19 marzo 2013

Papa Bergoglio, Francesco e i francescani

L’elezione del cardinal Bergoglio a pontefice ha costituito per molti aspetti una grande novità, lo si è detto e ridetto. I pontificati si valutano tuttavia nel tempo e non è possibile ora esprimere alcun giudizio se non quello legato all’eccellente impressione che il pontefice eletto ha procurato nel presentarsi, a fedeli e non, nella serata dell’elezione e l’apprezzamento per le sue prime scelte di rifiutare simboli di potere (e di vanità). La croce di ferro, la macchina ordinaria con cui si è spostato a Roma e pure senza scorta visibile, il rifiuto della mozzetta rossa ornata d’ermellino e, a quanto pare, delle scarpe rosse che del resto utilizzò Benedetto XVI e non però Giovanni Paolo II. Impossibile immaginare anche lui col camauro o col saturnino. La novità più eclatante è però legata alla scelta del nome, che costituisce una vera e propria rivoluzione in un campo in cui i cambiamenti si sono verificati a cadenza millenaria. Perché? I papi del primo millennio non cambiavano il proprio nome. O, meglio, lo fecero in pochissime occasioni. Lo mutò il troppo pagano Mercurio, nel 533, che prese il nome di Giovanni II; per motivi analoghi lo fece Ottaviano dei conti di Tuscolo, che eletto poco più che adolescente assunse il nome di Giovanni XII e, poco più tardi, Pietro, che ritenne inopportuno chiamarsi come l’apostolo e scelse anche lui il nome Giovanni (il XIV della serie), nel 983. Fu però con l’elezione, meglio sarebbe dire con la nomina da parte dell’imperatore tedesco, di Brunone dei duchi di Carinzia nel 996 che gli eletti al papato presero con sistematicità (e con rarissime eccezioni) ad assumere un nuovo nome, in questo caso quello di Gregorio V. Ciò avvenne perché il tedesco Brunone e i suoi successori (che si chiamavano tra l’altro Gerberto, Suitgero, Poppone, Gebeardo, Wiberto, Oddone…) anch’essi designati dall’autorità imperiale che esautorò la chiesa locale dalla scelta del vescovo romano, intesero così romanizzarsi almeno nel nome. Nel farlo, attinsero come tutti i loro successori, fino, appunto, a papa Francesco, alla lista dei nomi già utilizzati dai vescovi di Roma che li avevano preceduti. Ciò avvenne anche quando tra la fine del ‘300 e il primo ‘500 si realizzò la situazione straordinaria e mai più replicatasi per cui nessuno dei papi eletti volle rifarsi alla memoria degli immediati o anche prossimi predecessori. Per più di un secolo intero si verificò la situazione per cui tutti o quasi gli eletti al papato assunsero un nome diverso a connotare un’interpretazione, diciamo così, principesco-rinascimentale del proprio ruolo, e non si presentò alcuno di loro disposto ad adottare un nome diverso da quelli tradizionali. Quindici nomi diversi, ma sempre già utilizzati, dunque, per diciassette papi: Bonifacio IX, Innocenzo VII, Gregorio XII, Martino V, Eugenio IV, Niccolò V, Callisto III, Pio II, Paolo II, Sisto IV, Innocenzo VIII, Alessandro VI, Pio III, Giulio II, Leone X, Adriano VI, Clemente VII. Due soli pontefici dopo il X secolo non cambiarono il nome, e ciò avvenne nel XVI secolo, ma il caso volle che si chiamassero già come antichi papi. A farlo furono Adriano Florensz (Adriano VI, 1522-23), e Marcello Cervini (Marcello II, 1555) che intesero così sottolineare che non sarebbe stati da papi uomini diversi da quello che erano stati in precedenza: morirono però non troppo tempo dopo la nomina e non poterono dimostrarlo. Impossibile sapere oggi se l’istintiva, a suo dire, scelta di papa Bergoglio, del tutto innovativa dopo, lo si ripete, più di 1000 anni, innoverà davvero la tradizione. Da una consuetudine che portava ad attingere a nomi tutti interni alla storia più antica dei papi, si potrebbe passare a ben altro. Abbiamo avuto ora l’esempio di un grande, indiscusso, santo, ma potrebbe presentarsi il caso di un pontefice eletto tra le fila di un movimento particolare o di una congregazione religiosa che potrebbe assumere il nome del fondatore di quello/a: José María Escrivá de Balaguer (Opus Dei), oppure Luigi dal nome di Giussani (fondatore di Comunione e Liberazione), rendendo insoddisfatti alcuni. Oppure un pontefice proveniente da un paese lontano potrebbe adottare una scelta da altri ritenuta stravagante. Senza inventarsi esempi, potremmo avere papi chiamati Gerberto, Suitgero, Poppone, Gebeardo, Wiberto, Oddone… con un singolare ritorno a situazioni considerate non praticabili nel passato. Naturalmente è impossibile prevedere il futuro, ma una tradizione di così lungo periodo, come quella legata ai nomi dei papi, non poteva non poggiare su motivazioni credibili. Si è detto molto attorno alla scelta del nome, sul significato simbolico di ritorno alla povertà, appunto rappresentato dal ricordo del santo di Assisi. Non sembri indelicato ricordare gli esempi dei papi francescani dell’età moderna che non furono di norma affatto coerenti con quello del loro fondatore. Quello di Sisto IV, Francesco della Rovere (1471-84), il creatore del cosiddetto sistema del “grande nepotismo”, nonché costruttore della cappella poi affrescata da tanti grandissimi artisti e infine da Michelangelo; o, ancora, quello di Sisto V (1585-90), Felice Peretti, il più vigoroso e attivo tra i papi, che costruì nel suo breve pontificato ben tre palazzi apostolici oltre che la cupola di San Pietro. La villa Peretti, nei pressi di Santa Maria Maggiore, fu una delle più sontuose residenze romane. All’altro francescano, Clemente XIV (1769-74), che pure fu un po’ più austero, è legato un evento importante e drammatico che appare ora curioso pensando proprio al gesuita Bergoglio, che ha peraltro ricordato in modo scherzoso quel momento storico nell’incontro con la stampa del 16 marzo. Fu questo papa a procedere alla soppressione – temporanea – della Compagnia di Gesù nel 1773. Cosa vuol dire tutto ciò? Anzitutto che la storia è varia, complessa, talvolta contraddittoria e sempre fantasiosa. E quindi ciò significa che i simboli hanno sì un loro peso, ma che quel che conta è l’esempio che li sostanzia, ovvero quello che di fatto avviene, e non sempre in modo coerente con le intenzioni. Smentirà papa Francesco il relativismo dello storico?


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