10 giugno 2020

Lavoro

 

L’emergenza pandemica ci ha costretti a riordinare in fretta, sotto la spinta della necessità, la scala delle nostre priorità: a distinguere ciò che è essenziale per la nostra comunità da ciò che non lo è. Nel decreto Cura Italia – il primo provvedimento organico di risposta all’emergenza sanitaria del governo italiano – quell’ordine di priorità assomiglia molto a quello che una innovativa proposta teorica e politica di questi anni ha chiamato “economia fondamentale” (Economia fondamentale, 2018), per designare l’insieme delle attività umane che costituiscono la base stessa del benessere e della coesione sociale di una comunità: servizi sanitari e di cura delle persone accessibili a tutti in condizioni di uguaglianza; quelle infrastrutture essenziali – materiali e immateriali – che determinano le precondizioni di funzionamento di un sistema economico evoluto, dai trasporti pubblici ad una pubblica istruzione avanzata e gratuita; un settore primario che assicuri mercati alimentari orientati al benessere dei consumatori e dei produttori di cibo, e così via. Il decreto-legge del governo italiano ha fatto affidamento su questi settori vitali dell’economia fondamentale per fronteggiare la pandemia. E il più recente decreto Rilancio rafforza queste misure, proiettandole oltre l’orizzonte della fase di gestione dell’emergenza sanitaria.

 

Ciò che accomuna queste misure – non soltanto nel nostro Paese – è una sorta di riscoperta della centralità del valore sociale del lavoro, anzitutto (ma non solo) in questi settori essenziali. Al contempo, di fronte ad una caduta senza precedenti del prodotto interno lordo, quelle misure mirano a dare prime ed essenziali risposte sociali – in termini di conservazione del posto di lavoro e del reddito – ai milioni di lavoratori che altrimenti perderebbero l’uno e l’altro, come sta avvenendo in quei sistemi che non conoscono un welfare state ancora solido come quello esistente in buona parte degli Stati membri dell’Unione Europea.

 

E anche l’Unione Europea, superata una prima fase di pericolosa inerzia (Giubboni, 2020), sembra finalmente avviata, pur tra perduranti resistenze e incertezze, a sostenere gli sforzi straordinari degli Stati membri – specialmente di quelli maggiormente colpiti dal Coronavirus, come il nostro – in modo commisurato alla gravità della crisi. Anche nei piani di salvataggio dell’Unione Europea il lavoro sembra pertanto ritrovare quella centralità che esso aveva certamente perduto nel rigido predominio delle politiche di austerità con cui è stata invece affrontata la crisi economico-finanziaria deflagrata in Europa – e in Italia con conseguenze durature e particolarmente gravi – all’inizio dello scorso decennio.

 

Sembra così finalmente matura – ed è questa a ben vedere l’opportunità che la drammatica crisi pandemica ci chiede ora di cogliere – la consapevolezza che la rinascita (civile, sociale ed economica) della nostra comunità nazionale, in seno ad una ritrovata coesione europea, debba avvenire rimettendo al centro la questione del lavoro (Barca - Luongo, 2020): di quello che manca, prima di tutto, e che va urgentemente ritrovato con appropriati e lungimiranti investimenti pubblici, che guardino ad un orizzonte lungo di sviluppo equo e sostenibile del Paese; e di quello che c’è, e che deve essere tuttavia meglio riconosciuto e garantito (retribuito e protetto, quindi), ed anch’esso riqualificato e veramente “modernizzato”, ma in una logica del tutto opposta alle politiche di segno neoliberale (Mazzucato, 2018; Stiglitz, 2019), per troppi anni coltivate – con esiti disastrosi (Allievi, 2020) – anche in Italia.

 

Nelle prossime settimane il governo italiano sarà impegnato, con il coinvolgimento auspicato di tutte le forze politiche e delle parti sociali del Paese, ad elaborare un piano strategico per la rinascita dell’Italia in Europa. Dovrà essere questa la sede per far riemergere la centralità della questione del lavoro e per dare risposte adeguate alle sfide drammatiche cui siamo chiamati dalla crisi in atto. Se si potesse esprimere un auspicio a questo riguardo, focalizzando l’attenzione sulle misure che paiono indifferibili in particolare sul versante della regolazione del mercato del lavoro in senso ampio, dovrebbero almeno essere affrontate talune priorità, da troppo tempo inevase.

 

Serve un sistema finalmente universale e inclusivo di moderni ed efficienti ammortizzatori sociali. Le misure emergenziali assunte dal governo, pur straordinarie e senza precedenti per proporzioni finanziarie, hanno di necessità dovuto far leva sul quadro regolativo esistente, che è però inadeguato e pieno di vuoti di protezione non più sostenibili. Vanno dunque riformati gli ammortizzatori sociali – la cassa integrazione guadagni, in primo luogo – in una logica che, pur coinvolgendo le risorse collettive della bilateralità in funzione integrativa, poggi su un sistema pubblico universale.

 

La pandemia ha vieppiù dimostrato quanto sia necessario un reddito minimo garantito, una rete universale (il cosiddetto “universalismo selettivo”) di contrasto dell’esclusione sociale e della povertà. Il reddito di cittadinanza già struttura in modo robusto questa rete, che va tuttavia potenziata nei suoi strumenti di azione ed ulteriormente estesa per raggiungere quanti ne sono lasciati ancora ai margini (lo stesso governo ha riconosciuto questa esigenza con la misura temporanea ed eccezionale del reddito di emergenza, prevista dal decreto Rilancio).

 

Deve essere affrontata organicamente la “questione salariale”, con due misure tra di loro complementari, da tempo al centro del dibattito politico-sindacale, e sulle quali lo stesso governo – con il ministro del Lavoro in carica – ha presentato proposte molto precise: da un lato, un intervento volto a garantire a tutti i lavoratori una retribuzione minima per legge, con il rinvio parametrico ai contratti collettivi nazionali di categoria stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative; dall’altro, una disciplina legislativa di misurazione della rappresentanza, quantomeno a questi fini.

 

Occorre inoltre rivedere la disciplina della flessibilità contrattuale (o tipologica) – frutto di una stratificazione sotto molti profili incongrua e disfunzionale – e insieme riformare la normativa sui licenziamenti, superando il contratto a “tutele crescenti”, che ha dato pessima prova di sé e sul quale pendono nuove questioni di legittimità dinanzi sia alla Corte costituzionale che alla Corte di giustizia dell’Unione Europea.

 

Le politiche sociali e di welfare in senso ampio debbono – infine, e soprattutto – porre al centro con forza la più urgente delle questioni, quella che più di ogni altra incide negativamente sul declino socioeconomico e demografico del Paese. Il lavoro delle donne e dei giovani deve essere la principale priorità nazionale, e ciò esige che esso sia favorito e incentivato con ogni mezzo, non solo di natura fiscale e contributiva, ma anche abbattendo le formidabili barriere che impediscono di conciliare vita professionale e impegni familiari e di cura e che tanto peso hanno – notoriamente – nel perpetuare l’insostenibile gender gap italiano. Anche le politiche pensionistiche vanno ripensate di conseguenza, in primo luogo per progettare un sistema che garantisca in futuro pensioni adeguate anche alle generazioni che entrano oggi nel mercato del lavoro (il ministro in carica ha affacciato la proposta di una pensione contributiva di garanzia, attualmente allo studio di un tavolo tecnico).

 

Sono solo pochi spunti, si spera tuttavia sufficienti a dare un’idea delle sfide che ci attendono per rimettere al centro, nell’Italia che avrà finalmente voltato le spalle al Coronavirus, il valore del lavoro.

 

Bibliografia

M. Mazzucato, The Value of Everything. Making and Taking in the Global Economy, London, Allen Lane, 2018

Economia fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana, Collettivo per l’economia fondamentale, Torino, Einaudi, 2018

J.E. Stiglitz, People, Power and Profits. Progressive Capitalism for an Age of Discontent, London, Allen Lane, 2019

S. Allievi, La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro, Roma e Bari, Laterza, 2020

F. Barca - P. Luongo, Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale, Bologna, il Mulino, 2020

S. Giubboni, In a spirit of solidarity between Member States … Noterella a prima lettura della proposta della Commissione di una “cassa integrazione guadagni europea”, in Menabò di Etica ed Economia, n. 122, 2020.

 

Crediti immagine: Foto di 贺新 陈 da Pixabay

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