8 marzo 2021

Lockdown: un anno dopo

Si prova una strana sensazione nel ricordare il lockdown che stravolse un anno fa la vita degli italiani. Nonostante le preoccupazioni di questi giorni, si ha comunque la sensazione che il peggio sia alle nostre spalle; una impressione che però non sembra apparentemente suffragata dai dati. Dodici mesi fa all’escalation dei contagi corrispondeva anche una rapida evoluzione delle misure di contrasto: i provvedimenti varati con il Dpcm del 7 marzo 2020 ed entrati in vigore da sabato 8 marzo, erano relativi alla chiusura delle scuole in tutta Italia, mentre provvedimenti drastici di isolamento erano stati adottati soltanto in Lombardia e nelle undici province (Alessandria, Asti, Modena, Parma, Piacenza, Padova, Pesaro Urbino, Reggio Emilia, Rimini, Treviso e Venezia) dove l’epidemia si era più rapidamente diffusa. Due giorni dopo, a fronte di un ulteriore peggioramento della situazione e anche della difficoltà da parte dei cittadini di fronteggiare la situazione in modo adeguato (spostamenti di massa fra regioni, persistenza degli assembramenti) il lockdown venne applicato in tutto il territorio nazionale. La parola d’ordine è restare a casa, evitare ogni occasione di contagio.

È l’inizio di uno dei periodi più difficili attraversati dal Paese dal dopoguerra a oggi; il lockdown è durato 67 giorni, dal 10 marzo al 18 maggio, e ha lasciato importanti conseguenze economiche, psicologiche, culturali. Anche se alcuni contestano il valore di quella scelta che è stata comunque seguita da un lento ma deciso calo dei contagi, oggi quasi tutti, comprese le autorità pubbliche, si mostrano restii a replicarla, per fronteggiare l’impennata dei contagi e il moltiplicarsi delle varianti.

Eppure, se analizziamo con un colpo d’occhio i dati di allora, marzo 2020, sembrano quasi irrilevanti rispetto alla situazione del marzo 2021. Se prendiamo in esame infatti i dati del 7 marzo 2020, emerge che sul territorio nazionale i casi totali accertati erano stati fino ad allora 5.883 e in quel momento erano 5.061 le persone che risultavano positive al virus. I pazienti ricoverati con sintomi erano 2.651, le persone in terapia intensiva erano 567, mentre 1.843 si trovavano in isolamento domiciliare. I morti erano stati fino allora 233, da sottoporre ancora a verifica presso l’Istituto superiore di sanità. Si trattava di dati globali, cioè non si riferivano a una singola giornata ma all’insieme di tutti i casi riscontrati dall’inizio della pandemia; sembra quindi una situazione migliore rispetto a quella del marzo 2021. I dati del 7 marzo 2021 ci dicono che nelle ultime 24 ore in Italia sono stati rilevati 20.765 nuovi casi di Covid-19, mentre i decessi sono stati 207. I ricoverati sono 23.749, di cui 2.605 nei reparti di terapia intensiva e 449.113 sono le persone in isolamento domiciliare.

I “numeri” però vanno compresi rispetto agli indicatori da cui scaturiscono, non confrontati acriticamente. Se a prima vista la realtà attuale sembra più drammatica rispetto a quella di un anno fa, un’analisi più approfondita ci mostra una realtà sostanzialmente diversa: in primo luogo il numero dei tamponi si è fortemente moltiplicato consentendo un tracciamento molto più efficace della pandemia. Nella primavera 2020 si faticava a fare un monitoraggio su vasta scala e i tamponi effettuati erano pochi, 6.000 il 7 marzo, 12.000 il 14, 26.000 il 21; numeri in crescita ma ben lontani dai 164.068 tamponi molecolari e dai 107.268 test rapidi antigenici del 7 marzo 2021. Nella primavera del 2020, i tamponi erano pochi rispetto a oggi e la percentuale di positivi decisamente alta. Molti esperti valutano che siano sfuggiti al monitoraggio dei casi un numero importante di asintomatici e paucisintomatici; con ogni probabilità, i contagiati erano molti di più, il che contribuirebbe anche a spiegare il tasso di letalità del virus molto elevato che si è registrato in quei mesi. Inoltre le autorità sanitarie e il governo non potevano sottovalutare che la pandemia era allora in rapida crescita. In sostanza, la situazione di un anno fa era molto più critica di quanto i dati raccontino e paradossalmente corrisponde invece all’intensità emotiva con cui fu vissuta; la situazione attuale è tracciata con maggiore precisione, soprattutto grazie all’elevato numero di tamponi.

La diffusa percezione di minore allarme è purtroppo incrementata dalla forza dell’abitudine e dal diffondersi della rassegnazione; si basa però anche sulla fondata impressione che la situazione sia più sotto controllo rispetto a un anno fa. Soprattutto, è in corso una campagna di vaccinazione che, nonostante difficoltà e ritardi, fa ragionevolmente sperare che la definitiva sconfitta della pandemia non sia lontana.

È importante però ricordare che in questa difficile fase, in cui i decessi sono ancora molto elevati, i contagi sono in rapida crescita e le varianti si stanno diffondendo in tutto il Paese, è più che mai necessario mantenere comportamenti collettivi rispettosi delle prescrizioni che ormai abbiamo imparato a conoscere, per tutelare la salute nostra e dei nostri cari. Il futuro del Paese è, ancora una volta, nelle nostre mani.

 

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Crediti immagine: Herzi Pinki [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons

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