5 gennaio 2022

Laureati italiani: pochi, malpagati e spesso senza lavoro

 

“Qui comincia l’avventura del dottor Bonaventura…”. Basta sostituire il titolo di “signore” con quello di “dottore” per far sì che torni d’attualità il personaggio lanciato nel 1917 dall’artista Sergio Tofano sul Corriere dei piccoli e pubblicato fino al 1978. Infatti in Italia anche tra i laureati il tasso di occupazione è sotto la media dei 27 Paesi dell’Unione Europea (UE). Nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 64 anni la quota dei dottori che lavorano arriva all’80,8%, contro l’85,5% dell’UE. Insomma, l’avventura postlaurea in Italia è garantita. Un dato sul quale ha inciso anche il clima socio-economico determinato dalla pandemia, confermando tuttavia lo squilibrio col resto dell’Unione. La difficoltà nel trovare un’occupazione risulta massima «per chi è appena uscito dal percorso formativo e si trova nella fase di primo ingresso nel mercato del lavoro». Lo svela il Report Istat Ritorni occupazionali dell’istruzione. Anno 2020, diffuso a fine dicembre 2021.

Peraltro, nell’ottobre scorso lo stesso Istat riportava che nel 2020 solo il 20,1% della popolazione italiana (sempre tra 25 e 64 anni) possedeva una laurea, contro il 32,8% nell’UE; con una prevalenza nel Centro Italia (24,2%), seguito dal Nord (21,3%) e dal Mezzogiorno (16,2%). Secondo dati di Eurostat, l’istituto statistico europeo, l’Italia, con appena il 27,6% di laureati tra chi ha fra 30 e 34 anni, è penultima in classifica, seguita dalla Romania (25,8%). C’è una grande distanza dagli altri Stati comunitari anche per quel che riguarda la quota di popolazione con almeno un diploma (62,9% contro 79,0% nell’UE). Colpisce dunque molto il fatto che il nostro Paese non sia ancora in grado di garantire un lavoro in percentuali accettabili neppure ai pochi (rispetto alle media UE) che hanno titoli universitari: 78,3% è il tasso di occupazione dei 30-34enni laureati, contro l’86,5% comunitario. Infatti molti giovani italiani scelgono di andare all’estero.

Inoltre ci sono divari forti anche all’interno del Paese: «Nel 2020, la differenza tra Nord e Mezzogiorno nei tassi di occupazione dei 30-34enni laureati supera i 22 punti». In questo contesto pesa ovviamente anche l’attenzione nella scelta dell’indirizzo di studio universitario, viste le importanti differenze a seconda delle aree disciplinari: «Nel 2020, il tasso di occupazione delle persone tra i 25 ed i 64 anni, laureate nelle aree umanistica e dei servizi, è pari al 75,2%, in quelle socio-economica e giuridica sale all’80,1%, si attesta all’84,5% per gli ambiti scientifico e tecnologico e raggiunge il massimo valore per le lauree nell’area medico-sanitaria e farmaceutica (86,4%)».

Certo, l’Istat sottolinea che il vantaggio occupazionale «di un laureato rispetto a chi ha raggiunto al massimo la licenza media è di 29 punti percentuali», tuttavia le opportunità di lavoro «in Italia sono inferiori anche per i livelli di istruzione più elevati: …la differenza si riduce solo col crescere dell’età e si annulla nelle fasce più mature, dai 50 anni in su». L’Istituto di statistica aggiunge che il confronto con l’Europa conferma «come siano evidenti le criticità che caratterizzano la transizione dal percorso formativo al mercato del lavoro. I differenziali Italia-Ue27 nei tassi di occupazione dei 20-34enni che hanno conseguito il titolo 1-3 anni prima sono pari a -22,3 punti tra i diplomati e -19,6 punti tra i laureati».

Quindi è chiaro che in Italia c’è un mercato del lavoro che assorbe «con difficoltà e lentezza anche il giovane capitale umano più formato». Insomma, i giovani ‒ teoricamente quelli preparati alle nuove esigenze funzionali, digitali e tecnologiche ‒ restano i più svantaggiati. Per giunta, i neolaureati italiani sono, quando trovano lavoro, tra i meno pagati d’Europa: mediamente arrivano a poco più di 28.000 euro annui lordi, secondo la società di consulenza Mercer, citata dal Corriere della sera. Per farsi un’idea, in Francia si arriva a 35.000, a 50.000 in Germania e a 79.000 in Svizzera. I nostri laureati non sono soltanto scarsi, sono anche poco valorizzati sul fronte degli stipendi.

La situazione era già stata delineata nel giugno scorso dalla XXIII indagine del Consorzio interuniversitario AlmaLaurea, dedicata all’inserimento lavorativo dei laureati italiani fino ai primi 5 anni successivi al conseguimento del titolo. Ha coinvolto 655.000 persone di 76 atenei. È risultato che nel 2020 il tasso di occupazione è stato pari, a un anno dal conseguimento del titolo, al 69,2% tra i laureati di primo livello e al 68,1% tra quelli di secondo livello; tra i laureati magistrali biennali il tasso di occupazione è salito al 72,1%, mentre per i magistrali a ciclo unico si è attestato al 60,7%. A parità di altre condizioni, i più favoriti sono i laureati del gruppo informatica e tecnologie ICT, così come di quello di ingegneria industriale e dell’informazione, cui si aggiungono i laureati dei gruppi medico-sanitario e farmaceutico, educazione e formazione, architettura e ingegneria civile, scientifico. Meno favoriti, invece, sono i laureati dei gruppi disciplinari psicologico, arte e design, giuridico. La quota di chi è assunto con un contratto a tempo indeterminato raggiunge il 65,5% tra i laureati di primo livello e il 55,2% tra quelli di secondo livello.

 

Colpisce, nell’indagine di AlmaLaurea, il dato sull’arretratezza delle strategie di ricerca o offerta di lavoro anche sul fronte dei laureati. In Italia, in generale, si fa ricorso soprattutto a contatti informali, con amici e parenti prima di tutto: ha dichiarato di aver intrapreso questa strada il 77,5% dei disoccupati in Italia, rispetto al 66,1% della media europea. Altrettanto utilizzato è il canale diretto e informale, senza intermediari, con il datore di lavoro. Meno utilizzati sono, invece, i canali formali: pubblicazione o risposta ad annunci di lavoro ben strutturati, uffici pubblici o privati di collocamento (agenzie per il lavoro). Il risultato? Di fatto restano esclusi da questi meccanismi, piuttosto “artigianali” e familistici, coloro che non hanno una rete adeguata di relazioni.

 

La ricerca di Almalaurea sostiene che ‒ a maggior ragione, nel contesto di crisi pandemica ‒ «è fondamentale porre il capitale umano al centro delle riflessioni sulle direzioni di sviluppo del prossimo futuro: aumento dei livelli formativi, sviluppo sostenibile, innovazione, investimenti in R&S (ricerca e sviluppo) devono rappresentare i quattro punti cardinali verso cui indirizzare le politiche attive». «Ma», si legge nel rapporto, «per raggiungere questo ambizioso traguardo occorrerà intervenire anche dal punto di vista culturale, attraverso azioni di orientamento e di diffusione capillare delle informazioni». Un messaggio che qualcuno recepisce? In realtà anche nel 2021 abbiamo ascoltato la solita solfa: imprenditori grandi e piccoli che si lamentano di non trovare lavoratori adatti alle loro esigenze (magari senza specificare come li cercano, la retribuzione, il tipo di contratto). Su Atlante a questo aspetto è stato dedicato un articolo quando ‒ tra primavera ed estate del 2021 ‒ sui media era molto trendy il luogo comune sui giovani e meno giovani che preferirebbero vivere di sussidi.

 

L’auspicio è che, grazie al contributo del programma Next Generation EU e del Piano nazionale di ripresa e resilienza, l’Italia possa guadagnare posti nelle graduatorie internazionali. I nostri dottor Bonaventura del XXI secolo ‒ pur dovendosi impegnare costantemente nell’adeguare competenze e studi alle esigenze del mercato ‒ ne sarebbero felici. Tanto più che nel fumetto di Tofano, citato all’inizio, il signor Bonaventura riusciva sempre a incassare, alla fine dell’avventura, una cifra che, di pari passo con l’inflazione, era passata nei decenni da 1.000 lire a 1 miliardo. Per i nostri laureati, che vantano gli stipendi tra i più bassi d’Europa e i contratti meno stabili, quello lieto fine per ora resta un miraggio.

 

Immagine: Giovani nell’area universitaria di Bologna, città sede della più antica università del mondo occidentale (12 novembre 2018). Crediti: Marija Vujosevic / Shutterstock.com

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