27 agosto 2020

Lo sport nelle bolle

Fra le parole del Coronavirus, almeno quelle dello sport, ne esiste una in particolare entrata nel linguaggio comune con la ripresa di alcune discipline dopo il lockdown dovuto al Coronavirus: “bolla”, traduzione dell’inglese bubble. Il termine ha subito una risemantizzazione significativa, al punto che di questi tempi viene utilizzato per indicare il concentramento di squadre, arbitri e addetti ai lavori in un luogo circoscritto all’interno del quale è disponibile tutto ciò che serve – dalle strutture agli alloggi – per disputare regolarmente una determinata competizione. Un perimetro ben determinato, sufficientemente promiscuo per i diversi team eppure off limits area per chi non è ammesso, con regole e protocolli sanitari rigidissimi per chi è dentro: ha ripreso così la propria stagione la NBA (National Basket-ball Association), e lo stesso ha fatto la NHL (National Hockey League), seguite dalla Canadian Premier League per quanto concerne il calcio.

Esempi non seguiti da tutti gli sport nordamericani – la Major League del baseball ha ripreso normalmente, mentre la National Football League sta ragionando sulle varie opzioni –, ma sicuramente esemplari come modalità di affrontare in maniera drastica e singolare la necessità di disputare i match evitando quanto più possibile viaggi e trasferte. La NBA ha deciso, quasi in coerenza con il proprio spirito di intrattenimento, di concentrare le 22 squadre al Disney World Resort di Orlando, in Florida: 35 tesserati per club, tre hotel e tre palazzetti, con i giocatori in clausura almeno sino a fine agosto (nel senso che non potranno incontrare nemmeno le famiglie) in un luogo nato per il divertimento, ma che resta chiuso e gli atleti non possono neppure visitare. L’ossimoro è evidente: Disney World senza gioia, in conformità con una NBA senza tifosi. Diversa la scelta della NHL, che ha portato le squadre in due città canadesi, Edmonton – che ospiterà anche le finali – e Toronto: 52 tesserati per ognuna delle 24 società (18 delle quali statunitensi), ritiri in alberghi controllati e transennati. Ancora più estrema la scelta del calcio canadese, che ha trasferito tutti i coinvolti nell’agone a Charlottetown, sull’isola del Principe Edoardo, appena a nord della Nuova Scozia.

In Europa, quanto di più concettualmente simile alle bolle nordamericane è rappresentato dalla final eight di Champions League, con un inedito format studiato ad hoc e organizzato totalmente a Lisbona: la UEFA, insomma, ha deciso di stravolgere l’andamento normale delle sue competizioni e le modalità di svolgimento (uno schema seguito anche dalla Champions League del basket, la cui final eight comincerà a fine settembre), ciò che al contrario le federazioni nazionali del calcio europeo non hanno fatto, concentrando all’inverosimile calendari e date pur di portare a termine – non tutte, in realtà – i rispettivi campionati, come se la pandemia non necessitasse di un ragionamento supplementare più complesso.

Quest’ultimo paradigma, fatte le dovute differenze di contesto, ha caratterizzato anche la ripresa dei principali sport motoristici, Formula 1 e Motomondiale, ripartiti a luglio con calendari ridotti, con più gare negli stessi circuiti a distanza temporale ridotta, ma senza abbandonare il nomadismo che li ha sempre contraddistinti. La Formula 1, dopo avere annunciato gare sino a settembre, ha aggiunto date e piste sino al 1° novembre (quando a Imola, dove il Circus tornerà dopo 14 anni, si dovrebbe correre l’ultimo gran premio stagionale), mentre le due ruote termineranno a novembre: l’aspetto più interessante, tuttavia, riguarda la geografia delle sedi delle corse, perché il post-Covid ha ridato all’Europa (dove si corrono tutti i gran premi) una centralità che in anni recenti aveva via via perduto a scapito di Medio ed Estremo Oriente. Posto che per Formula 1 e Dorna – la società che gestisce il Motomondiale – si è trattato principalmente di fare di necessità virtù per allontanare il rischio sanitario, la pandemia è riuscita a modificare almeno per questo 2020 un’inerzia che pareva ormai irrimediabile. E, se è vero che in ogni caso il pubblico resta assente, è vero altresì che per chi ospiterà gli eventi post-Covid questa disponibilità potrebbe rivelarsi una significativa cambiale da incassare in futuro nei confronti degli organizzatori.

A lungo invece è rimasto fermo il tennis, e sono stati in tanti a notare il paradosso, considerando l’assenza di contatto fra gli atleti. Lì però il problema è differente, e tocca le logiche economiche degli organizzatori dei tornei, soprattutto quelli minori dei circuiti privati, senza il pubblico, degli incassi diretti e indiretti provenienti dal botteghino, oltre che dell’indisponibilità di alcuni atleti di maggior richiamo. Un segnale incoraggiante l’ha dato il torneo WTA di Palermo – il cui campo centrale è rimasto aperto ad un massimo di 350 spettatori, la novità più significativa –, ma la situazione è tutt’altro che semplice, in previsione degli US Open in una bolla, quella di Flushing Meadows, che fa già discutere, e con la cancellazione del Master 1000 di Madrid, in una Spagna in cui i contagi continuano a salire.

Sentirsi fuori dal tunnel è ancora un esercizio di improbabile ottimismo per lo sport attuale che – salvo appunto rare eccezioni – vive altresì una condizione peculiare il cui denominatore comune è l’assenza di spettatori. L’entertainment, fine ultimo dello sport iperprofessionistico, è solo televisivo ed è assai meno godibile a causa della mancanza della cornice, ora mesta e silenziosa; del resto sono pochissime anche le persone che, fra gli addetti ai lavori, lo sport possono narrarlo dal vivo, con il giornalismo di settore che muta di senso, rappresentando in questo periodo la narrazione di una mediazione già avvenuta. Quella delle telecamere, della regia, delle inquadrature e dei replay scelti da altri che di fatto costruiscono, se non l’evento stesso, almeno il suo racconto.

Chi ha fatto il liceo classico forse ricorda la particolarità di una forma verbale, οἶδα (oida), che è l’aoristo di ὁράω (orao, “vedere”) e significa pertanto “ho visto”, ma nel contempo è l’indicativo presente del verbo sapere. Ho visto, dunque so; la conoscenza come conseguenza dell’esperienza diretta: è esattamente ciò che perde il racconto sportivo dello sport attuale e, considerando che il giornalismo sul campo già di suo non se la passava granché bene a causa di logiche editoriali spesso miopi, eccolo il grande sconfitto di questi tempi inattesi.

 

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