21 giugno 2020

Non fiori ma diritti e una vera parità

 

“Non vogliamo fiori. Vogliamo pari diritti. Sebbene lottiamo per l’uguaglianza da molto tempo, non l’abbiamo ancora raggiunta. Il Coronavirus ci mostra che stiamo persino andando indietro”.

 

L’Hashtag #stattblumen (invecedifiori) il giorno della mamma ha fatto il giro dei social media in Germania. Con il lockdown ancora sulle spalle, l’appello in sei punti rivolto alla cancelliera Angela Merkel e a vari ministri del governo tedesco ha fatto riflettere anche chi ha apprezzato i fiori e gli auguri: esso chiede una retribuzione equa, una giusta distribuzione del lavoro di cura e una migliore conciliazione con la propria attività lavorativa, una partecipazione paritaria al mondo degli affari, della scienza e della politica, un “accorpamento” tra le misure di aiuto e la parità di genere, il diritto alla protezione contro la violenza e per l’autodeterminazione sessuale. Nel frattempo i promotori di questa iniziativa sono stati ricevuti ed ascoltati dai vari ministri tedeschi. Può la pandemia essere un’opportunità per la parità del genere?

Dagli anni Novanta, in Germania, la cura e l’educazione dei bambini sono state sempre più trasferite nei luoghi pubblici. L’educazione viene percepita come un compito della società intera. Questa infrastruttura, creata negli ultimi anni, anche se incompleta ha facilitato la conciliazione tra lavoro e famiglia e tante donne hanno deciso, in virtù di questo, di avere figli. Ora questa dimensione della sfera pubblica viene messa a dura prova e l’educazione dei figli è stata catapultata, lì come in Italia, da un giorno all’altro e per mesi nella sfera privata. 

Gli studi condotti nelle ultime settimane (per esempio “Corona – Famiglie al limite” della Konrad-Adenauer-Stiftung) parlano chiaro: lo “home-everything”, come “home-office”, “home-schooling”, “home-care”, non possono funzionare nelle condizioni attuali. Troppi sono gli impegni: occorre occuparsi delle faccende domestiche, fare gli insegnanti, svolgere il proprio lavoro, quello di genitore, essere partner: non solo le donne, tutti negli ultimi mesi si sono sentiti frustrati nel vivere il quotidiano. E nonostante si sia svolta comunque una missione degna di un supereroe.

La crisi ha anche accentuato i problemi di parità di genere in alcuni ambiti familiari. La sociologa tedesca Jutta Allmendinger teme che a causa della pandemia il processo di emancipazione femminile sia tornato dietro di circa 30 anni. Lei vede le donne come le “vere perdenti”della pandemia – ma non solo a causa della percepita “ri-tradizionalizzazione” dei ruoli nei rapporti familiari. In Italia il 42% degli occupati sono donne; in Germania sono il 76,6% ‒ nella graduatoria europea l’Italia è all’ultimo posto, la Svezia con l’81,2% al primo. Il 19,5% delle donne italiane occupate ha un lavoro part-time non volontario, alcune perché devono occuparsi dei propri figli. Per la stessa ragione, solo il 6,5% degli uomini italiani lavora mezza giornata. 

Molte di queste donne, durante il lockdown, hanno perso il lavoro o hanno rinunciato a parte del salario per dedicarsi alla cura dei familiari – in Germania vediamo una situazione simile. In tante hanno sgravato il padre dei compiti familiari, semplicemente perché l’uomo guadagna di più: il divario retributivo di genere è un altro tema non risolto [1].

Abbiamo scoperto che molte donne svolgono lavori che durante la pandemia sono stati definiti “rilevanti per il sistema”. Ad esempio, in ambito sanitario: secondo uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) svolto in 104 Paesi, il personale sanitario (Health workforce) è formato per il 70% da donne; in Europa l’84% degli infermieri sono donne [2]. Ma per i ruoli dirigenziali lo scenario cambia radicalmente. Inoltre, molte di queste professioni – svolte in maggioranza da donne – non sono economicamente riconosciute e non sono considerate socialmente rilevanti.

La pandemia ha portato alla luce, in Germania come in Italia, problemi che esistono da prima della pandemia. Lo vediamo nel sistema educativo, lo vediamo nel trattare la diversità di genere. Quest’ultima viene portata avanti su due livelli: quello individuale e quello strutturale.

A livello individuale alcuni studi recenti in Germania rivelano che la crisi potrebbe aver dato una spinta alla parità del genere in tante famiglie: durante il lockdown i padri tedeschi hanno aumentato il loro impegno familiare, il cosiddetto “care-work” non retribuito, del 120% ‒ le donne del 45%. Dunque non è vero che le madri sono state catapultate ai fornelli durante la pandemia? Già prima della crisi le donne si occupavano di gran parte dei lavori domestici ‒ secondo lo studio sono comunque le donne ad aver avuto il carico maggiore del “care-work” durante il lockdown (circa 10 ore al giorno). La notizia è che però tanti padri si sono impegnati di più rispetto a prima. Tante famiglie hanno trovato soluzioni creative per una maggiore parità di genere. Questo ci fa capire che forse non serve una rivoluzione ma una sincera collaborazione: l’opportunità che la pandemia ci offre consiste nel non tornare a vecchi schemi dopo la crisi ma di sviluppare nuove modalità nei rapporti familiari.

A livello strutturale, sia in Germania sia in Italia si dovranno prendere decisioni coraggiose e lungimiranti per migliorare la situazione. Occorre un dibattito pubblico vivace. Le misure dei governi, come “bonus” e aiuti in denaro, offrono un’assistenza immediata per aiutare famiglie e i genitori single che si trovano in difficoltà a causa delle conseguenze della pandemia. Ma per cambiare meccanismi ormai superati occorre adottare soluzioni a lungo termine. Un primo passo consiste nella rivalutazione dei mestieri la cui rilevanza è emersa durante il lockdown, riconoscendo le competenze di chi li svolge. Si potrebbe pensare ad una retribuzione regolare per il “care-work” svolto a casa. Nel lungo periodo, la valorizzazione del “care-work” potrebbe potenzialmente cambiare la società, puntando sull’educazione e sulla cura del nostro futuro: i bambini.

Molte famiglie invocano scelte decise, non una soluzione politica che per forza deve andare bene a tutti e che tende a mantenere lo status quo. Un sistema lavorativo agile e flessibile, in cui ci siano diverse opzioni e possibilità di scelta, può essere la direzione in cui andare per far sì che uomini e donne possano conciliare le esigenze lavorative e familiari. Un bouquet composto da diritti, possibilità ed opportunità.

 

[1] Interessante in questo contesto lo studio di Giulia Testa per quanto riguarda “gender pay gap” uscito proprio prima del lockdown: https://www.internazionale.it/bloc-notes/giulia-testa/2020/03/06/donne-lavoro-salario.

[2] Anche in Italia i dati del 2019 parlano da soli, come sottolinea lo studio di L. Isolani, F. Comi, Invecchiamento nel settore sanitario italiano: dalle criticità alle soluzioni possibili: «(…) le donne medico sono pari al 38% del totale, ma la quota rosa raggiunge oltre il 90% tra i medici in part-time e il 57% per i medici con contratto a tempo determinato. Inoltre, solo il 9% dei camici rosa ricopre un posto di apicale».

 

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