16 gennaio 2022

Non è la BBC

«Non è la BBC»: negli ultimi anni questa affermazione è stata una sorta di tormentone comunicativo per sminuire il nostro servizio pubblico a confronto con la blasonata e planetaria emittente televisiva di oltremanica, la BBC appunto.

Questa distanza editoriale, culturale, ma anche industriale, è venuta sempre più alla luce con la crisi dei media tradizionali, un declino inarrestabile che vede la stampa in testa, marginale anche all’interno del dibattito politico ed economico. Ma è stata la pandemia, il Covid-19, a mettere a nudo questa differenza abissale, incomprensibile.

Scorrendo le prime pagine dei principali quotidiani britannici e italiani, una cosa salta subito all’occhio: nei grandi giornali inglesi – ma lo stesso vale anche per la televisione – non c’è traccia di dibattiti con virologi, polemiche tra scienziati e no-vax, pareri proposti e riproposti a ritmo incessante su tutte le pagine e su tutte le trasmissioni, storie di malasanità, medici sospesi, complottisti estremisti, filosofi virologi, urlatori di professione, per la gioia dei responsabili di palinsesto alla disperata ricerca di qualche punto di ascolto o qualche copia in più che garantisca il successo e spesso la sopravvivenza di un programma o di un giornale. Nulla di tutto ciò nel Regno Unito: nei media britannici la formula del talk show su temi sanitari non sembra prevista.

Certamente, anche lì ci sono stati momenti assai critici. La notizia di apertura di questi giorni è dedicata a uno scandalo che sta facendo arrabbiare l’opinione pubblica: mentre in quel di Londra si soffriva per il lockdown e le restrizioni richieste per arginare il virus, al numero 10 di Downing Street, l’austera dimora del primo ministro, in questo caso Boris Johnson, si ospitavano party e si festeggiava. Quanto basta per far traballare il già debole governo di Johnson, che non ha certo dato il meglio di sé nella gestione dell’emergenza sanitaria, soprattutto nel primo periodo.

Tuttavia, sul fronte della comunicazione nel Regno Unito sembra di stare su un altro pianeta.

Un tema così serio non poteva non sfociare nel dibattito. Come comunicare la pandemia?

In Italia si è scelto di percorrere una strada molto pericolosa: i palinsesti televisivi e la totalità dei giornali hanno dato una copertura ossessiva, ampi spazi dedicati alle più diverse opinioni, con personaggi, medici e soprattutto virologi che hanno conosciuto all’improvviso una grande notorietà, diventando delle vere e proprie star, richieste e contese ogni giorno.

Dai loro laboratori, dai loro reparti sono entrati nelle nostre case e ci hanno raccontato un’infinità di cose, spesso contraddittorie. La confusione è ovviamente aumentata quando in campo, da subito – in verità, dopo i primi traumi della paura per un virus di cui non si sapeva nulla –, hanno fatto il loro ingresso a gamba tesa negazionisti di ogni sorta, chi per motivi politici, chi per convinzione scientifica, chi per opportunità personale.

Virologi, scienziati, esperti e medici sono stati interpellati di continuo, entrando spesso in contraddizione tra di loro e alimentando così ulteriore confusione e sfiducia nei cittadini, la maggior parte dei quali non ha gli strumenti adatti a comprendere la complessità, i dubbi, le incertezze della ricerca scientifica. In un’intervista rilasciata nel febbraio del 2021, il narratore della scienza Piero Angela spiega, citando con ironia Confucio: «La scienza è sapere quello che si sa e non sapere quello che non si sa. La scienza è quando una conoscenza diventa non più solo soggettiva, ma intersoggettiva», rientrando così nel patrimonio delle ‘conoscenze acquisite’. La pandemia – continua Angela – è però un «fenomeno ‘alla frontiera’», in cui permangono zone di ombra, opinioni e pareri personali, magari anche utili, ma che scienza ancora non sono.

È questo il nocciolo della questione: la comunicazione nel campo della scienza – e della medicina, in particolare – è terreno difficile, materia ostica. Necessita di grande preparazione, soprattutto di equilibrio.

Con alle spalle una lunga e solida tradizione di comunicazione scientifica, per anni sotto la guida attenta di Luciano Onder, oggi in forza al concorrente TG5, il TG2 RAI ha assolto alla missione di servizio pubblico con una razionale copertura informativa. A parte i rari casi di eccellenza giornalistica, il quadro che si è andato a comporre in questi due anni è preoccupante. In discussione non c’è soltanto la comunicazione, ma qualcosa di più importante. Come sostiene Carlo Verdelli, che all’epoca del primo lockdown era direttore di Repubblica, anche lui intervistato nel febbraio del 2021, «ci sono momenti nella storia dell’informazione – e questo è uno di quelli – nei quali la prudenza, il senso di responsabilità dovrebbero essere pari in qualsiasi giornale, di qualsiasi colorazione politica. […] Senza voler fare i processi a nessuno, non tutta l’informazione ha dato prova, a parte che nel primissimo periodo, di quel senso civico che è il sesto senso indispensabile di un giornalista. Cosa deve avere un giornalista? I cinque sensi, quelli fissi, ma deve anche avere il sesto senso. Il sesto senso non è il ‘fiuto’, non è la capacità di capire una notizia, quello fa parte del mestiere del giornalista. Il sesto senso è che se fai questo mestiere sai, devi sapere sin da quando cominci, che hai una responsabilità sociale»

Una responsabilità che evidentemente si sente molto dalle parti di Londra. Certo, la pandemia corre anche lì, e tanto, ma almeno si evita ai telespettatori il quotidiano e defatigante dibattito sull’unico argomento che trova cittadinanza nei media italiani: la pandemia.

No, non è la BBC.

 

Le citazioni di Piero Angela e Carlo Verdelli sono tratte da Fabrizio Berruti, Marilena Carrisi, Roberto Tricarico, Ventiventuno. Voci dall’anno che ha cambiato il mondo, round robin, Roma, 2021.

 

Immagine: Enoch Wood Perry, The True American, 1874 circa. Crediti: MET Museum, New York

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