10 maggio 2020

Non si può essere sani in un mondo malato

 

L’origine del SARS-CoV-2 riguarda una zoonosi, la trasmissione cioè di un patogeno dagli animali all’uomo che è chiaramente dovuta all’alterazione dei rapporti interspecifici esistenti in natura e alla forte pressione ed errata gestione degli ecosistemi naturali da parte umana. Sono tantissimi i virus presenti nelle specie selvatiche e diversi di loro possono, come è già successo spesso, fare il salto di specie, più che mai se noi stessi lo favoriamo con la drammatica invasione degli ecosistemi naturali e con il commercio delle specie selvatiche.

Pertanto il problema è certamente medico-sanitario per quanto riguarda la cura e la preparazione nell’affrontare questo tipo di emergenza, ma, nella sostanza, questo è un problema certamente ecologico/ambientale per quanto riguarda la prevenzione. In fondo questo tema ci fa comprendere meglio il cuore della sostenibilità. Possiamo avere uno sviluppo sostenibile solo comprendendo fino in fondo che noi tutti siamo natura e che, come ricorda giustamente papa Francesco, non possiamo pensare di rimanere sani in un mondo malato.

Da tempo in tutti gli ambienti internazionali qualificati si parla di One Health e di Planetary Health (non a caso l’ultimo Global Environment Outlook dell’UNEP (United Nations Environment Programme) uscito nel 2019 si intitola Healthy Planet, Healthy People). Il concetto di salute umana oggi si lega strettamente allo stato di salute, vitalità e resilienza degli ecosistemi naturali con la ricchezza di biodiversità che li caratterizza.

Qualsiasi politica postpandemia deve quindi assolutamente tenere presente queste dimensioni ormai imprescindibili e sarebbe bene richiamarle con chiarezza, come sostenuto dallo stesso Parlamento europeo nella risoluzione del 17 aprile scorso sull’“Azione coordinata dell’UE per lottare contro la pandemia di Covid-19 e le sue conseguenze”.

Questa pandemia che sta modificando il nostro mondo ci obbliga a riflettere seriamente sull’epoca degli umani, l’incredibile periodo che stiamo vivendo ora, caratterizzato dalla trasformazione quasi totalizzante che abbiamo prodotto nella biosfera, la sottile fascia di aria, acqua, suolo e esseri viventi nella quale possiamo vivere sul nostro pianeta. La situazione attuale della biosfera a livello mondiale è senza precedenti in tutta la storia dell’umanità.

Oggi con il nostro impatto abbiamo trasformato il 75% degli ambienti naturali delle terre emerse ed abbiamo significativamente impattato il 66% degli ecosistemi marini. Oltre ad aver fatto estinguere un numero imprecisato di specie viventi si ritiene che ne stiamo minacciando di estinzione almeno un altro milione (come indicato dall’autorevole Global Assessment sullo stato della biodiversità mondiale dell’IPBES).

Abbiamo modificato le dinamiche del sistema climatico, nonché i grandi cicli biogeochimici del carbonio, dell’azoto e del fosforo, abbiamo prodotto una varietà e quantità straordinariamente significativa di sostanze chimiche che non sono metabolizzabili dai sistemi naturali (il caso delle plastiche, solo per fare un esempio molto attuale, è emblematico in questo senso), abbiamo modificato il ciclo dell’acqua, abbiamo acidificato gli oceani, stiamo modificando l’evoluzione della vita sul pianeta e modifichiamo persino l’ecologia dei virus che peraltro hanno sempre avuto un ruolo notevole anche nella storia della vita sulla Terra e tratti genetici dei virus sono presenti pure nel nostro genoma a conferma della coevoluzione che tutti i Mammiferi (noi compresi) hanno avuto con loro. I dati che provengono da tutti i rapporti internazionali delle più autorevoli istituzioni scientifiche sono molto chiari e illustrano quanto l’intervento umano stia oggi causando effetti che stanno modificando il nostro pianeta abitabile, addirittura in una maniera superiore a quanto hanno sin qui fatto le forze geofisiche proprie della dinamica della Terra stessa (come la tettonica a placche, i terremoti e i vulcani). Per questo la comunità scientifica internazionale sta proponendo l’identificazione di un nuovo periodo geologico del nostro pianeta che viene, non a caso, definito Antropocene.

È evidente che le politiche postpandemia da intraprendere, anche in risposta all’applicazione dell’Agenda 2030 e dei suoi 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile devono dare priorità al valore centrale dell’importanza della tutela e del ripristino degli ecosistemi naturali, fondamentali per la salute umana e per acquisire la maggiore resilienza rispetto ai gravissimi rischi che inevitabilmente subiremo per tante altre crisi ambientali che già ci stanno avvolgendo, come quelle derivanti dal cambiamento climatico. Importanti soluzioni operative sono rappresentate dalle Green Infrastructures e le Nature based Solutions, che ormai rientrano anche nelle indicazioni delle politiche europee. È bene ricordare i risultati del recente Consiglio europeo del 23 aprile scorso con l’adozione della tabella di marcia per la ripresa “Verso un’Europa più resiliente, sostenibile ed equa”, che ha esplicitato ulteriormente l’impegno per il Green Deal sostenendo che l’Unione Europea (UE) ha bisogno di uno sforzo d’investimento senza precedenti, simile al piano Marshall, per affrontare la ripresa.

L’Italia, per esempio, ha tra i tanti un gigantesco problema di sana e corretta gestione del territorio, distrutto dalla perdita di suolo e dalla progressiva frammentazione, da un’antropizzazione che ha incrementato la nostra esposizione e vulnerabilità all’incrocio degli effetti dei rischi climatici e ambientali che abbiamo già creato. Una vera e grande opera pubblica per il nostro Paese dovrebbe essere proprio il ripristino e la riqualificazione del nostro meraviglioso territorio, contestuale all’avvio di un sistema energetico basato sulle fonti rinnovabili, all’eliminazione delle fonti fossili, alla realizzazione di aree urbane molto più green (è ormai necessario promuovere le foreste urbane), alla concretizzazione di una vera economia circolare capace di trasformare l’errata impostazione dei nostri sistemi economici dominanti che hanno privilegiato i processi lineari che, inevitabilmente, producono scarti, rifiuti, inquinamenti ecc.

Senza una vera rivoluzione culturale e un reale cambio trasformativo non ci potrà essere una ripresa, ma solo una ricaduta sui consolidati modelli socioeconomici ormai dannosi e obsoleti che ci hanno portato all’Antropocene.

 

Immagine: La valorosa Téméraire, di William Turner. Crediti: National Gallery of Art, attraverso en.wikipedia.org

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