31 gennaio 2021

La via di un cibo sostenibile

L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo non può e non deve essere considerata solo tale. L’andamento degli indicatori che descrivono la salute del sistema economico globale disegnano i contorni di una crisi che avrà una coda lunga ancora difficilmente prevedibile, i cui effetti stiamo già vivendo. Ma non è solo la crisi post-Covid19 a doverci far riflettere e allarmare quanto, invece, la crisi di cui proprio nell’emergenza sanitaria scoppiata nel 2019 si ravvedono i segni e che la pandemia che stiamo vivendo ha portato violentemente alla luce. Si tratta della crisi ecologica cui assistiamo e con cui conviviamo senza imprimere una svolta significativa alle modalità di produzione e consumo che l’hanno generata. Per la prima volta nell’evoluzione, una sola specie, quella umana, con la sua attività ha eliminato un terzo di tutte le altre ed eroso habitat, nicchie ecologiche, ecosistemi che contribuiscono a creare quell’equilibrio grazie al quale il nostro Pianeta evolve e si rigenera da milioni di anni. L’augurio che caratterizza questo inizio del 2021 sia dunque di lasciarci al più presto alle spalle quanto di tragico la pandemia ha portato con sé, ma anche di fare tesoro di cosa ci sta insegnando per riprendere con rinnovato vigore il percorso verso uno sviluppo sostenibile per tutti.  

 

Il 25 settembre 2015 le Nazioni Unite hanno lanciato gli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile. In cima all’agenda che gli Stati membri sono chiamati a realizzare entro il 2030 ci sono lo sradicamento della povertà assoluta e il porre fine alla fame nel mondo. Obiettivi, questi, che hanno segnato avanzamenti importanti già nei primi anni 2000 e che evidenziano la ferma volontà della comunità internazionale di vincere sfide per realizzare - e non solo aspirare ad avere - un nuovo modello di sviluppo che consenta di far fronte a problematiche globali con azioni locali diffuse.

Il quadro planetario in tema di nutrizione e sicurezza alimentare, tuttavia, mostra ancora l’esistenza di disuguaglianze drammatiche. Se, da una parte, circa 800 milioni di persone soffrono di malnutrizione legata all’accesso a risorse alimentari insufficienti per quantità e/o qualità, dall’altra due miliardi sono affetti da disturbi dovuti a obesità e sovrappeso. Questo “paradosso alimentare”, problema sanitario di portata globale, è riconducibile a sistemi di produzione e consumo fortemente sbilanciati: alcuni possiedono molto ma di bassa qualità, tanti hanno semplicemente troppo poco. La crisi del 2008 e le politiche degli anni seguenti sono state, per alcuni, motivo di disillusione nei confronti della possibilità di un futuro migliore. Il sistema agroalimentare, in questo senso, non è scevro da tendenze allarmanti: le grandi acquisizioni di mercato che hanno caratterizzato il comparto in tempi recenti, infatti, dipingono un quadro di insieme che sta rapidamente mutando verso un modello agricolo e alimentare di tipo industriale, con impatti ambientali, sociali ed economici, ma anche implicazioni civili e culturali meritevoli di una riflessione approfondita. Basti pensare all’erosione continua e irrecuperabile della biodiversità del mondo vegetale e animale, a cui si accompagna la perdita di valore dei territori e dei mezzi di sussistenza delle comunità che vi abitano, sempre più ai margini dei processi produttivi controllati dai gruppi che detengono e gestiscono i grandi capitali del settore, tanto da potere influenzare i processi decisionali a livello nazionale e internazionale. Anche l’innovazione e la ricerca risultano subire una contrazione preoccupante, perché le grandi aziende dell’agroalimentare mostrano una tendenza verso modalità più conservative di investimento, focalizzate sullo sviluppo di prodotti più redditizi, spingendo sulla selezione spinta a scapito della diversità.

A fianco di queste tendenze si osserva un certo fermento in termini di proposta di innovazioni di prodotto e di processo, che sembrano potere imprimere nuove linee di indirizzo in termini di produzione, distribuzione e consumo. La crisi, le storture e le iniquità generate dal modello produttivo agroalimentare di stampo industriale hanno dato, in altre parole, una sorta di scossa che ha avviato una ricerca di pratiche alternative per costruire una nuova cultura globale della sostenibilità, con l’obiettivo di coniugare qualità di vita, conservazione del territorio e delle forme di vita che su di esso insistono, inclusione sociale, crescita economica e sviluppo culturale. Pratiche nelle quali cittadini, piccoli produttori e consumatori, il loro territorio e le risorse di cui dispongono sembrano tornare al centro di un cambiamento profondo, mosso dalla necessità di riprogettare l’ecosistema agroalimentare date le implicazioni che le dinamiche alla base dei processi produttivi hanno in termini di diritto a cibo sano e sicuro.

Testimonianza di questa vivacità, sia in Italia sia in altri Paesi, è l’emersione, a fianco degli attori che operano tradizionalmente nel settore alimentare, di nuovi soggetti responsabili di azioni di matrice comunitaria cosiddette “dal basso” che si distinguono dal punto di vista imprenditoriale e della diversità dei prodotti offerti, ma anche e soprattutto per una rinnovata “sensibilità alimentare” in grado di rispondere alle esigenze del consumatore. In un quadro globale in cui assistiamo a processi di fusione, di intensificazione, di concentrazione, di capillarizzazione del controllo dei dati che consolidano conoscenza e risorse nelle mani di pochi attori, ecco comparire nuovi soggetti proattivi nella creazione di sistemi di produzione e scambio con forti specificità territoriali, in grado di generare valore a beneficio delle comunità locali. Proprio questa sensibilità, che si traduce in una serie di ricadute positive di carattere sistemico, diventa una vera e propria adesione valoriale a un paradigma di sostenibilità che, nelle diverse forme che può assumere, tocca individui, comunità e territori alimentando collaborazioni virtuose tra soggetti che nei modelli di produzione alimentare convenzionali sarebbero alle estremità della filiera. Ecco, dunque, riscoperta una dimensione di convivialità che non si esprime più solo a tavola ma anche nelle relazioni di tipo solidale che questi modelli di innovazione sociale – oltre che di mercato – sperimentano.

Quello che si presenta ai nostri occhi è, quindi, un panorama vario in cui l’innovazione, sia questa tecnologica o sociale, ha un andamento multidirezionale che coinvolge allo stesso modo produttori, consumatori, imprenditori, formatori, ricercatori, amministratori locali, agenti del terzo settore, e che, per la dimensione locale in cui prende corpo, permette una redistribuzione di valore tra membri della comunità e sul territorio che abitano: un valore che, per la natura dei progetti, è economico, ma anche sociale, culturale e civico. Questa redistribuzione si osserva anche a livello di responsabilità nella generazione del valore che, appunto, viene redistribuito: in queste dinamiche comunitarie, infatti, si può notare una sorta di mutua partecipazione al benessere collettivo entro la quale produttori e consumatori ugualmente contribuiscono a generare benefici per le comunità di cui sono o si sentono parte. Questo valore, oggi più che mai, abbraccia e risponde a esigenze diverse che, a fianco alla qualità del prodotto, ricercano equità, condivisione, sostenibilità attraverso relazioni di fiducia tra tutti gli attori che operano lungo la filiera. La pervasività, la forza, la capillarità che caratterizzano le dinamiche di cooperazione e condivisione alla base della trasformazione del sistema agroalimentare cui stiamo assistendo e di cui come cittadini siamo partecipi derivano dal forte coinvolgimento che ciascuno di noi ravvede nel cibo, riconoscendosi in uno, molti, tutti i livelli di significato che questo racchiude. Un bene di tutti, cui tutti necessariamente si avvicinano, attraverso percorsi personali e al contempo collettivi, che toccano la dimensione del consumo individuale e conviviale, quella estetica connessa al gusto e alle sue varie sfumature, quella educativa dell’apprendimento dei benefici legati alla sana alimentazione e ai corretti stili di vita, quella culturale della comprensione del portato di tradizioni, competenze e valori identitari associati al cibo.[1]

 

[1]L’articolo riprende l’Introduzione dell’autrice a AA.VV., Le sette virtù del cibo, Feltrinelli, Milano, 2019.

 

 

 

Immagine: Primo piano di una mano umana che tiene una piantina. Crediti: MEE KO DONG / Shutterstock.com

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