20 settembre 2020

Oltre la linea del colore. Intervista a Igiaba Scego

Si intitola La linea del colore (Bompiani, 2020) il nuovo romanzo di Igiaba Scego. Un titolo che richiama molte storie e molte persone. Innanzitutto, William E.B. Du Bois che nei primi anni del Novecento sosteneva che la linea del colore ‒ una linea che divide, che marginalizza, che lacera i corpi ‒ sarebbe stato il problema di tutto il XX secolo. Ma è anche un riferimento ai saggi e all’impegno culturale di Alessandro Portelli, l’intellettuale a cui dobbiamo la diffusione della letteratura afroamericana in Italia, e la persona che ha spinto Igiaba Scego a scrivere. E infine c’è lei, Lafanu Brown, la protagonista della storia, una pittrice che ribalta l’aspetto ominoso del titolo, restituendo ai lettori la sua vita fatta di infinite linee e colori.

A partire dai molti temi che animano l’opera di Scego, proviamo ad affrontare alcune delle istanze più impellenti per il futuro del nostro Paese.

 

È possibile rintracciare un’origine, o una ragione, del diffuso sguardo razzista che oggi segna prepotentemente il nostro Paese?

L’Italia sconta la volontaria rimozione di due momenti importanti della sua storia. Da una parte, è stato un Paese colonialista e come gli altri Paesi europei è andato nel Sud del mondo, s’è accaparrato risorse, ha sfruttato manodopera, ha ucciso e violentato. Dall’altra, però, resta un Paese che ha conosciuto e vissuto l’emigrazione: gli italiani sono stati additati come feccia dell’umanità, hanno sofferto il razzismo. Allora da sempre penso che la rimozione di queste due storie, quella del colonialismo e quella dell’emigrazione, pesi molto sul nostro presente.

 

E questo cosa comporta?

Ci impedisce di vedere la vera natura italiana. L’Italia – la mia è un’utopia, lo so – dovrebbe essere il ponte tra Europa e Africa, ma ha scelto di non esserlo ed è questo il problema principale, ciò di cui un processo di decolonizzazione culturale deve occuparsi. Il nostro Paese ha scelto di abbracciare l’imperialismo, di diventare come il resto d’Europa e di agire come ha agito il resto d’Europa: colonizzare, sfruttare, depredare, distruggere. Ecco perché oggi è molto importante scavare nella complessa storia italiana. Non per assegnare colpe, dire “siete stati brutti, sporchi e cattivi”: non è quello che ci interessa, o almeno non interessa me. Ciò che serve è costruire una società che dialoga, che capisce perché oggi arrivano i migranti, soprattutto da alcune zone del mondo. La verità è che l’Italia continua ad essere percorsa dal razzismo, anche istituzionale: perché non abbiamo una legge sulla cittadinanza? Perché abbiamo ancora la legge Bossi-Fini? La risposta si trova in quella doppia rimozione di cui parlavo. Attenzione, dire che l’Italia ha rimosso il suo passato significa dire che tutti, italiane e italiani, lo hanno fatto. Ecco perché sono convinta che per decolonizzazione questo Paese basterebbe aprire gli armadi di famiglia, e mettersi davanti alla propria storia, sicuramente in ogni armadio si troverebbero foto e cimeli che rimandano alla Libia o all’Africa Orientale.

 

Che ci sia troppa paura di aprire quelle porte?

È necessario conoscere questa storia per destrutturarla nella nostra vita quotidiana, nei modi di dire, nel panorama urbano. Io non voglio distruggere il panorama urbano legato alla storia coloniale, però vorrei che la gente lo conoscesse, vorrei che lo sapesse affrontare. La reazione così non si concentrerebbe sul distruggere, ma sull’aggiungere. Aggiungere qualcosa per capire a che punto siamo oggi nella nostra storia collettiva. Faccio questo discorso perché facilmente si può scadere nella retorica: noi possiamo dire di rimuovere il nome del colonialista dalla strada o di togliere una statua da una piazza, ma mi ripeterò, quello che serve davvero è far capire, alle persone che non sono vicine a questi temi, che quella storia riguarda anche loro, che riguarda gli armadi delle loro famiglie. Perché altrimenti diventa tutto una mera astrazione, un semplice atto simbolico.

 

Come potremmo affrontare questi argomenti, fuori dalla retorica e dall’astrazione?

Adesso noto che si comincia a parlare di colonialismo, ma resta comunque un tema elitario, legato al mondo accademico. Per esempio, manca un grande film popolare sul colonialismo, un po’ come quegli sceneggiati degli anni Settanta che hanno insegnato la storia italiana agli italiani. Sarebbe molto utile perché quella storia venga conosciuta da tutti, e non solo da una nicchia di persone. A questo proposito si profila la sfida a cui siamo chiamati a partecipare nei prossimi anni, fare intorno a questi argomenti un lavoro di educazione, un lavoro scolastico, che non si limiti alla paginetta sulla storia coloniale, ma apra lo sguardo sul Sud globale: l’Africa non è una distesa di capanne, l’Africa è composta da 54 Paesi, bisogna studiarli, conoscerne la storia, soltanto così possiamo superare lo sguardo coloniale. E poi, io ho un sogno, che un giorno ci siano gli Erasmus per l’Africa.

 

Forse anche questo sogno in Italia prende l’aspetto dell’utopia…

Perché? Perché è impensabile un programma dove gli studenti delle università, invece di andare in Francia o in Gran Bretagna, vanno ad Addis Abeba? Perché no, perché non a Tunisi o in Ruanda? L’Africa non è una distesa di capanne, è un continente moderno, e questa cosa va capita, se no anche il nostro sforzo di parlare di colonialismo potrebbe cadere nel vuoto.

 

Igiaba, vorrei chiederle ora di un altro problema che interessa i temi che abbiamo affrontato: l’uso distorto del concetto di libertà. Non è raro vedere la parola libertà sbandierata come una sorta di superpotere grazie a cui ti è permesso fare e dire di tutto. Come rispondere a questo atteggiamento?

Io intendo la libertà come qualcosa che costruisco insieme agli altri: la libertà non può essere un’espressione singola e indipendente, la mia libertà deve entrare in dialogo con le libertà degli altri, con le identità degli altri. Contrariamente, qualsiasi colonizzatore potrebbe sentirsi libero di avere degli schiavi, potrebbe rivendicare ciò come suo diritto, ma questa non è libertà: se lede la vita di qualcuno questa non è libertà, è sopruso.

 

Un sopruso che spesso non trova voce. Anche questo è un problema che riguarda la libertà

È vero. Prendiamo i media, ad esempio. In Italia manca una rappresentazione reale di quello che noi consideriamo libertà d’espressione. A comandare sui media sono pochi maschi bianchi di mezza età, e questo è un enorme problema, perché uccide la tanto agognata pluralità. Nel nostro Paese non abbiamo una vera pluralità di voci, le voci “altre” fanno una fatica incredibile a emergere: quindi dobbiamo prendere coscienza che la libertà d’espressione di molte parti di questo Paese è effettivamente annullata. Non sentiamo le voci altre, sentiamo sempre le stesse voci. Allora, mi chiedo, possiamo parlare di libertà d’espressione in un Paese quando al suo interno c’è chi non ha la possibilità di esprimersi? Questo è un problema, è un dilemma. L’Italia deve creare una rappresentazione più ampia di quello che è il popolo italiano, che non è costituito soltanto da quegli italiani con passaporto italiano, ma comprende tutti quelli che vivono in Italia da tanto tempo, ci sono nati e cresciuti, e magari non hanno ancora la cittadinanza per colpa di una legge ingiusta.

 

Alla fine di questa nostra conversazione, la mia ultima domanda è: che fare? Quali sono gli interventi che bisognerebbe mettere in atto per cambiare concretamente qualcosa?

In Italia dobbiamo fare subito la riforma della cittadinanza. Dobbiamo permettere che le persone nate o cresciute qui possano subito essere riconosciute come italiane. Adesso c’è il dibattito sullo ius culturae, ma non si riesce nemmeno a fare quello: lasciamo in sospeso persone che vivono qui senza avere alcun documento, è allucinante, vuol dire avere un Paese a metà, vivere in un Paese bloccato. Poi, l’altra cosa che dovremmo fare è cancellare la Bossi-Fini, che è una legge che crea apartheid e illegalità: le persone non arrivano in modo illegale, ma per colpa di questa legge infausta entrano in uno stato di illegalità. A questo punto, il Paese si deve organizzare: quando l’Italia dà l’asilo, finora lo rilascia esclusivamente a livello di documenti, ma non si occupa per nulla dell’inserimento nella società del migrante. Chi arriva qui è quasi sbattuto sulla strada, se non ha una comunità forte alle spalle è finita. In altri Paesi, come la Germania, dopo aver concesso l’asilo, si insegna la lingua, un mestiere, c’è un percorso di inserimento, il Paese investe su di loro, sono parte del futuro di quella nazione. In Italia non c’è niente, le persone sono lasciate a sé stesse e tutti i nostri discorsi sull’accoglienza risultano davvero, in gran parte, pura retorica.

 

Immagine: Donne immigrate durante una manifestazione contro il razzismo, Torino (marzo 2018). Crediti:  MikeDotta / Shutterstock.com

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