27 gennaio 2014

La verità storica e la legge

In vista della prossima giornata della Memoria della persecuzione e dello sterminio degli Ebrei il Senato ha deciso di discutere in aula il Disegno di Legge n. 54. Il provvedimento è formato da un solo articolo ed è volto a colpire chi fomenta e pubblicizza «l’odio razziale, etnico e religioso» e incita a compiere atti a esso ispirati. A prima vista un intervento del tutto condivisibile, se non che il DdL prevede anche la punibilità (fino a 3 anni di carcere) per «chiunque pone in essere attività di apologia, negazione, minimizzazione dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra».

Viene così introdotto nel Codice Penale un nuovo reato normalmente riassumibile nella definizione di “negazionismo”, sulla scia di quanto, da alcuni anni sta avvenendo in molti Paesi europei, al fine di contrastare ogni forma di odio razziale, la propaganda dei movimenti neo-nazisti e, più in generale, l’antisemitismo. Fenomeni che si alimentano a livello ideologico anche con la negazione della Shoah.

Senza dubbio il negazionismo è una delle più pericolose espressioni di quel precipitato di paure e inquietudini che rientrano nella sfera delle “teorie del complotto”. I negazionisti, falsificando e manipolando senza alcuno scrupolo la verità dei fatti accertati dalle scienze storiche (e dai tribunali penali), ridimensionano fino a negarla la realtà dello sterminio di ebrei, zingari, omosessuali, oppositori politici e disabili, che fu perpetrato con inaudita e metodica scelleratezza dal regime nazista soprattutto fra il 1941 e il 1945.

In Italia già nel 2007 era stato formulato un disegno di legge in parte analogo, contro il quale i più qualificati studiosi italiani di storia sottoscrissero un appello che metteva in luce l’errore di combattere con una legge penale un fenomeno, cui reagire semmai con un’intensa battaglia culturale e politica nelle scuole, nelle università e nei mezzi di comunicazione. Contro lo stesso DdL n. 54 - quando fu presentato nell’ottobre 2013 - si espressero autorevoli storici come Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi nonché la Società Italiana per lo Studio dell’Età contemporanea (si veda il dossier di interventi: http://www.sissco.it/index.php?id=1754). In questi giorni la SISSCO, insieme a numerose Società storiche e a Istituzioni dedite alla ricerca storica, ha diffuso un nuovo appello, chiedendo un incontro urgente al Presidente del Senato, Pietro Grasso, per illustrare la serietà delle motivazioni contro l’approvazione di tale provvedimento.

Infatti il DdL n. 54 rappresenta una scelta del tutto sbagliata e soprattutto foriera di enormi pericoli, per la libertà di ricerca e di insegnamento, ben più gravi degli ipotetici benefici che essa dovrebbe dare. In primo luogo il provvedimento afferma di fatto il principio per cui lo Stato è arbitro della verità storica. Questo implica che in futuro una qualunque maggioranza parlamentare potrà stabilire quali affermazioni legate al passato - che magari non siano verità storiche conclamate come la Shoah - siano penalmente perseguibili. Per assurdo il voto di un Parlamento dominato da uno schieramento anti-unitario potrebbe stabilire un giorno che l’Unità italiana fu perpetrata commettendo crimini contro l’umanità e che chi negasse questa affermazione, sostenuta magari da sedicenti storici compiacenti (sempre facilmente reperibili), incorrerebbe nella sanzione penale.

In parole povere nel momento in cui accettassimo l’idea che lo Stato possa stabilire per legge ciò che è storicamente vero e dicibile, consentiremmo la nascita di un meccanismo liberticida con cui il potere politico espropria la comunità scientifica del compito di analizzare e discutere la storia.

Sia chiaro: negare la veridicità dei genocidi è un atto abominevole da ogni punto di vista. Esso diviene poi inaccettabile nei casi in cui la giustizia umana, da un lato, e la scienza storica, dall’altro, li abbiano certificati. Quegli intellettuali che ultimamente, spacciando la loro ignoranza per spirito critico e forse vellicando pruriti antisemiti, dichiarano di non avere opinioni precise sulla Shoah e che mettono sullo stesso piano una verità storica provata e le falsificazioni negazioniste dimostrano unicamente la loro miseria culturale.

Tuttavia il DdL, nella sua assoluta vaghezza, si presta a essere inapplicabile o a produrre risultati del tutto paradossali, poiché finisce per includere i numerosissimi crimini di cui è costellata la storia umana. Dal massacro degli abitanti di Melo (perpetrato dagli Ateniesi alla fine del V secolo a.C.) alle guerre e persecuzioni religiose del XVI e XVII secolo, dalla crociata contro gli Albigesi (1208-28) al Terrore rivoluzionario in Francia (1793-94) - per fare solo alcuni esempi lontani nel tempo - il continente europeo ha conosciuto massacri e stermini per ragioni politiche, etniche e religiose, cui si può senz’altro attribuire il termine di “crimini contro l’umanità”. E allora lo studioso che negasse o solo discutesse questa etichetta dovrebbe incorrere in un procedimento penale per “negazionismo”?

La storia - tendiamo a scordarlo - è una materia assai delicata. Per maneggiarla occorre preparazione e serietà scientifica. Qualora un fisico affermasse che il sole gira intorno alla Terra o se un medico operasse sulla base della teoria dei quattro umori di Ippocrate - assunti ritenuti veri per secoli, ma smentiti dalla scienza moderna - sarebbero senz’altro cacciati dal proprio posto (almeno nei Paesi civili). È curioso che sia ritenuto accettabile insegnare e divulgare da cattedre pubbliche, conclamati falsi in campo storico, come fanno coloro che negano la Shoah.

Peraltro i negazionisti sono studiosi improvvisati, privi di qualunque competenza e di credito nella comunità degli storici: lo stesso Robert Faurisson - considerato il capostipite del negazionismo - è un professore universitario di letteratura francese (non di storia!) che, per le sue posizioni, è stato condannato e licenziato dall’Università di Lione in cui insegnava.

Un intervento efficace potrebbe essere introdurre per i docenti di Scuola e di Università, come per altre categorie professionali, una qualche forma di “responsabilità civile” legata al rispetto di un codice deontologico che preveda espressamente il ripudio di ogni forma di idea razzista e antisemita (ricorrendo eventualmente a sanzioni amministrative e persino al licenziamento). In questo modo, ferma restando la libertà di ciascuno di credere anche all’incredibile, si eviterebbe almeno che dalle cattedre di Scuole e Università pubbliche si propalino menzogne del tutto prive di ogni fondamento storico. Inoltre andrebbe proibito che il denaro pubblico serva a finanziare giornali, riviste, associazioni e persone che spaccino fandonie negazioniste.

Un’ultima considerazione: il DdL n. 54 appare ispirato a una volontà normativa imbevuta di political correctness che, applicata a quella materia viva, affascinante, complessa e drammatica che è la storia, rischia di produrre danni enormi alla convivenza civile. Ogni fede religiosa, ogni gruppo nazionale o minoranza etnica può esigere (non a torto dal suo punto di vista) un pubblico riconoscimento dei crimini e delle violenze che la storia gli ha riservato. Ma la storia può solo offrire materiali per una condanna etica e civile non è, se non nella retorica politica, un tribunale penale.

Oggi è sempre più evidente come la diffusione del negazionismo sia il risultato del progressivo indebolimento e depauperamento del senso della storia quale sapere critico alla base della comunità civile. Processo cui hanno dato e danno un vigoroso contributo molti esponenti del mondo politico e giornalistico, talvolta gli stessi che teorizzano l’inutilità della storia e dei saperi umanistici perché non darebbero un profitto economico. Forse è ora arrivato il momento di riaffermare che il valore della conoscenza (scientificamente fondata) del passato risiede nella sua funzione di “vaccino culturale” contro l’odio razziale, politico e religioso, ed è ben più utile di leggi sbagliate. E decisamente senza prezzo per i suoi effetti benefici sulla convivenza civile.


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