3 novembre 2021

Lavoro digitale: un nuovo quadro europeo in costruzione

 

Con la risoluzione discussa lo scorso 13 settembre, e approvata con 524 voti a favore, 39 contro e 124 astensioni, il Parlamento europeo si è rivolto alla Commissione suggerendo la strada per un quadro europeo di regolazione del lavoro tramite una piattaforma in grado di garantire ai lavoratori digitali lo stesso livello di protezione sociale dei lavoratori tradizionali della stessa categoria. Tre sono i punti essenziali che la risoluzione ha messo in evidenza: la presunzione di esistenza del rapporto di lavoro, l’assicurazione gratuita contro gli infortuni per rider e autisti, e un controllo umano sugli algoritmi alla base delle piattaforme. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, occorre sottolineare che la risoluzione rappresenta il contributo del Parlamento europeo all’iniziativa legislativa che la Commissione ha annunciato di presentare entro fine anno, nell’ambito del Piano d’azione sul pilastro europeo dei diritti sociali, con l’obiettivo di adeguare l’attuale normativa europea alle nuove sfide che la rivoluzione digitale pone innanzi allo schema potere-diritti da cui nasce la tutela del lavoro. Essa giunge all’esito di uno studio del Parlamento europeo intitolato L’economia di piattaforma e il lavoro precario, che invero ha messo in evidenza tutta l’inadeguatezza dell’attuale sistema normativo innanzi all’espandersi del cosiddetto lavoro tramite piattaforma, una tendenza che si è innestata su un già persistente processo di precarizzazione e frammentazione del rapporto di impiego, per questo richiamando ad una più generale agenda di transizione per la regolazione del lavoro, come da tempo suggeriscono l’OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) e l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).

Quello del lavoro tramite piattaforma è un modello venuto diffondendosi a partire dalla crisi economica del 2007, quando l’intuizione di selezionare e gestire i lavoratori attraverso applicazioni digitali ha assunto sempre maggiore successo nell’ambito del nuovo sistema di mercato detto della gig economy. La piattaforma, infatti, ha il pregio di ridurre notevolmente i costi di intermediazione tra datori e prestatori, così determinando nuove forme di incontro tra domanda e offerta di lavoro e quindi nuove opportunità di impiego.

Le contraddizioni, tuttavia, sono insite già nel nome. La parola “gig”, infatti, contrazione di “engagement”, riprende lo slang utilizzato dai jazzisti statunitensi dei primi decenni del secolo scorso per riferirsi alle esibizioni occasionali per cui venivano scritturati con compensi esigui, senza molte formalità né garanzie di continuità negli incarichi. Anche per i gig works vale lo stesso discorso. Se da un lato, invero, le piattaforme digitali hanno il merito di venire creando nuove risposte alla disoccupazione e al lavoro scoraggiato, dall’altro non assicurano stabilità e protezione sociale ai lavoratori digitali, per questo necessitando di un puntuale inquadramento giuridico che provveda ad adeguare le garanzie a presidio del diritto al lavoro a questa realtà per molti aspetti rinnovata.

L’inadeguatezza della normativa ha invero determinato un’incertezza applicativa in sede giurisprudenziale tradottasi, su scala globale, in interpretazioni creative dei giudici, che si sostituiscono all’assenza di regolazione legislativa spesso finendo per svolgere un effetto trainante sul legislatore. Italia e Spagna rappresentano esempi particolarmente calzanti in questo senso.

In Italia, con il decreto legge n. 101/2019 (poi convertito nella legge 128/2019), il legislatore ha assorbito la soluzione della Corte d’appello di Torino (sentenza n. 26/2019) di estendere l’applicazione dell’art. 2 del decreto legislativo n. 81/2015 ai rider che richiedevano il riconoscimento come lavoratori subordinati. L’intervento legislativo si è tuttavia rivelato insufficiente. È vero infatti che l’art. 47 bis, del pari inserito nel decreto legislativo n. 81/2015, ha stabilito livelli minimi di tutela anche per i lavoratori autonomi che, pur senza il carattere della continuità, svolgono attività di consegna di beni per conto altrui. Ma l’ambiguità della formula vede la giurisprudenza ancora contraddirsi circa la qualificazione dei rider come lavoratori autonomi o subordinati, oltre che svolgere un ruolo di primo piano che talvolta tenta la strategia della «penalizzazione», come mostra la recente decisione della giudice dell’udienza preliminare di Milano di condannare la piattaforma Uber Eats per il reato di caporalato digitale.

Proprio allo scopo di individuare i punti deboli di questa normativa, si segnala come nota positiva l’istituzione, nello scorso aprile, dell’Osservatorio permanente sulla tutela del lavoro svolto tramite piattaforme digitali, presieduto dal ministro del Lavoro e composto da rappresentanti di datori e lavoratori designati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale.

Anche in Spagna è l’attivismo giurisprudenziale ad aver determinato l’azione normativa del governo, che ha espressamente dichiarato di assorbire la decisione n. 805/2020 del Tribunale supremo che, anche in questo caso in materia di rider, li ha qualificati come lavoratori subordinati. In questo modo, il governo spagnolo è giunto al Real Decreto-ley n. 9/2021 ravvisando il presupposto di straordinaria necessità ed urgenza proprio nell’eccessiva contraddittorietà delle decisioni giudiziali che, talvolta qualificando i fattorini come lavoratori autonomi e talaltra come subordinati, finivano col restituire una tutela contrastante alle esigenze di certezza del diritto.

Questa normativa conduce a esiti assai più convincenti. Essa, intervenendo sullo Statuto dei lavoratori spagnolo, vi inserisce una presunzione di subordinazione per le attività di consegna associate alle piattaforme digitali che svolgono funzioni di organizzazione, gestione e controllo dei lavoratori, prevedendo altresì un obbligo di informazione per le grandi realtà industriali cui le piattaforme fanno capo circa le modalità di funzionamento degli algoritmi.

È una normativa definibile come pionieristica: presunzione di esistenza del rapporto di lavoro e informazione trasparente e controllata sugli algoritmi sono, per il Parlamento europeo, il punto di partenza per un quadro comune in grado di consentire lo sviluppo dell’economia digitale in condizioni di rispetto della protezione sociale e del diritto al lavoro.

 

Immagine: I rider milanesi in piazza Duomo protestano per le condizioni di lavoro che non consentono più di portare le biciclette sui treni, Milano (5 novembre 2020). Crediti: Luca Ponti / Shutterstock.com

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