8 marzo 2021

#MeToo: evoluzione e rivoluzione

Nel 2017 la celebre attrice Alyssa Milano invitò ogni donna vittima di violenza sessuale a condividere la propria esperienza on-line con un tweet e l’hashtag “MeToo” per rendere evidente all’opinione pubblica la reale portata del problema. Tale esortazione a non nascondersi più nel silenzio voleva essere una reazione forte e chiara a ciò che stava succedendo in quelle settimane: diverse donne avevano accusato il potente produttore cinematografico Harvey Weinstein di reati sessuali e la macchina del fango nei loro confronti era già in moto; il gesto della Milano diede vita a un’ondata di testimonianze al di fuori di ogni aspettativa: donne statunitensi e non, provenienti da ogni estrazione sociale, condivisero le loro storie di dolore, silenzio e riscatto. Questo grido di denuncia partito da una sola donna ha generato nel tempo un vero e proprio movimento di liberazione e sensibilizzazione riguardante la violenza sulle donne, in particolare nei contesti lavorativi; un movimento capace di travalicare tutti i confini geografici (Cina, India, Grecia ecc.), evolvendo e generando sempre più consapevolezza man a mano che andava arricchendosi di esperienze, testimonianze, storie di vita sofferta e vissuta.

Infatti, nei mesi e anni successivi il #MeToo è uscito dallo spazio virtuale provocando non solo un’ampia presa di coscienza delle dinamiche di potere inerenti a fenomeni quali gli stupri e le molestie presso un vasto pubblico, ma determinando anche, negli Stati Uniti ad esempio, delle conseguenze tangibili: la condanna e l’incarcerazione di molti uomini potenti e colpevoli di violenze sessuali, che forse un tempo si consideravano intoccabili dalla giustizia.

Lo stesso Harvey Weinstein è stato condannato a ventitré anni di reclusione nel febbraio 2020 da una giuria di New York per stupro di terzo grado e atti sessuali criminali di primo grado verso l’attrice Jessica Mann. Un secondo processo a suo carico è ancora pendente a Los Angeles.

Proprio in occasione di quest’ultima condanna si è fatta sentire Tarana Burke, donna afroamericana creatrice già nel 2006 dell’hashtag #MeToo volto a denunciare la violenza sessuale subita diffusamente dalle donne nere. In un‘intervista Burke ha sottolineato che il #MeToo non è affatto un fenomeno passeggero, ma un vero e proprio momento di rivoluzione lungi dall’essersi limitato a provocare l’incarcerazione di qualche uomo bianco e potente. Secondo tale attivista, infatti, il movimento ha avuto il merito di porre in luce, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, l’ineguaglianza e l’ingiustizia che affliggono varie soggettività oppresse, compresi uomini e donne neri, persone disabili, persone trans vittime di violenza maschile.

Non si può tuttavia fare a meno di notare come i più importanti media nazionali e internazionali si siano concentrati sull’hashtag #MeToo solo quando questo è stato ripreso, a distanza di undici anni, da un’attrice bianca, ricca e famosa. La stessa Burke ha ammesso che se Alyssa Milano non l’avesse indicata come creatrice dell’hashtag nessun grande portale d’informazioni avrebbe notato l’iniziativa di una donna nera nativa del Bronx e del tutto estranea al mondo di Hollywood.

Questo, in effetti, non è il solo caso in cui la posizione di particolare privilegio e notorietà di una donna ha contribuito a scuotere la società occidentale in merito alla violenza sessuale perpetrata da uomini. Il caso più recente di evoluzione del movimento #MeToo riguarda infatti l’hashtag #MeTooIncest diffusosi in Francia dopo la pubblicazione di un libro La familia grande in cui l’autrice Camille Kouchner ha accusato il patrigno Olivier Duhamel, celebre costituzionalista e politologo, di avere abusato sessualmente del fratello gemello quando quest’ultimo aveva 14 anni. In seguito a tale pubblicazione, Olivier Duhamel si è dimesso dall’importante ruolo di presidente della Fondazione nazionale di Scienze politiche. Una serie di rispettati personaggi della politica e della cultura legati strettamente a Duhamel hanno, a loro volta, dovuto rassegnare le dimissioni dai loro prestigiosi incarichi.

Il #MeTooIncest sta avendo anche ripercussioni in ambito legislativo, in un Paese dove ancora non esiste propriamente una definizione legale di età del consenso e in cui il movimento #MeToo nel 2017 non aveva suscitato la rottura del codice di omertà vigente attorno a casi di violenza maschile e che negli Stati Uniti aveva invece portato alle dimissioni e alla perdita del lavoro di oltre duecento uomini di potere. Anzi, in reazione all’hashtag #Metoo proprio in Francia era stata pubblicata una lettera in difesa della “libertà dell’uomo di importunare” firmata da circa cento donne tra cui l’attrice Catherine Deneuve. Poco dopo, un progetto per innalzare l’età del consenso a 15 anni in condizioni di particolare vulnerabilità, portato avanti dalla ministra per le Pari opportunità Marlene Schiappa e considerato fin troppo morbido dai movimenti femministi, era infine fallito.

A distanza di tre anni le cose sembrano di nuovo a un punto di svolta in Francia ove, dopo un lungo periodo di stasi, il #MeToo, lungi dall’essere dimenticato, ha ripreso più forza che mai ampliando anche i confini del dibattito e includendo appunto il tema dell’incesto. Tramite #MeTooIncest molte persone di genere diverso hanno potuto testimoniare gli abusi psicologici, fisici e sessuali subiti in quella che sembrava essere la più intoccabile delle istituzioni francesi: la famiglia. Eppure, i dati sono sconcertanti: un sondaggio di Ipsos a novembre ha stimato che un francese su dieci è stato vittima di abusi sessuali all’interno della famiglia da bambino o adolescente; il 78% è di sesso femminile e il 22% di sesso maschile. Il sondaggio ha suggerito che il numero di casi di incesto è passato dal 3% della popolazione nel 2009, ovvero 2 milioni di vittime, al 10% nel 2020, 6,7 milioni di vittime.

Solo nel gennaio 2021 il Senato ha votato per stabilire finalmente l’età del consenso a 13 anni. Anche l’estensione dei limiti di prescrizione per il reato di incesto è al vaglio delle autorità, così come la possibilità di innalzare ulteriormente la soglia dell’età del consenso a 15 anni, proprio in seguito al rinnovato interesse suscitato da un mezzo di trasmissione più tradizionale, il libro della Kouchner, assieme  alla valanga di segnalazioni anonime individuali scaturite dalla condivisione virtuale di parti del proprio dolore nonché dell’esperienza di persona sopravvissuta alla violenza sistemica.

Il #MeToo in Francia, dunque, sta determinando una nuova spinta politica ma non solo; continua ad essere un movimento di liberazione e di presa di coscienza della violenza patriarcale a livello massivo. Evolvendo, inevitabilmente il movimento #MeToo ha infine incluso anche soggettività poste ai margini della società. È il caso di Guillaume T., il ragazzo che dapprima in modo anonimo e poi tramite il suo nome, tragicamente venuto allo scoperto in seguito al suo suicidio, ha denunciato di essere stato violentato da Maxime Cochard consigliere comunale parigino del Partito comunista francese e da suo marito, all’età di 18 anni; i due uomini lo avevano ospitato in casa e approfittando della sua vulnerabilità economica e psicologica lo avevano coinvolto in rapporti sessuali non consensuali. In altre parole: stupri. Maxime Cochard aveva ammesso i rapporti sostenendo tuttavia che fossero del tutto consenzienti e aveva addirittura annunciato di voler denunciare il giovane ormai ventenne per diffamazione. In ogni caso, a seguito di questa dolorosa testimonianza, su Twitter si è riversata ancora una volta una valanga di post, con riflessioni, date, testimonianze lunghe o brevi da parte di uomini omosessuali o bisessuali, per la gran parte vittime di altri uomini.

Tra loro, anche il giornalista queer Anthony Vincent. Quest’ultimo tiene a ricordare che #MeTooGay è appunto parte di #MeToo anche perché le violenze sessuali tra coppie same-sex seppur con le loro specificità, affondano le loro radici nel patriarcato che, a suo parere, struttura tutta la nostra società e il modo in cui concepiamo il potere. Si spera che questa nuova spinta rivoluzionaria possa costituire l’opportunità per vincere la sfida allo status quo della violenza machista che danneggia tutti gli uomini, soprattutto quelli non eterosessuali, spesso riluttanti a parlare per il timore di essere considerati deboli o addirittura non essere del tutto creduti.

Eppure, anche in questo caso i dati possono darci una valida indicazione seppur provenienti purtroppo da un contesto diverso: il National Sexual Violence Resource Center americano nel 2015 ha segnalato che il 40,2% degli uomini omosessuali, il 47,4% degli uomini bisessuali e il 20,8% degli uomini eterosessuali subisce violenza sessuale nel corso della sua vita.

Di certo è l’ora di agire, perché questi dati sono solo la punta visibile di un iceberg costituito dalla violenza machista diffusa capillarmente nelle società. Per farlo è necessario che movimenti quali il #MeToo continuino a superare i confini del virtuale contribuendo a liberare, attraverso azioni legislative concrete, bambini, adolescenti e uomini così come è stato fatto e si sta continuando a fare per le donne di tutto il mondo.        

 

Galleria immagini

 

Immagine di copertina: Manifestazione #MeToo a New York, Stati Uniti (9 dicembre 2017). Crediti: lev radin / Shutterstock.com

0