, e scompaiono. Le loro voci terrorizzate vengono utilizzate per chiedere al telefono soldi alle famiglie in cambio della libertà.

Le cifre, già spaventose, delle persone coinvolte a livello planetario da questo odioso fenomeno erano state registrate sul finire dello scorso anno. Purtroppo, passati questi drammatici 9-10 mesi caratterizzati dall’irruzione del Covid-19 sulla scena mondiale, è necessario aggiornarle e non certo per difetto.

Non esistono dati ufficiali riguardo all’impatto della pandemia sul fenomeno del traffico di esseri umani. Tantissimi studi e rapporti, però, fanno emergere quanto il Coronavirus abbia esaltato i cosiddetti driving factors e condotto a un aumento spropositato di abusi oltre a una maggiore vulnerabilità di molte categorie di individui. Il livello di violenza domestica, ad esempio, è cresciuto esponenzialmente dall’inizio della pandemia e i relativi periodi di lockdown decretati dai Paesi. Per chi già viveva una situazione di cosiddetta schiavitù domestica o di coercizione sessuale, la situazione da grave è divenuta drammatica. Le vittime sono rese ancora più invisibili perché confinate, ma non per questo meno vessate. Al contrario, la violenza e lo sfruttamento, complice anche l’impossibilità di accedere ai servizi delle ONG o dello Stato, a case rifugio, a forme di protezione – già precarie ‒, sono in spropositato aumento. Per quanto riguarda la prostituzione, i dati a disposizione confermano un andamento stabile o addirittura accresciuto del business. Ciò è dovuto in gran parte all’aumento del ‘lavoro’ on-line, della pedopornografia in rete e, come denuncia il report di Save the Children Piccoli schiavi invisibili, anche del sesso ‘on the road’ che “non ha accennato a diminuire nemmeno nel periodo del lockdown”.

La criminalità organizzata non sembra essersi fatta scoraggiare dal Coronavirus. Al contrario, ha fin da subito pensato alla pandemia come una fantastica occasione per aumentare il business e immaginato forme nuove e creative per incrementare gli incassi. Anche perché le mafie fanno tesoro di esperienze pregresse. Ogni volta che un virus ha attaccato il mondo, infatti, le condizioni per fare affari aumentavano. Prendiamo Ebola, ad esempio, il numero di orfani è aumentato a dismisura e le condizioni di povertà si sono moltiplicate, trasformando decine di migliaia di bambini in Sierra Leone o Congo in vittime di human trafficking. In altre situazioni, gli Stati hanno dovuto far convergere risorse destinate alla lotta alla tratta sulla guerra al virus finendo per rendere ancora più vulnerabili le categorie a rischio.

Nei singoli Paesi, la criminalità si è riorganizzata trovando nuove forme di sfruttamento o rimodulando l’intervento. Tanto per citare due esempi riportati da Talitha Kum, la rete antitratta internazionale delle suore, in Messico i trafficanti di persone rimpatriano donne irregolarmente emigrate e costrette alla prostituzione negli Stati Uniti, per continuare lo sfruttamento in patria senza correre il rischio dei controlli. In Amazzonia, invece, le organizzazioni criminali hanno incrementato l’accaparramento illegale delle terre dove sfruttano lavoratori a prezzi risibili.

Chi è vulnerabile vede la sua condizione, naturalmente, peggiorare a causa della pandemia. Molti migranti venezuelani, ad esempio, come sottolinea uno studio congiunto Observatory of the Venezuela Migration Project ‒ United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), si sono trasformati in vittime di traffico. Nei soli primi 4 mesi del 2020 la percentuale di ‘schiavizzazione’ è salita del 20% rispetto all’anno precedente. C’è poi l’impossibilità di andare a scuola (e per molti bambini di Paesi in via di sviluppo, di mangiare almeno una volta al giorno) che ha fatto dei minori facili prede di cacciatori di pedo-prostituti on-line: in India, ad esempio, come riporta Caritas Internationalis in occasione dell’ultima Giornata ONU antitratta (30 luglio), durante il lockdown, sono stati riportati alle autorità 92.000 casi di abusi e sfruttamento di minori in soli 11 giorni.

Esiste inoltre un sottofenomeno dai risvolti inquietanti. Sono in netto aumento i casi di ex vittime di traffico di esseri umani che, persi lavoro, abitazione, rifugi o assistenza medica, si rivolgono ai loro precedenti aguzzini per sopravvivere rientrando così in un circolo per uscire dal quale era stato necessario uno sforzo disumano e congiunto. Negli Stati Uniti, rileva il Council on Foreign Relations, l’aumento del fenomeno ha assunto percentuali allarmanti.

Per tutti i motivi qui sopra menzionati, gli Stati, in un certo senso, dovrebbero prendere esempio dalla criminalità organizzata e cogliere questa drammatica occasione per trasformarla in un’opportunità. Per fare giustizia, creare recinti di protezione, favorire misure legislative che limitino il raggio di azione delle mafie e rassicurino gli individui, specie i più deboli e vulnerabili. Per quanto limitato e ancora non pienamente efficace, l’art. 103 del nostrano Decreto Rilancio rappresenta un fondamentale passo in avanti in questa direzione. Proprio nel mezzo della pandemia, si è scelto di imboccare la via della legalità e del rispetto dei diritti quale arma preminente per sconfiggere gli stessi effetti mefitici del Covid-19. È quello che moltissime organizzazioni istituzionali e non governative che si occupano di tratta, raccomandano agli Stati.

 

                            TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 
Crediti immagine: HTWE / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0