29 marzo 2020

Le ali contro la tempesta

 

Dicono che bisogna sbattere le ali contro la

tempesta, fiduciosi che dietro la tormenta

splenda il sole

(Virginia Woolf, Le onde)

 

Come in tempo di guerra la sera accendiamo la radio per ascoltare il bollettino della giornata, le battaglie vinte, quelle perse, il numero dei caduti. Come in tempo di guerra i soldati sono al fronte, con divise che non sempre proteggono dal freddo. Come in tempo di guerra il suono delle sirene taglia la calma irreale del pomeriggio. Anche se Susan Sontag ci mette in guardia dall’usare immagini belliche parlando di malattie, anche se conosciamo le differenze fra il trauma per mano dell’uomo e il trauma per calamità naturale, queste settimane governate dalla monarchia del Coronavirus posson sembrare giornate di guerra.

Certo senza bombe e rastrellamenti, ma a chi non ha vissuto la guerra la metafora viene in mente. C’è un nemico che conosciamo poco: il virus; le armi per combatterlo non sempre funzionano e comunque manca ancora quella letale: il vaccino; medici e infermieri sono in prima linea, con parecchi caduti, per non parlare dell’esercito dei malati. Il ritmo delle giornate è cambiato, il senso di protezione vacilla, paura e incertezza per il futuro hanno messo radici nei nostri pensieri. Le scuole, i musei, le librerie, molte fabbriche e molte aziende sono chiuse; interi ospedali hanno riconvertito i loro reparti. Il Paese è quasi immobile, e trattiene il respiro nella quarantena. Per capire che andava così qualcuno ci ha messo un po’, qualcuno forse non lo ha ancora capito. Nell’inevitabile smarrimento, la maggior parte sta dando il meglio di sé. È passata la linea: per proteggermi ti proteggo. Non era facile.

 

Senza che lo potessimo prevedere, psicologicamente impreparati, ci siamo trovati ad affrontare un trauma collettivo. Il dilagare epidemico di un virus in alcuni casi letale mette alla prova la tenuta della nostra salute mentale e, in ragione del gran numero di persone da assistere, di quella pubblica. Questa tempesta papa Francesco l’ha definita «inaspettata e furiosa» e chiede a Dio di «non lasciarci sua balia». Ai suoi cittadini, ai governatori e ai politici, il presidente Mattarella chiede «che comprendano appieno, prima che sia troppo tardi, la gravità della minaccia per l’Europa».

 

Per calcolare l’intensità dell’impatto traumatico dobbiamo considerare più variabili: la nostra posizione geografica (con il triste record lombardo dei decessi), la vita lavorativa (non tutte le professioni sono penalizzate allo stesso modo, non tutti i lavori possono essere svolti a casa, non tutti gli stipendi continuano ad arrivare), la condizione sociale (senza soffermarci su alcuni accessi privilegiati al tampone, pensiamo semplicemente che la serenità di una quarantena dipende in buona parte dai metri quadrati a disposizione). Poi, come sempre, una delle variabili più importanti, è la personalità di ciascuno, dal momento che ogni esperienza traumatica, e la sua possibile elaborazione, va pensata al confine tra l’oggettività della minaccia e la soggettività della risposta. Distinzione in parte scolastica dato che, nel mondo psichico, i confini tra interno/esterno e oggettivo/soggettivo sono mobili e permeabili. Infine il virus stesso, e il suo incontro con il nostro organismo, rappresenta la variabile più grande: da contagi aggressivi fino alla letalità a contagi asintomatici o paucisintomatici.

 

Un articolo da poco apparso su una delle più importanti riviste mediche internazionali, The Lancet, si intitola The psychological impact of the quarantine and how to reduce it? I consigli “pratici” – organizzare un’agenda domestica; darsi un metodo; rispettare gli orari; curare le relazioni, quelle della convivenza diretta e quelle a distanza; saper chiedere aiuto; saper dare aiuto; non fare indigestione di informazioni; ascoltare le notizie che vengono da fuori ma anche quelle che vengono da dentro, imparando a farle convivere – sono facilmente reperibili on-line e riguardano tutti. Ma tutti siamo diversi, e dunque è utile riflettere sulle diverse risposte individuali al passaggio da una vita tutta fuori a una vita tutta dentro. Sono reazioni e piccoli assestamenti che continueranno a lavorare negli anni, come sempre accade con i cambiamenti traumatici che inevitabilmente diventano post-traumatici. Fortunati quelli che possono e sanno fare di necessità virtù. Anzi, usare la necessità come orto dove coltivare la virtù: sono i guardiani della casa, familiare e psichica; i devoti dello spazio introverso, capaci d’intimità con se stessi. Ma c’è anche l’incubo claustrofobico del confinamento psichico e fisico, la reclusione in convivenze difficili, talora violente. Ci sono angosce di oggi che nascono ieri, esperienze e fantasie di isolamento, invasione, perdita, abbandono. Il clima psichico della quarantena e dei mesi che la seguiranno dipenderà anche da come siamo scesi a patti con quelle angosce, da come le abbiamo ritrascritte e ci hanno aiutato a ritrascriverle. Dipendono dai nostri meccanismi di difesa, visto che oltre a quelli immunitari abbiamo anche quelli psichici. Il destino di chi usa la negazione sarà molto diverso da quello di chi sa e può mentalizzare i suoi affetti sconvolti. Non dimentichiamo il valore di una telefonata, di una rassicurazione, di un ascolto. Ricorrere all’altruismo, per esempio, che è un meccanismo di difesa, è psicologicamente più stabilizzante che rifugiarsi in meccanismi scissionali che contrappongono paure catastrofiche a invulnerabilità onnipotenti.

 

È insomma importante saper attivare il sistema complesso delle convivenze. «Io loderei un’anima a diversi piani», diceva Montaigne. Se non so convivere con me stesso, dialogando con i molti che mi abitano, non vivrò bene con l’altro e con gli altri. Non siamo un sistema isolato, impensabile è un io senza un tu e senza un noi. E se c’è un momento di imparare l’arte delle convivenze è proprio questo: la convivenza dell’io, nello spavento; la convivenza del tu, nella cura; la convivenza del noi, nella responsabilità.

 

Come sempre nei momenti difficili il pensiero va a chi potrebbe essere più in difficoltà. Le persone che soffrono di disturbi psichiatrici. Le donne che vivono in famiglie disfunzionali e violente, per le quali la casa non è un posto sicuro, non lo è mai stato. Le persone anziane la cui vita dipende dall’attenzione degli altri, soprattutto quelle che vivono in contesti istituzionali dove la loro vulnerabilità al contagio può essere più esposta. Le persone povere abituate a vivere per strada. Quelle non povere ma destinate a patire una crisi economica con il pensiero dei loro dipendenti e delle loro famiglie. Le persone non tutelate da uno stipendio fisso. I bambini che hanno bisogno di storie e racconti capaci di far loro capire ciò che accade, perché la loro mamma quando torna dall’ospedale non è affettuosa come al solito, perché la nonna deve stare da sola a casa.

 

Ogni movimento della psiche, nostra e dell’altro, va letto sullo sfondo dei limiti imposti dalla realtà e dalle privazioni che ci tutelano. Alcuni si sentono vulnerabili, troppo esposti al contagio. Altri potenziali veicoli del contagio, chi per buoni motivi, chi per paure e colpe con antiche radici nell’anima. Alcuni si rifugiano nell’ipercontrollo, altri si abbandonano all’impulsività o alla trascuratezza. C’è chi costruisce pensieri paranoidi e indica come vera emergenza la restrizione delle libertà, il totalitarismo medico-mediatico. E poi le introversioni creative, i ritorni alla lettura, alla scrittura, alla musica. La scoperta che il paesaggio naturale, che ora tanto ci manca, è comunque un paesaggio della mente, un mindscape. Facciamo tesoro di tutte queste varietà mentali perché ciascuna è parte della nostra mente.  

 

Siamo isolati, ma non soli. Penso ai muri che ci separano in queste settimane come a muri inclusivi. Penso alla grande occasione della rete (con i miei pazienti continuiamo a lavorare on-line, c’è chi preferisce Skype, chi la sola voce al telefono, gli adolescenti vogliono FaceTime; lavoriamo bene, siamo sintonizzati, non solo nelle frequenze ma anche nell’incontro delle menti affettive). È un isolamento al servizio di sé e degli altri che, mettendoci alla prova, ci interroga e ci nutre. Se la prima ragione della quarantena nasce dall’allarme e dal sospetto, la seconda vive di cura e solidarietà. È scritta implicitamente nelle intenzioni della legge, come ogni educazione alla civiltà ci chiede di elaborare intersoggettivamente una regola. Solo così gli abbracci che non possiamo dare possono tenerci più stretti.

 

Eppure gli abbracci ci mancano. Ci mancano i baci, quelli attesi e gli inattesi. Pensando al futuro, temo che anche quando le quarantene saranno finite, finché non avremo la certezza del vaccino, saremo tutti più cauti con il corpo, con la vicinanza fisica. Potrebbe essere questo, dopo tanti lutti, il sottile lutto silenzioso che più a lungo abiterà in noi. Al tempo stesso penso che questa temporanea abitudine alla distanza possa portare dell’altro, proprio nella sua assenza, la più acuta presenza. Il nostro etologico, irrinunciabile desiderio della pelle e del respiro altrui.

 

Woolf ci ha invitato a sbattere le ali contro la tempesta. Murakami immagina quando sarà finita: «probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo […] Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato».

 

Bibliografia

 

V. Woolf, Le onde (1931), Einaudi, Torino, 1995

S.  Sontag, Malattia come metafora. Aids e cancro (1978 e 1989), Einaudi, Torino, 1997

H. Murakami, Kafka sulla spiaggia (2002), Einaudi, Torino, 2008

V. Lingiardi, Mindscapes. Psiche e paesaggio, Raffaello Cortina, Milano, 2017

V. Lingiardi, Diagnosi e destino, Einaudi, Torino, 2018

V. Lingiardi, Io tu noi. Vivere con se stesso, l’altro, gli altri, UTET, Milano, 2019

S. Brooks, R. Webster, L. Smith et al., The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence, in The Lancet, February 26, 2020

 

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* Professore di psicologia dinamica, Facoltà di medicina e psicologia, Sapienza - Università di Roma

 

Immagine: Effetto Coronavirus, ragazza in quarantena. Crediti: czechexplorer / Shutterstock.com

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