10 luglio 2022

Nelle stanze della mente

Entrare nelle stanze della mente di chi si disconnette dalla realtà e prende una strada tutta propria, fatta di tante piccole sfere che si intersecano tra loro, vuol dire seguire il tempo e lo spazio interiore di chi è malato psichiatrico. Riuscire a decifrarne il processo è una cosa complessa, perché la pazzia non è una sola e non si rispecchia in un’immagine unica, ma ha mille forme diverse che rimbalzano da persona a persona e afferrano l’inconscio per la coda facendolo azzittire o urlare o semplicemente bisbigliare un linguaggio spesso estraneo a chi sta intorno a loro. Per quattro anni sono stato accanto ai pazienti psichiatrici fotografando la loro quotidianità, le loro emozioni, le loro attese. Un viaggio dentro gli SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura), il reparto psichiatrico degli ospedali, dove vengono ricoverati i pazienti più gravi; nelle comunità e nelle case-famiglia dove i malati mentali cercano di recuperare una loro dimensione e un contatto con la realtà, fino alle REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza), piccole carceri che ospitano i pazienti psichiatrici che hanno commesso reati, anche gravi. Il mio viaggio si è poi concluso nelle carceri, per vedere e scattare chi oltre a essere privo di libertà convive anche con la follia. Ogni persona malata ha bisogno di una cura e di un’attenzione differente e le varie ‘stanze della mente’ cambiano e rendono mutevoli le ‘voci’ che i pazienti sentono ogni tanto o tutto il giorno. All’inizio del lavoro ricordo di aver chiesto a una psichiatra che cosa volesse dire sentire le voci… nel senso concreto del termine. Mi rispose dicendomi di immaginare di mettere l’orecchio accanto a una parete sottile e sentire che qualcuno dall’altra parte del muro sta parlando con te o di te. Mi spiegava inoltre che a volte queste voci possono essere religiose o imperative, altre volte aggressive o noiose.

Prima di iniziare a fotografare sono rimasto a osservare chi rimaneva ore seduto su un divano a guardare il vuoto e chi invece si muoveva freneticamente senza smettere di parlare. Spesso mi torna alla mente ancora oggi il volto magro di Alessandro, la barba lunga, la sigaretta sempre accesa e il suo silenzio quasi eterno, o l’immobilità di Roberto, ospite in una casa-famiglia e cristallizzato al 1987, quando aveva 19 anni ed era stato lasciato dal suo primo e unico amore. Ho cominciato a capire che quasi sempre c’è un evento emotivo forte, un trauma psichico che sconvolge ogni cosa e come un maremoto entra nella mente e allaga tutte le stanze. Questo avviene su persone già fragili che vivono situazioni familiari difficili e hanno una predisposizione genetica per cui non costruiscono barriere emotive. Non c’è però solo un episodio a sconvolgere tutto. Sempre di più, soprattutto tra i giovani, la valanga arriva attraverso le droghe che prese in eccesso e per molto tempo se non uccidono il corpo distruggono piano piano la mente, interrompendo i circuiti con il reale.

Una cosa di cui mi sono accorto in questi anni è che totalmente non si esce mai dalla malattia psichiatrica, da quella che spesso viene definita generalmente ‘follia’. Si può stare meglio, molto meglio, si può quasi guarire e arrivare a un’autonomia quotidiana, ma la ‘follia’ non cancella mai completamente quel senso di separazione e basta pochissimo per ricominciare da capo, avere una crisi e tornare al punto di partenza, al ricovero nell’SPDC di qualche ospedale. È un sottile filo, così labile che si può sempre spezzare. All’interno di questa lunga strada ci sono tantissime persone che vivono ogni giorno accanto a chi è malato psichiatrico e fanno un lavoro enorme, tentando di capire, di trovare la soluzione migliore per rendere la loro vita meno sofferente. Perché chi ha problemi mentali soffre e soffre molto. Psichiatri, operatori, infermieri accompagnano chi è malato in un percorso interiore fatto di piccole cose che possono dargli una dimensione diversa, costruita su una loro quotidianità.

Ho iniziato a fotografare il mondo della follia, come quasi sempre mi capita, dopo aver aspettato, dopo essere stato tante volte nei luoghi che ospitano i pazienti psichiatrici, iniziando proprio dalla fine, dalla casa-famiglia, dove vivono insieme in due, quattro, fino a sei persone e condividono un appartamento e solo una volta al giorno passa un operatore a vedere che tutto vada bene. Scendendo poi tante volte nei reparti psichiatrici degli ospedali San Filippo Neri e Santo Spirito a Roma ho incontrato Marilyn, ma anche tanto dolore e alcuni malati in piena crisi ‘contenuti nel letto, legati mani e piedi per impedire loro di far del male a se stessi o agli altri. La legge lo prevede in determinate situazioni, quando non c’è altro modo per fermare un attacco psicotico aggressivo, In Italia ci sono due scuole di pensiero sul senso o meno del contenimento di un paziente: c’è chi lo ritiene indispensabile e chi lo rifiuta cercando altri metodi. Ancora oggi dopo tanti anni ho incontrato chi è a favore di quello che hanno portato Basaglia e la legge 180 sulla chiusura dei manicomi e chi ne vede invece le criticità.

In questo tempo sospeso dove cercavo di capire e trovare la chiave fotografica ho passato interi pomeriggi nelle comunità a mangiare con i pazienti, a vedere video musicali a ripetizione, a fare partite di ping-pong, a cercare di spiegare cos’è la fotografia. Alla fine una delle cose più preziose erano sempre i loro abbracci ogni volta che andavo via e poi ritornavo e questo ritornare sempre dava loro tranquillità e a me permetteva di avvicinarli sempre più in profondità. Tutto il reportage ha così cominciato a muoversi verso quella parte interiore, ogni volta diversa e uguale, perché se è vero che la malattia mentale cambia da persona a persona ci sono poi dei gesti che si ripetono in tutti: la sigaretta continua e persistente fumata oltre il filtro, l’attaccamento spasmodico al cibo, quel muoversi lentamente e poi di scatto, quella voglia di andare e restare. Le foto hanno cercato di seguire questi gesti e questi sguardi, le abitudini e il loro senso nello spazio.

L’ultimo anno l’ho dedicato completamente a quelle che sono le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, le REMS, gli ex OPG (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) o se vogliamo manicomi criminali. Nelle tre REMS del Lazio a Subiaco e Palombara Sabina. Le REMS sono delle piccole carceri dove vengono ospitati circa 16 pazienti, tutti con delle pene da scontare, ma a differenza del carcere vero e proprio con i rispettivi permessi possono uscire a fare attività e hanno una relativa maggiore libertà. Li osservo, ogni tanto scatto, a volte quasi anticipando un loro gesto, altre volte fermandomi nei loro sguardi. Guido, Gianpaolo, Valerio, Fabrizio Mosè e con tutti gli altri costruiamo la loro storia giorno per giorno, insieme. Negli ultimi mesi sono rientrato in carcere, di nuovo, questa volta per raccontare chi ha problemi psichici ed è rinchiuso. Sono entrato nel carcere di Pescara, a San Vittore a Milano, a Rebibbia e Regina Coeli a Roma. In quasi tutte le carceri ci sono dei cosiddetti ‘repartini’ che ospitano una decina di pazienti. Molti di loro sono segregati in celle singole o massimo di due persone. Ci sono però decine di pazienti psichiatrici che vivono insieme ai detenuti comuni, in cella con loro. Qui la comunicazione è stata più difficile, l’aggressività era in alcuni casi esasperata e senza possibilità di dialogo. Scattavo spostandomi velocemente, avevo come la percezione di dover essere rapido, di entrare direttamente, un po’ come avevo fatto tanti anni prima raccontando le carceri sudamericane.

 

Ora, verso la fine di questo viaggio nella malattia mentale, che è il grande labirinto che sto attraversando nello sforzo di capire e di testimoniare, ho tante immagini che mi porto dentro, ma se chiudo gli occhi per un attimo mi arrivano gli occhi spalancati di Gennaro che si guarda allo specchio.

 

Crediti immagine: Foto di Valerio Bispuri

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata