27 dicembre 2020

Il Natale e la pandemia

Ci siamo appena lasciati alle spalle il primo Natale dell’era pandemica. Per la prima volta, norme giuridiche dello Stato hanno regolato, direttamente o indirettamente, la vita collettiva e i comportamenti privati della festa più importante dell’Europa cristiana. Più della Pasqua, che in punta di teologia rappresenta la Resurrezione e quindi il fondamento, come scrive San Paolo, della nostra fede, è il Natale la festività della famiglia, dei legami più forti e caldi tra le persone. Per motivi dottrinari e liturgici, la Pasqua ha riti pubblici suggestivi; il Natale celebra la grotta di Betlemme. Dalla Via Crucis al sepolcro aperto e vinto, la croce trasfigurata nella gloria del Risorto, tutto riesce a dare un senso di liberazione e di festa comunitaria, per chi crede. Se non ci fosse stata la Pasqua, lo sappiamo, non avremmo avuto la solennità cristiana della natività. Tuttavia è il Natale, il momento intimo della nascita di un bimbo, che genera una letizia diffusa, universale.

Mentre la Pasqua è la festa della speranza, che invita a credere nella resurrezione della carne dalla morte, l’evento della nascita è l’esperienza più comune e tangibile dell’umanità. Il bimbo che viene alla luce è la gioia più grande della famiglia, ma anche della comunità: è la specie che si perpetua. L’annuncio del gaudium magnum che gli angeli portano ai pastori va oltre i confini della religione. Inteneriscono chiunque la fanciulla prostrata dopo il parto, la veglia del padre, la mangiatoia come culla improvvisata. Quel rifugio fortuito è icona, anche in un canone laico, della casa che riunisce e rinsalda, il focolare domestico dei pasti caldi e volti amici, come scriveva Primo Levi, quando il primo passo verso la disumanità è la perdita del confortante ambiente domestico. Così addobbiamo la casa solo a Natale perché è la casa di Natale il luogo di accoglienza, con fiocchi e luminarie anche esterne che evocano, ne siamo consapevoli o meno, stelle che indicano il luogo dove bussare a una porta che non rimarrà chiusa. Si può essere felici come una pasqua, ma è a Natale che siamo tutti più buoni. Il rito del dono diventa quindi un natalizio cerimoniale profano, uno dei tanti rivoli in cui la cultura biblica contamina pratiche sociali divenute solide e irrinunciabili. Come gli antichi Magi d’Oriente, Santa Klaus non ha più smesso di portare doni a bambini di tutto il mondo a Natale, con quella magia che gli permette di volare con fantastiche renne e di entrare nelle case per lasciare un regalo sotto l’albero adornato. È una logica arcaica, che la moderna economia di mercato non ha soppiantato del tutto, pur fagocitandola nei gangli del consumismo. Quel dono ricuce rapporti familiari, scambia promesse di vita buona, come nel racconto di Dickens sullo spirito del Natale, aprendosi in una solidarietà di relazioni che i ritmi incalzanti dei traffici umani quotidiani stritolano.

Aspettiamo il Natale perché questa dimensione incantata apra una parentesi del tempo ordinario, scandito dall’orologio e dai calendari inesorabili della produzione, e si ripristini una eccezionale dinamica oblativa, della generosità gratuita, insostenibile dalle evolute razionalità dei sistemi commerciali presidiati dal diritto. Nella nuova era antropologica della pandemia perfino questo si dissolve, e il mondo alla rovescia che il Natale custodisce e rappresenta, il ritorno momentaneo alla genesi ancestrale dove il dono della vita va accolto con un ulteriore dono di gratitudine, è impedito dal virus e dalle sue imperiose leggi superiori.

 

Quando gli storici scriveranno di questo tempo, che è irreversibile, esemplificheranno le loro pagine, come sempre accade, con immagini simboliche, che nella quotidianità del futuro saranno divenute abituali; e sfogliando sui tablet i libri di storia noi stessi vedremo, posteri di quel passato, l’archeologia del passaggio alla nuova era, quando gli individui, e noi stessi per primi, cominciarono a trascorrere la loro vita sociale nelle piattaforme digitali. E quindi ci sarà la fotografia che ritrae lo schermo di un pc, frazionato da vari riquadri in cui tanti volti incasellati riproducono una classe della scuola o un Consiglio dei ministri. E poi l’altra grande istantanea, di quelle che segnano un’epoca – come sono stati gli aerei sulle Torri gemelle l’11 settembre 2001 o la calca di persone sul Muro di Berlino il 9 novembre dell’89 – un’immagine che condensa il 2020. Il papa di Roma che in una piazza san Pietro vuota, nella Pasqua dell’11 aprile, benedice urbi et orbi l’umanità. Quella solitudine triste e maestosa a un tempo, la preghiera isolata del sacerdote nel cuore della cristianità e di quella che sarà la “prima ondata” (gli storici parleranno anche di queste fasi), ci dirà, nello sguardo silenzioso di Francesco, di un’umanità spiazzata, costretta ad abdicare a sé stessa e a chiudersi senza scelta nel privato.

Qui tocchiamo la cifra ermeneutica dell’anno orribile, the worst year ever, che nella copertina del Time viene tagliato, un gesto di rabbia e di rifiuto con cui lo si vuole definire e rimuovere. Ma la sfida intellettuale rimane ineludibile. La pandemia ci ha cacciato, insieme al ricatto della salute della specie, di fronte a un rebus drammatico, teorico e istituzionale, su cui si gioca il futuro della libertà. Questo “privato” è l’apice ritorto della modernità politica, generata da un doppio movimento di emancipazione: quello della politica dalla religione, che ha permesso di scindere il codice penale da quello morale separando il peccato dal reato, e della religione dallo Stato, che ha impedito a quest’ultimo di imporre un culto e di controllare le menti. È quella la radice della libertà, con cui l’individuo moderno ha strappato al potere l’inviolabilità dei propri spazi sacri, l’epoca in cui l’assoluto dello Stato si è ritratto sul confine della coscienza umana, determinando tutte le successive e ulteriori libertà individuali, di pensiero e azione. Nella solitudine del papa, la figura bianca nello spazio pubblico svuotato, si è materializzato l’isolamento di ciascuno, la rinuncia alla manifestazione della propria scelta (religiosa) e la sconfitta di uno stato nato per tutelarla.

Nel Natale preannunciato dal decreto del governo, la norma recita «Con riguardo alle abitazioni private, è fortemente raccomandato di non ricevere persone diverse dai conviventi». Il crinale scivoloso su cui si è mosso il decreto era evidente anche all’estensore del testo, che si è dovuto arrestare sulla soglia di un’intrusione nella sfera domestica che solo i totalitarismi hanno invaso. Ma la “forte raccomandazione”, nel rivelare l’imbarazzo, denunciava la forzatura. Lo spazio domestico, invalicabile perimetro fisico della nostra vita personale e metafora dell’intangibilità del foro interiore, che proprio nella libertà religiosa – o di coscienza – ha la sua più alta significatività, deve rimanere limitato a chi vive sotto lo stesso tetto, occupa il medesimo spazio. Cioè doveva rimanere chiuso. E in quanto tale, violato.

È evidente che il virus ha dettato, nella sua impietosa marcia verso la riscrittura antropologica dei comportamenti sociali, anche le regole della religione natalizia. Una festa inedita rispetto a quella tradizionale, svuotata della sua essenza più profonda, quello dello stare “con i tuoi”. Privata delle relazioni calorose che ricongiungono ciò che la frenesia quotidiana dei tempi moderni ha alienato, la pratica purificatrice dello scambio dei doni è stata ripiegata in uno spazio claustrale e, ancora una volta, inaccessibile e incomunicabile, perdendo la carica ‘redentrice’ del rito, che non può che essere comunitario e accogliente. Questo aspetto totalitario della pandemia ha spinto su un versante impervio e originale il costituzionalismo occidentale. I vaccini imminenti annunciano la vittoria sul virus e il ritorno alla normalità, di cui dobbiamo tuttavia sperimentare le future dinamiche. Ma il ricorso salvifico alla scienza dovrà spingere la politica, se intende salvare le libertà che i moderni hanno codificato, a ripensarsi in un mondo scoperto così vulnerabile.

 

Crediti immagine: AdriaVidal / Shutterstock.com

 


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