3 maggio 2020

Le dimensioni della distanza

 

La questione della distanza - specificamente del ‘distanziamento sociale’ - che sta regolando la nostra vita quotidiana in questo momento può essere affrontata con riferimento a ciò che accade nelle abitudini quotidiane e nelle reazioni dei cittadini osservabili ora ma anche con riferimento ai probabili effetti, ai segni, che l’esperienza del distanziamento lascerà sulla popolazione. In questa breve nota mi riferirò soprattutto al primo aspetto.

Le dimensioni del distanziamento sociale - in molti hanno voluto sottolineare come sarebbe stato più opportuno parlare di distanziamento fisico o geografico perché di questo si tratta - sono diverse. In primo luogo quelle più evidenti: la lontananza dei corpi e dei volti in un contesto pubblico (il famoso metro da rispettare) e la distanza dalle persone che si era soliti incontrare e che si era soliti frequentare.

C’è poi un’altra dimensione della distanza più semplice e al contempo meno ovvia, collegata anch’essa al confinamento, che è il suo inverso: l’eccesso forzato di vicinanza, che si determina talvolta nelle case e nelle famiglie con implicazioni serie per l’equilibrio sociale psicologico del gruppo familiare.

 

Comprensione e consenso

Una tematica di rilievo riguarda il modo in cui il distanziamento sociale è stato percepito e accettato dalla gran massa dei cittadini. In effetti negli spazi pubblici è osservabile come il famoso metro di distanza, con il complemento della mascherina (quando è stato possibile ottenerne una), è stato in genere rispettato. È difficile dire con quanto entusiasmo e convincimento, ma le file in attesa di entrare in un negozio o in un supermercato sembrano essere state ordinate dappertutto senza particolari lamentele. Insomma, ci si è adeguati a livello di massa a queste disposizioni condividendone evidentemente la necessità e l’opportunità.

Non che su questo ci sia stata grande chiarezza: neanche sulla dimensione della distanza da rispettare giacché il famoso metro è stato a volte contestato da opinionisti e studiosi perché ritenuto insufficiente. E variegate sono state le prese di posizione di studiosi, politici ed opinionisti sull’uso stesso della mascherina. Così la gente ha evitato gli assembramenti o di fermarsi per strada come avveniva tradizionalmente con amici incontrati per caso: una riduzione delle occasioni di socialità dovuta non solo al rispetto delle regole ma anche alla paura di infettarsi. L’amico con quale scambiare quattro chiacchiere diventa un soggetto da evitare in quanto probabile portatore del virus.

Ancor maggiore è stata l’indisponibilità e il sospetto nei confronti di chi non si conosce, in particolare se male in arnese, perché marginale o semplicemente povero.

 

Vicinanza a distanza

Passando alla distanza come lontananza da persone e luoghi solitamente frequentati, il distanziamento è mitigato nei suoi effetti e in alcuni casi da strumenti legati alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Penso in particolare a Skype e soluzioni analoghe disponibili nella maggior parte ma non in tutte le famiglie italiane (questione di grande rilievo). Si tratta di una soluzione di parziale riduzione della distanza che è stata di grande aiuto fino ad ora. Non è poca cosa poter parlare con qualcuno guardandone il volto, con l’impressione a volte che ti stia effettivamente vicino, anche se a lungo andare la mancanza di effettiva vicinanza fisica e corporea si fa sentire.

Non entro invece in merito a questioni di grande rilievo che meritano un approfondimento specifico quali la didattica a distanza e il telelavoro. Entrambe queste forme di riduzione virtuale della distanza esistevano al livello infinitamente più ridotto già da prima che con il coronavirus diventassero la norma per il sistema scolastico e una soluzione diffusa e raccomandata a livello economico e produttivo. Sul piano educativo la didattica a distanza aveva applicazioni limitate a livello universitario nelle cosiddette università telematiche private e un uso effettivamente eccezionale nelle università pubbliche. Ed anche il telelavoro era limitato a poche aziende e a un modesto numero di attività. Credo che in questi due ambiti, DAD e telelavoro (definito per vezzo provinciale smart work) si avranno le più forti ricadute e la maggiore istituzionalizzazione del cambiamento in futuro.

 

La riduzione della vita di relazione: non uguale per tutti

L’esperienza del distanziamento sociale ha cambiato la quotidianità di molte persone con una drastica riduzione della intensità della vita di relazione. Il confinamento in casa per un periodo che sta superando i due mesi, ed è destinato ancora a durare, comincia a pesare a molti, naturalmente con implicazioni e reazioni diverse per soggetti diversi. Particolarmente importanti mi sembrano due variabili: quella demografica - giovani e anziani - e la classe sociale di appartenenza con le dimensioni che la definiscono, ossia il livello di reddito e di istruzione, le caratteristiche del lavoro svolto e, in generale, lo stile di vita.

Con riferimento a questo secondo aspetto non tutti sono stati costretti alla pratica di confinamento e non tutti hanno potuto orgogliosamente esporre l’hashtag “Io resto a casa”. Penso ai lavoratori precariamente occupati nella consegna a domicilio di prodotti acquistati presso negozi o supermercati. Andando a lavorare, pur con tutte le precauzioni, essi corrono (anche per conto nostro come consumatori) qualche rischio dal quale il distanziamento sociale intende proteggerci. E – questione di ancora più vaste implicazioni - non sappiamo ancora quanto l’effettivo distanziamento sarà garantito nella concreta realtà lavorativa agli operai delle fabbriche che riapriranno e quanti sono i rischi che essi correranno. Qui non è la distanza ma la vicinanza a porre problemi.

 

Distanza e non segregazione: ragazzi e anziani

Per converso c’è un’altra categoria di soggetti per i quali al distanziamento sociale obbligatorio nella vita pubblica ha corrisposto una riduzione degli spazi solitamente frequentati costringendo a una quotidianità vissuta in ambienti piccoli e affollati dove il distanziamento dei conviventi non è neanche pensabile. In queste famiglie si è realizzata una modifica radicale del senso di prossimità. Mi riferisco soprattutto ai bambini e ai ragazzi costretti alla mancanza di rapporto fisico diretto con i coetanei e per converso a una prossimità dei genitori, cioè a una non sufficiente distanza per fasi della giornata molto più lunghe.

Infine gli anziani: per loro il distanziamento sociale per un lungo periodo ha significato la condizione coatta di restare in casa. Tutto ciò per effetto di un radicale equivoco relativo ai motivi di morte per Covid-19 di molti anziani. I casi delle RSA usate anche come lazzaretti, in particolare in Lombardia, spiegano molto più le morti di anziani di quanto non lo possa fare la minor prestanza fisica di un sessantenne in buone condizioni di salute, quale è per questi la norma nel nostro paese grazie al servizio sanitario nazionale.

Per un opportuno ripensamento la segregazione per legge, e non per invito alla autoprotezione, degli anziani sembra essere scomparsa dai provvedimenti previsti per l’immediato futuro. E la dolorosa, quanto inutile per molti di loro, perpetuazione della distanza da parenti e amici o da piccole abitudini quotidiane non è più minacciata. Questo sarebbe un ulteriore caso di distanza come segregazione. Non a caso la norma tanto inutile quanto discriminatoria risulta essere incostituzionale.

 

Quali saranno i segni di questo distanziamento nel futuro è difficile da dirsi. I grandi disastri umanitari ma anche semplicemente naturali – un terremoto o uno tsunami – lasciano segni non prevedibili al momento in cui la crisi o la catastrofe hanno luogo. E va detto che per quel che riguarda la prospettiva di lungo periodo già ci si divide in molteplici scuole di pensiero raggruppabili schematicamente in due: quella, per coì dire, pessimista e quella ottimista, entrambe fondate sulla convinzione diffusa quanto banale che “nulla sarà come prima”.

Un recente libro edito da il Mulino dal titolo “La grande livellatrice” sostiene la tesi che le grandi apocalissi (guerre, pestilenze ed altro) che si sono succedute nella storia sono state sempre foriere di una fase di sviluppo e anche di riduzione delle diseguaglianze sociali (da cui la parola livellatrice). Speriamo che non ce ne sia bisogno ora.

 

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Immagine: Room in Brooklyn, Edward Hopper 1932. Crediti: Shutterstock.com

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