26 novembre 2020

Non c’è più Maradona, il più politico campione del mondo

 

Aveva un giudizio su tutto e per tutti, non necessariamente condivisibile ma sempre coerente. E non si limitava a esprimerlo, lo sbandierava. Non accade spesso che la gente comune faccia altrettanto e neppure molti politici di professione. Dire che era colto può sembrare un’indulgenza post mortem, un tributo eccessivo alla sua fama. Eppure quanto Diego non aveva appreso nel breve curriculum scolastico, lo aveva poi strappato via via strada facendo, dall’insaziabile curiosità con cui osservava il mondo mentre faceva di tutto per divorarlo e farsene divorare, dalle parole delle persone che riuscivano a trattenerne per qualche istante l’ansia frenetica con cui rincorreva la vita, più che la palla sui campi di fútbol. Rimasticandolo tutto è andato facendosi un’idea dell’esistente.

 

Maradona credeva davvero di essere “la mano de Dios” (che aveva fraudolentemente sconfitto l’Inghilterra e dunque per un argentino aveva portato la giustizia divina sulla terra), senza tuttavia perdere di vista la realtà, quella misera e maleodorante d’ogni giorno in mezzo a cui era nato e cresciuto. Quell’uomo rumoroso, talvolta (ma raramente) sguaiato, aveva una vita interiore. Poteva tacere per ore, nel corso delle quali era possibile vederlo vibrare ‒ forse dolorosamente ‒ dentro di sé. Ne sono stato diretto testimone molti anni addietro. Quando dopo aver rischiato una volta ancora la vita per i suoi eccessi tossici, andava a disintossicarsi in un centro specializzato a Cuba. Abbiamo viaggiato uno accanto all’altro in aereo da Buenos Aires a Campeche, in Messico, dove avrebbe preso una coincidenza per l’Habana.

 

Lo accompagnava Guillermo Coppola, che per decenni è stato personal trainer, segretario, confidente del Pibe de Oro, finché questi non s’è infine convinto che molto prosaicamente si preoccupava più dell’oro che del Pibe, da un certo momento in poi travolto da incenso, mirra, cocaina e cortigiane di amori tumultuosi. “Ogni tanto sogno quel che avrei potuto fare ancora e di più en la cancha, se la droga non mi avesse tagliato le gambe”, diceva ad alta voce a se stesso in presenza del regista serbo Emir Kusturica, mentre lo dirigeva in un film biografico. Quel viaggio fu nondimeno una parentesi di quiete, anche perché svolto soprattutto nella notte. “Ah sei hincha della Roma, allora del Napoli, dei napoletani non sai niente, magari ti sono pure antipatici...”. A Napoli, non solo alla sua squadra di calcio, Maradona era restato affezionato.

 

“Dopo la Bombonera (lo stadio del Boca Jr. a Buenos Aires n.d.r.), il San Paolo è la cancha in cui mi sono trovato meglio, lo conosci?” Senza aspettare risposta, Diego si tappò le orecchie con gli auricolari e la musica di son cubano che cominciò ad ascoltare, lo faceva sollevare ritmicamente dalla poltrona, contorcersi su se stesso, chinarsi mentre sollevava le braccia. Coppola, che sedeva dietro di noi ma si era assentato per qualche sua necessità, riapparve per scusarsi e suggerirmi di andarmi a sedere in qualche altro posto dei numerosi rimasti liberi. Si presenta e altrettanto faccio io: “Diego sa che lei è giornalista?”. Non ce n’era stato il tempo. “Meglio così, lui con i giornalisti è imprevedibile…”. Coppola sorride allusivo… Maradona aveva un carattere di forte istinto e umore variabile, in particolare nei periodi in cui s’impegnava a liberarsi della droga.

 

Dopo qualche breve conversazione con il suo trainer e con il personale di bordo che s’affacciava incuriosito per guardare di scorcio il campione addormentato, gli sono tuttavia rimasto seduto accanto per la notte. Lui a un tratto s’è tolto gli audifoni lasciandomeli cadere sul grembo, ha reclinato lo schienale ed è sprofondato nell’immobilità. Risvegliato solo qualche ora dopo dal vociferare degli altoparlanti di bordo, attraverso cui il comandante annunciava l’avvio della discesa verso l’aeroporto di Campeche. “Vieni a Cuba?”, mi dice come buongiorno. “Vado a Città del Messico, ci sono le elezioni…”. È come se avessi acceso una radio…. Maradona scuote le gambe, allarga le braccia sbadigliando, si scuote e comincia a dire la sua sulla politica messicana…

 

Il Partido Revolucionario Institucional, el PRI, come dice Maradona, al quale non piace neanche un po’. “Traidores”, sintetizza in un momento del comizio che inscena tutto per me, poiché non c’è più nessun altro nella cabina, tranne Coppola, che però non sembra affatto interessato e anzi sta telefonando per avvertire del loro prossimo arrivo. Traditori della causa popolare, intende Diego, che non a caso chiama maestro il suo anfitrione Fidel Castro, senza tuttavia impedirsi di prendere anche nei suoi confronti qualche distanza cautelativa (“Non tutto è risolto a Cuba, e che si pretende: ci vuole tempo”). Il partito che mai fu di Emiliano Zapata e Pancho Villa, ma nemmeno di Madero e Carranza: “tutti assassinati a tradimento”, tiene a ricordarmi Diego.

 

L’ho rivisto nel marzo scorso in TV, allo stadio del Gimnasia&Esgrima, la squadra di La Plata che gioca nella prima divisione del campionato di calcio argentino e lui ha allenato fino a poche settimane addietro. Credo festeggiassero il suo sessantesimo anniversario, faceva il giro del campo camminando a fatica, enormemente appesantito, il volto gonfio, infilato in una tuta che lo faceva somigliare a un astronauta, sostenuto a fatica dal presidente del club. Era un’immagine penosa, sebbene non lasciasse prevedere quanto la sua fine fosse prossima. Ho ripensato a quel nostro viaggio: ieri sera vibravi con la musica, come se ballassi, gli avevo detto. “No, no, non ballavo, è che a me la musica fa pensare, pensare seriamente, dico: capisci?”.

 

L’articolo è stato scritto per il blog di Livio Zanotti (Ildiavolononmuoremai.it)

 

Immagine: Diego Maradona in un murales a La Boca, Buenos Aires, Argentina. Crediti: Cadaverexquisito [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], attraverso Wikimedia Commons

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