10 novembre 2020

Onda su onda. Come si diffonde la pandemia e cosa dobbiamo aspettarci per il futuro

 

Ciò che differenzia un virus pandemico da un virus che si sia adattato lentamente nel corso della storia a circolare nella comunità umana è fondamentalmente legato alla sua velocità di propagazione. Le classiche misure epidemiologiche di incidenza, mortalità, letalità, in corso di pandemia devono essere lette in una dimensione spaziale e temporale inusuale, che permetta di descrivere la forza di impatto sul sistema sanitario. Una malattia a diffusione pandemica, infatti, rispetto ad un’altra malattia infettiva di pari livello di severità clinica e letalità, mette in crisi un Paese sul piano sanitario, economico e sociale. 

 

Una malattia altamente contagiosa tende a diffondersi per prossimità espandendosi velocemente su un territorio a macchia d’olio per poi spostarsi e coinvolgere, in un periodo di tempo scarsamente prevedibile, territori non contigui attraverso il movimento delle persone. L’andamento temporale di questa propagazione può essere rappresentato da una curva epidemica che ha la forma di un’onda. I diversi focolai epidemici che man mano nel tempo si sincronizzano tendono a creare forme d’onda sempre più imponenti. Una vera e propria marea che può abbattersi sui sistemi sanitari con la forza di uno tsunami.

 

La velocità di crescita dell’onda può essere descritta matematicamente. Abbiamo imparato, fin dai primi mesi della pandemia da Covid-19, a familiarizzare con il termine “crescita esponenziale”. Abbiamo capito che è la crescita esponenziale della curva pandemica a fare paura. Ma il concetto matematico di curva esponenziale non è facilmente intuitivo. Più facile rappresentare mentalmente il concetto di tempo di raddoppio. Immaginiamo un numero di casi che ogni tre giorni raddoppi. Nelle prime settimane l’aumento non è percettibile: da 2 si passa a 4, e poi da 4 a 8, e così via. Il fenomeno inizia ad essere evidente quando il raddoppio coinvolge centinaia di casi. Diventa ingestibile quando in pochi giorni si passa da 1.000 a 2.000, e poi a 4.000 casi. Ecco perché, ai fini della prevenzione e della programmazione della risposta, è importante valutare il momento in cui si fotografa il fenomeno. Cento casi identificati all’inizio della curva hanno un significato diverso da cento casi misurati al picco. Ecco perché, nella valutazione epidemiologica, si utilizzano parametri complessi come il valore di R, anch’esso assurto agli onori della cronaca negli ultimi mesi.

 

R, o fattore di riproduzione, esprime il numero medio di casi che un soggetto infetto riesce a contagiare durante il suo periodo di contagiosità. Un elevato valore di R si associa a malattie particolarmente contagiose. Nel corso di una epidemia si può calcolare il valore Rt, che non è altro che una valutazione del valore R in uno specifico intervallo di tempo. R, infatti, può variare nel tempo perché, inevitabilmente, la comunità umana reagisce alla epidemia con misure che possono essere più o meno efficaci. Non solo, ma mentre l’onda si propaga, nei territori progressivamente colpiti la quota di soggetti suscettibili all’infezione crea una barriera che rallenta il contagio. Un valore di Rt elevato (significativamente superiore ad 1) indica che il contagio è in fase di accelerazione. Un valore di Rt basso (intorno ad 1) non vuol dire che il contagio si sia fermato. Vuol dire solo che la fase di accelerazione si è fermata, quindi la velocità di trasmissione è costante. Buon segno, ma in un’area in cui ogni giorno si generano migliaia di casi, l’impatto della pandemia continua ad esprimersi. Ecco perché il valore di Rt, da solo, non è un buon classificatore del rischio pandemico. Oltre all’accelerazione (Rt) bisogna necessariamente valutare la velocità (incidenza di malattia). Una curva che si stabilizza su livelli elevati di incidenza, cioè che produce un numero costantemente alto di casi ogni giorno ha un impatto sul sistema sanitario anche maggiore di una curva in veloce aumento ma che non produce ancora un numero elevato di ospedalizzazioni. 

 

Comunque vada, in questa complessa dinamica ad un certo punto la velocità di contagio diminuisce progressivamente (fase di decelerazione) fino a spegnersi quasi del tutto. “Quasi” del tutto, appunto. Quando un virus ha infatti raggiunto una diffusione globale, la sua eradicazione è spesso impossibile. Nella storia dell’Uomo sono pochissime le malattie infettive eradicate grazie ad interventi umani. Le caratteristiche virologiche, immunologiche ed epidemiologiche del SARS-CoV-2 lo rendono un virus la cui eradicazione sarà, con ogni probabilità, impossibile. Il virus infatti si diffonde nell’uomo ma riconosce anche serbatoi animali: se anche per ipotesi riuscissimo ad eliminarlo dalla comunità umana, il virus continuerebbe a circolare in diverse specie animali. La risposta immunitaria all’infezione sembra essere anch’essa problematica; l’infezione acuta non lascia sempre un’immunità permanente, visto che sono stati descritti casi di reinfezione dopo pochi mesi dalla infezione primaria. Infine, l’elevata quota di portatori asintomatici riduce di molto l’efficacia dei tradizionali metodi di contenimento epidemiologico basati sull’isolamento e la quarantena.

 

Ed ecco dunque che, dopo lo spegnimento di un’ondata pandemica, a distanza variabile, ne segue quasi invariabilmente una seconda. I meccanismi epidemiologici che la determinano sono abbastanza scontati: esiste una larga quota di popolazione suscettibile non colpita dalla prima ondata e i meccanismi di controllo inevitabilmente si allentano venendo meno la tensione nell’applicazione delle norme di prevenzione. Dopo la prima ondata, dunque, il virus continua a circolare in maniera silente, soprattutto fra portatori asintomatici, finché non si realizzino nuovamente le condizioni per una ripresa della diffusione epidemica: ripartenza delle attività al chiuso, sia conviviali che produttive, riapertura delle scuole, affollamento nei trasporti pubblici.

 

La seconda ondata colpirà ogni regione italiana, un po’ meno quelle province più violentemente colpite dalla prima. Per questo motivo farà con ogni probabilità registrare un numero di casi ed ospedalizzazioni maggiori rispetto alla prima che, invece, aveva interessato principalmente le regioni del Nord. Nel corso della prima ondata, infatti, il precoce lockdown generalizzato aveva permesso alle regioni del Centro-Sud, dove il contagio non si era ancora espanso per contiguità, di beneficiare della forte misura di contenimento. Oggi, nonostante tutto il sistema sia di tracciamento territoriale che di risposta ospedaliera sia più pronto, comunque una onda anomala di questa portata sarà incontenibile senza forti misure di prevenzione del contagio. E l’unica misura sicuramente efficace, ahimè, è la limitazione dei contatti interpersonali. 

 

                          TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 

Immagine: Poche persone che camminano nella Galleria Vittorio Emanuele durante il primo giorno di chiusura e coprifuoco a Milano (7 novembre 2020). Crediti: Eugenio Marongiu / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0