3 gennaio 2021

Lo sport nell’anno della pandemia

Non servirà molta fantasia, un giorno, per ricordare il 2020: il termine pandemia sarà sufficiente ad attivare la memoria e ad applicare a quasi tutti i campi della quotidianità il filtro delle conseguenze di un evento repentino e imprevisto, forse non imprevedibile, comunque capace di permeare significativamente il vissuto di ognuno pressoché a ogni angolo della Terra. Ne serve di più, al contrario, per tracciare il domani, considerando che gli effetti del Coronavirus impatteranno ancora per diversi mesi e che, a questo punto, non si può non considerare la possibilità di una futura nuova epidemia globale fra le potenziali emergenze da dovere affrontare.

In tal senso lo sport viene da un anno epocale: per due mesi abbondanti tra metà maggio e fine luglio è sostanzialmente sparito, tanto al livello professionistico quanto a quello dilettantistico e di base, vietato in quest’ultimo caso dalla necessità di impedire assembramenti. Non era mai accaduto, non così, nemmeno in coincidenza con i due conflitti mondiali del Novecento, quando lo sport – peraltro ben lontano dalle logiche industriali attuali – si bloccava o era interdetto a macchia di leopardo nei luoghi teatro di guerra. Alla fine dello scorso inverno invece tutto cominciava a fermarsi: le attività giovanili e scolastiche, i campionati, le gare e i tornei, infine i grandi eventi, con il posticipo delle Olimpiadi di Tokyo dal 2020 al 2021 a rappresentare l’emblema di un intero settore alle prese con una crisi senza precedenti.

Anche solo per reazione, lo sport dovrebbe avere imparato che, essendo un’attività umana, non è avulso dal contesto: l’impensabile è accaduto, si sono dovute fermare per poi riadattarsi a circostanze mutate anche le manifestazioni più opulente e caratterizzate da una eco planetaria e in tutti i casi ha lasciato sul campo denaro ‒ PwC (PricewaterhouseCoopers), a inizio 2020, aveva stimato per lo sport statunitense la possibilità di generare un valore annuale di oltre 75 miliardi di dollari, ma la pandemia ha portato il movimento a perdere un terzo del proprio valore ‒ e conseguenti posti di lavoro, aspetto comune all’industria dell’entertainment nel suo complesso. C’è stata, tuttavia, una capacità di riorganizzazione notevole nel breve periodo: quando la prima ondata della pandemia era alle spalle, in piena estate, gli enti organizzatori dei vari sport sono stati capaci in numerosi casi di portare a termine l’annata 2019-20, al punto che i buchi negli albi d’oro, a conti fatti, sono molti meno di quanto ci si sarebbe potuti attendere lo scorso aprile. In positivo vanno sottolineate la sperimentazione di nuovi format ‒ nel calcio la UEFA lo ha fatto con le final eight di Champions ed Europa League, la NBA (National Basket-ball Association) e la NHL (National Hockey League) statunitensi con l’organizzazione di bolle contenitive durate sino a tre mesi ‒ e la definizione di alcune priorità (l’attività nazionale ha avuto un po’ ovunque la precedenza su quella internazionale: a prescindere dai discorsi di merito, il metodo è stato chiaro), in negativo la scelta di ricominciare le nuove annate come se nulla fosse accaduto, attraverso la produzione di protocolli sanitari zoppicanti (in Italia si pensi al calcio, ma anche al ciclismo con la bolla che tale non è mai stata del Giro 2020) e la premura di aprire gli spalti a (poco) pubblico per dare così l’effimera impressione – molto politica, più che funzionale – di essere ormai pronti a voltare pagina, salvo poi trovarsi a richiudere tutto in fretta e furia alla ripresa dei contagi della seconda ondata in autunno.

Difficile dire ora come lo sport uscirà dalla pandemia e quando, ma è possibile supporre che lo shock possa essere un pretesto per l’accelerazione di mutamenti già accennati. È improbabile pensare che i processi attualmente in atto sotto il profilo finanziario – la sperequazione economica che ha aumentato il divario fra gli sport di maggiore impatto mediatico e gli altri, oltre che fra i vari attori all’interno delle diverse discipline – cambino rotta, ma è certo che necessiteranno di nuovi paradigmi per svilupparsi. C’è il rischio concreto che il post-Covid produca una gestione più autocratica e sempre meno popolare dello sport: le istituzioni, gli enti e le leghe più ricche hanno potuto decidere in questo periodo in maniera più semplice il proprio destino, potendosi disinteressare di qualsiasi richiesta solidaristica e non dovendo sottostare ad alcun diktat, potendo agire in certi casi persino in deroga alle prescrizioni sanitarie pur di preservare le logiche dello show. Piuttosto, chi il gigantismo non può più permetterselo è chiamato a rivedere i propri format per garantirsi una sostenibilità seriamente minacciata: sebbene gli sport siano i medesimi, le logiche sottese alla loro realizzazione sono estremamente diverse da quelle che si sono rivelate tutto sommato adeguate sino a 20-25 anni fa a livello di élite. Nel calcio, i recenti addii a Diego Armando Maradona e Paolo Rossi, simboli di un gioco ancora popolare nel senso originale del termine, certificano una distanza che segna i tempi.

Nel silenzio degli impianti, lo sport ha però capito anche che non può fare a meno di tifosi e appassionati negli eventi live. Gli incassi caratteristici da match day sono ancora parte integrante del business sportivo, ma ha senso interrogarsi su che tipo di fruitore sarà quello che tornerà ad affollare stadi e palasport appena sarà possibile, e questo vale principalmente per il pubblico del calcio. Al di là della retorica del dodicesimo uomo (peraltro smentita da un recente studio dell’Università di Reading, effettuato su quasi 6.500 partite della scorsa stagione, che ha confermato come l’assenza del pubblico non incida significativamente sui risultati), da anni i club si stanno orientando sull’idealtipo di uno spettatore che sia più un tifoso fedele ma a bassa intensità, un cliente al quale vendere un’esperienza a prezzi non esattamente popolari piuttosto che un irriducibile ultrà. Nell’ultimo anno il tifo organizzato – che a voce univoca si è sempre espresso in maniera contraria prima al ritorno in campo, quindi alle riaperture parziali degli stadi – è di fatto quasi sparito dalle cronache, marginalizzato da posizioni che ora è chiamato coerentemente mantenere sino al termine della pandemia. Nella visione del futuro a medio termine, così, anche la popolazione dello stadio potrebbe cominciare a cambiare volto.

A proposito poi di situazioni paradossalmente amplificate dall’assenza del pubblico e da una situazione peculiare, sarà interessante notare se e in che modo proseguirà l’attivismo che negli ultimi mesi ha visto gli sportivi protagonisti sotto l’aspetto politico, soprattutto sulla scia del movimento Black lives matter. Non tanto per la genuinità delle proteste, quanto per la teatralità: dopo l’uccisione di Jacob Blake lo scorso agosto, ad esempio, nella NBA si è registrato il boicottaggio di alcune gare dei play-off, mentre in Europa ha fatto scalpore l’abbandono del campo da parte di Paris Saint-Germain e Istanbul Basaksehir dopo l’utilizzo del termine rumeno “negru” da parte del quarto uomo dell’incontro, Sebastian Colteanu, per indicare un membro della panchina turca in una sfida di Champions League. Ecco, in entrambi i casi si tratta di precedenti rilevanti, i quali però dovranno essere confermati anche quando il circo dello sport tornerà pienamente funzionante e all’azione corrisponderà anche la reazione dei vari portatori d’interesse tornati completamente in gioco (appunto pubblico, sponsor e broadcaster). Solo allora si capirà, rileggendo quanto accaduto col senno del poi, se potremo parlare davvero di pietre miliari o se, al contrario, avranno semplicemente tratto forza dalla debolezza di un contesto che, si spera, non si ripeta né a breve né a medio termine.

 

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