19 settembre 2021

Pandemia e ragazzi

C’è una cosa di cui mi sono accorto. È un’inezia, una faccenda stupida e anche un po’ banale. Eppure, mi ha fatto riflettere. Ne ho preso coscienza a giugno 2020 e, con le dovute precisazioni, credo faccia capire quanto, e soprattutto come, la pandemia abbia modificato alcune cose.

Ecco, si tratta di questo.

Fino a febbraio 2020, quando del Covid-19 si parlava come di una storiella, favola inventata per insegnare ai bambini l’importanza di lavarsi le mani, usavo due vestiti in croce. Sul serio, indossavo sempre e solo le stesse camicie, le stesse magliette, gli stessi pantaloni. Capiamoci, non sono Carrie Bradshaw, ma mentirei se dicessi che il mio armadio è vuoto. Il fatto è che la maggior parte dei miei vestiti la usavo di rado, e stava a pigliare polvere nei cassetti. Davanti a un capo nuovo, a qualcosa di più elegante o costoso, infatti, mi dicevo: “ma non sarà sprecato? Non sarà un peccato utilizzarla oggi, ’sta camicia, o utilizzarli oggi, ’sti pantaloni, o utilizzarle oggi, ’ste scarpe? Non sarà meglio aspettare un’occasione speciale?”. E così, gira e rigira, indossavo sempre le stesse cose.

A giugno 2020, però, dalla fine del primo lockdown, qualcosa è cambiato. E oggi indosso pure i vestiti più nuovi per le occasioni più banali.

Lo so, e l’avevo anticipato: è un aneddoto insulso, una cretinata bell’e buona. Nonostante tutto, però, mi ha fatto pensare.

Cos’è cambiato rispetto ad allora, rispetto a quel periodo meraviglioso in cui non avevo mai, proprio mai, avuto una mascherina a coprirmi la faccia? Perché oggi a indossare un nuovo paio di scarpe o una camicia elegante anche per andare al baretto con gli amici non provo una sensazione di spreco?

Perché siamo labili, tutti quanti. Siamo caduchi e transitori e fugaci. E se ho un vestito nuovo - io che non ne compro mai perché odio spendere soldi, specie se per me - allora voglio indossarlo. Devo indossarlo.

Siamo di passaggio. È questo il punto. Ed è questo che ci ha insegnato la pandemia, a furia di schiaffoni in faccia e pedate nel didietro. Ci ha insegnato che nessuno è immortale; accanendosi proprio su chi credevamo fosse eterno, sui nostri giganti, i pilastri, le origini: su nonni e genitori. Ci ha insegnato che il mondo non è di ognuno, ma che è di tutti; chiudendolo per settimane e mesi, affossandolo nel silenzio e nel buio. Ci ha insegnato che gli uomini non sono scogli, e che nessuno si salva da solo; aveva ragione Mazzantini, alla fine.

Ci ha insegnato tanto; forse troppo, considerato il breve lasso di tempo in cui ha concentrato le lezioni. E ci ha cresciuti di botto, senza alcuna pietà. Così adesso, com’è stato già detto, noi ventenni, noi appena arrivati, abbiamo la sensazione d’essere invecchiati senza essere cresciuti. Perché ci è stato tolto del tempo che ci era stato promesso, affidato affinché ne facessimo quel che ritenevamo fosse più giusto. E noi, noi ventenni, noi appena arrivati, su questa promessa, su questo tempo, ci avevamo costruito la struttura di un futuro che ora sembra sul punto di crollare. Per la crisi economica che ci renderà, ancora, più poveri. Per il mercato del lavoro che ci vorrebbe gladiatori in un’arena di schiavi. Per la classe politica che di noi si è dimenticata e che, con ostinazione, continua a ignorarci. Per la crisi climatica che galoppa e che ci sta trascinando, felici e sorridenti, verso l’autodistruzione certa. Per la più becera mancanza di empatia che, non a sorpresa, va detto, ci ha scatenati gli uni contro gli altri.

Abbiamo l’impressione che il futuro sia malato, ed è come se nessuno volesse far niente a riguardo. La pandemia ne ha acuito i suoi sintomi, le crisi climatica ed economica e lavorativa e politica ed empatica ‒ perché sì, esiste una crisi dell’empatia, ne sono sicuro ‒, ma la base della devastazione su cui si è poggiata c’era già. Se è un elemento di novità portato dal Covid-19 ciò che cerchiamo, credo si possa rintracciare nella maggior consapevolezza di questa malattia che, lenta, sta divorando il nostro futuro.

Oggi noi, noi ventenni, noi appena arrivati, siamo capaci di osservarne i sintomi con più chiarezza. E non perché siamo più bravi e furbi e intelligenti, ma perché che siamo labili e fragili e formulabili solo a grandi linee a noi, noi ventenni, noi appena arrivati, è stato strillato in faccia dalla pandemia stessa. Abbiamo visto morire i nonni, abbiamo temuto per la vita dei genitori. E d’un tratto, i giganti si sono rivelati effimeri come ogni altro essere umano.

Siamo quindi diventati affittuari di un futuro che non ci appartiene; in bilico, frangibili. E se questa consapevolezza da una parte causa paura, ansia, dall’altra dà una visione più concreta del futuro.

È questo ciò che noi, noi ventenni, noi appena arrivati, abbiamo capito in questi quasi due anni di pandemia; qualcosa che non possiamo più ignorare. Che siamo evanescenti, quindi reali.

 
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