15 settembre 2021

Nuove forme di mobbing, vecchie impunità

In Italia tanti assistono a un fenomeno inquietante, ma pochissimi ne parlano, perché c’è omertà. Viene definito con un inglesismo: mobbing. Identifica le vessazioni psicologiche subite da singoli lavoratori per iniziativa di colleghi o superiori. Da non confondere con lo stalking o le molestie sessuali sul luogo di lavoro: sia per le modalità diverse; sia perché ‒ al contrario degli ultimi due ‒ il mobbing non è sanzionato esplicitamente da alcuna norma, né penale né civile. In compenso sono nati alcuni neologismi, come il verbo “mobbizzare” (col participio passato, “mobbizzato”). Si usa anche “mobber” per indicare il responsabile delle vessazioni.

 

Sui media arriva ben poco, a parte casi clamorosi come quello di Sara Pedri, ginecologa scomparsa nel nulla a marzo del 2021 dopo la persecuzione subita, secondo gli inquirenti, nell’Ospedale Santa Chiara di Trento. Quanti sono i mobbizzati? Complice il fatto che tanti casi non vengono ufficializzati a livello giudiziario, sindacale o sanitario, le ricerche sono poche. Secondo un’indagine di Inail, «il 4% della forza lavoro (quindi oggi più di 900.000 lavoratori, ndr) è vittima di mobbing… senza contare il ‘sommerso’, che subisce in silenzio». Il numero effettivo quindi si può almeno raddoppiare. Più recente è l’indagine clinica su 1.675 delle numerosissime persone (età media 46 anni; 57,1% donne) seguite a Milano nel Centro stress e disadattamento lavorativo durante il triennio 2014-16: «Il settore maggiormente rappresentato è quello sanitario (13,4%), seguito da grande distribuzione (12,2%), servizi (11,2%), settore manifatturiero e edilizio (10,4%), amministrazione pubblica (9,1%) e alberghi, ristorazione, pulizie e mense (8,1%)».

 

Il fenomeno non si è placato in emergenza sanitaria, durante i mesi di lavoro a distanza: quello privo ‒ per ora ‒ di regole e impropriamente chiamato smart working, cioè “lavoro agile” (che invece richiede un progetto puntato sui risultati, non sugli orari). Parallelamente, si è fatto strada quello che potremmo definire, per analogia, smart mobbing, favorito proprio dal boom del telelavoro. Dice ad Atlante la dottoressa Giovanna Castellini, dirigente psicologa nel Centro stress e disadattamento lavorativo, che è nella Clinica del lavoro del Policlinico di Milano dal 1996: «All’inizio dell’emergenza molte persone si erano sentite sollevate, perché potevano lavorare lontano da chi li ha sotto tiro. Col passare del tempo, tuttavia, il meccanismo si è riprodotto anche a distanza: bombardamenti di telefonate e messaggi aggressivi, esclusione dalla condivisione del ciclo di lavoro, emarginazione, critiche immotivate. Per non parlare del timore di essere i primi, di questi tempi, a subire licenziamenti». Luisa Marucco ‒ presidente a Torino dell’associazione di volontariato “Risorsa”, fondata nel 2000 da ex mobbizzati ‒ conferma: «Il timore di finire per primi nella lista di licenziati o cassintegrati è espresso da coloro che ci chiedono aiuto ultimamente».

 

Nella metà dei casi il mobber è il capo diretto, in altri lo sono i colleghi, da soli o in gruppo. Cosa rischiano? Poco. Nel codice penale e in quello civile non c’è un riferimento esplicito. Così le vittime sono pressoché indifese e spesso isolate dai compagni di lavoro, che hanno paura a esporsi. Col risultato che quasi sempre le rare vertenze giudiziarie ‒ svolte in sede civile appigliandosi a norme che possono in qualche modo adattarsi ‒ finiscono in un nulla di fatto o in un accordo economico extragiudiziale, comunque svantaggioso. Inoltre i mobbizzati perdono spesso il posto di lavoro, per dimissioni o licenziamento.

Per capire meglio, è il caso di visitare il Centro stress e disadattamento lavorativo milanese. Fino a qualche anno fa seguiva circa 800 persone ogni anno, provenienti da tutta Italia; poi la minore disponibilità di personale ha costretto a una riduzione. Qualche altro centinaio si rivolge ad altri rari centri pubblici (come quelli di Monza, Pavia, Pisa e Roma). Solitamente i mobbizzati vanno lì su suggerimento dei loro avvocati. Per essere ammessi al servizio, fornito dal Sistema sanitario nazionale (SSN), occorre una richiesta sottoscritta da medici di famiglia o del lavoro; poi si devono aspettare 5 o 6 mesi per l’incontro con gli specialisti. Lo stress, intanto, si dà da fare. Le diagnosi descrivono: desiderio di fuga; grave senso di inadeguatezza; ansia, depressione, irritabilità e attacchi di panico; disturbi alimentari, sessuali e del sonno; abusi di vari di psicofarmaci o peggio; mancanza di forza di volontà; incapacità di reagire; difficoltà nei rapporti interpersonali e in famiglia; aggressività. A livello fisico le conseguenze sono altrettanto dure: malessere generalizzato, emicrania, cattiva digestione, disturbi cardiovascolari, calo delle difese immunitarie.

Chi si rivolge a un centro come quello di Milano desidera che un ente pubblico certifichi le sue condizioni: è indispensabile di fronte al giudice del lavoro. Però il suo avvocato può chiamare in causa solo l’azienda: per non aver tutelato la salute del dipendente. Il mobber non è giudicato (salvo casi estremi); anzi, può comparire persino come testimone contro la vittima. Quasi sempre le aziende, in grado di pagare potenti studi legali, stanno dalla parte dei persecutori; anche perché di solito sanno quello accade, ma fanno finta di non vedere. Sicuramente la via giudiziaria richiede al mobbizzato lucidità, spesso molto incrinata, e spese legali elevate. Remano contro anche le norme che negli ultimi anni hanno tagliato parte delle tutele garantite ai lavoratori del settore privato. Mentre a livello sindacale la questione non rientra tra quelle affrontate nelle trattative contrattuali collettive, come se fosse un fatto privato tra vittima e carnefice.

È evidente che serve una legge. Dal 2001 una risoluzione del Parlamento europeo, la A5-0283, invita a individuare una definizione standardizzata del mobbing che possa essere riconosciuta a livello comunitario; però la maggior parte degli Stati è ancora priva di norme. La Svezia è stata la prima a delineare nel 1993 una legislazione, seppur insufficiente. Dal 2002 la Francia ha introdotto il reato di harcèlement moral (molestie morali): è prevista la reclusione per un anno e multe fino a 15.000 euro. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito il mobbing viene punito perché è compreso nella categoria degli harassment (USA), le molestie, e del bullying at work (Regno Unito), il bullismo sul lavoro.       

In Italia abbiamo invece in cantiere, in questa legislatura, una proposta di legge del PD e due del M5S, in teoria unificabili. Vorrebbero punire chi ricorre ad atteggiamenti vessatori con la reclusione da 6 mesi a 6 anni e con la multa da 30.000 a 100.000 euro; prevedono pure l’obbligo, per le aziende, della prevenzione e di sanzioni disciplinari. Ci sono aggravanti del reato se gli atti sono commessi dal superiore gerarchico e se colpiscono minorenni, disabili e donne in gravidanza o con bimbi molto piccoli. A che punto è la discussione? Non è mai partita, le proposte sono ferme in qualche cassetto. Commenta Laura Marucco, di Risorse: «La caduta del governo Conte ha bloccato l’iter della legge in Parlamento. Bisogna sperare nel ministro del Lavoro Andrea Orlando: penso che possa essere sensibile al problema, ma è un po’ in difficoltà...». Nell’attesa, i fan del mobbing si godono l’impunità.

 

Crediti immagine: dokurose / shutterstock.com

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