3 luglio 2018

Le parole dell’odio

«Anche nell’odio le parole non sono tutto, ma anche l’odio non sa fare a meno delle parole»

(Tullio De Mauro, Le parole per ferire, 2016)

 

È un fenomeno talmente diffuso che sempre di più si sente l’esigenza di definirlo, monitorarlo e di cercare di individuare possibili soluzioni: quella dell’odio online, dell’uso spregiudicato delle parole per colpire indistintamente alcune categorie di persone e ridurle a una presupposta appartenenza negandone l’individualità, è una modalità relazionale capace ormai di condizionare pesantemente il dibattito pubblico. Nel 2015 il Consiglio d’Europa è intervenuto direttamente a sollecitare i 47 Paesi membri a occuparsene con azioni dirette, e analoghe iniziative sono state intraprese dall’UE e dall’ONU. Ma invece che diminuire la violenza del linguaggio sta crescendo, occasionata da eventi scatenanti o discorsi mirati a fomentarla, con meccanismi così irriflessi da assomigliare ad automatismi pavloviani: l’ostilità, per esempio, suscitata dai gay durante l’iter in Parlamento della legge sulle unioni civili di persone dello stesso sesso (2016) si è poi affievolita, e questa categoria di persone è tornata – fortunatamente – a essere considerata ‘indegna’ di eccezionale attenzione.

Del fenomeno e dei suoi meccanismi ci offre un quadro Vox. Osservatorio italiano dei diritti, che ha pubblicato per il terzo anno la Mappa dell’intolleranza, un progetto nato dalla collaborazione tra diverse università (la Statale e la Cattolica di Milano, la Aldo Moro di Bari e la Sapienza di Roma) e basato sull’analisi testuale di 6.544.637 tweet pubblicati tra maggio e novembre 2017 e tra marzo e maggio 2018 per rilevarne gli eventuali contenuti omofobi, xenofobi, antisemiti, islamofobi, misogini e contro le persone diversamente abili. Sono infatti le minoranze – coloro che vengono percepite come alieni, capaci di mettere a rischio la compattezza della comunità – e le fasce deboli (o considerate tali), che si ritrovano alternativamente, a seconda dei momenti, al centro dei discorsi d’odio della rete, in cui l’anonimato sembra garantire una maggiore impunità: quest’odio però non rimane esclusivamente virtuale e le aree dove online si manifesta più intensamente sono le stesse in cui si registrano più di frequente gli episodi di violenza fisica.

Nel periodo analizzato, più di un italiano su tre ha twittato il suo odio contro migranti, ebrei e musulmani, mentre rispetto all’anno precedente – quando con la campagna #metoo si erano poste al centro dell’attenzione –, pur rimanendo molto alto, è calato il numero dei tweet contro le donne. Come si è detto a proposito degli omosessuali, infatti, è soprattutto verso le vittime più visibili mediaticamente in un dato momento che si scatena l’odio, come avvenne per esempio con il picco di tweet antisemiti a seguito dell’omicidio dell’anziana ebrea francese Mireille Knoll, nel marzo 2018.

Un aspetto molto interessante rilevato dalla Mappa riguarda il fatto che l’odio per l’altro diminuisce quando l’altro è meglio conosciuto nella sua realtà offline: sono zone come la Campania e la Puglia per esempio a esprimere il massimo disprezzo per la minoranza islamica, che in quelle regioni è quasi inesistente, a conferma del carattere irrazionale della rabbia, che induce letteralmente a misconoscere l’umanità di chi non si conosce. A tale aspetto è collegata la responsabilità dei media, capaci di orientare la percezione del ‘pericolo’, sovradimensionando di volta in volta questo o quell’aspetto dell’attualità, senza contestualizzarne l’effettiva portata.

 

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