30 aprile 2019

Pena di morte. Quale efficacia come deterrente?

In tutto il mondo, gli Stati che prevedono ancora la pena di morte sono 58, tra i quali 29 non l’hanno tuttavia mai applicata negli ultimi 10 anni, mentre 105 sono i Paesi che l’hanno completamente abolita (altri la prevedono in casi eccezionali, come in tempi di guerra). Uno degli argomenti principali a favore del suo mantenimento è la sua supposta funzione deterrente, un punto non pacifico e oggetto di molte analisi contrastanti, benché per molti anni (e ancora oggi da buona parte dell’opinione pubblica) ritenuto scontato come una convinzione di senso comune. Dal punto di vista metodologico, la questione è complessa perché la criminalità è un fenomeno che dipende da molti fattori e quindi scegliere e isolare le variabili appare difficile; inoltre, anche tra Paesi abbastanza omogenei, come quelli degli Stati Uniti, le differenze sono tali da non assicurare un’analisi completamente convincente. Diverse sono state dunque le strade per cercare di stabilire una correlazione, positiva o negativa che fosse.

Un primo filone di ricerca negli Stati Uniti è quello comparativo del tasso di omicidi dei Paesi abolizionisti e di quelli mantenitori, suggerendo che siano proprio i secondi a essere più pericolosi: per esempio, nel 1991 il tasso di omicidi per 100.000 abitanti era di 9,94 nei Paesi mantenitori e di 9,27 in quelli abolizionisti, e nel 2006 era rispettivamente di 5,9 e 4,22.  Ma questo metodo è stato criticato in quanto assimila realtà troppo eterogenee tra di loro e, a partire da Thorsten Sellin (in Capital punishment, 1967, e The penalty of death, 1980), ci si è concentrati dunque su gruppi di Paesi il più possibile omogenei tra di loro e distinti solo dalla presenza o meno della pena di morte: tale filone è giunto alla conclusione che essa non incide in nessun modo, né positivamente, né negativamente, sul tasso di omicidi. Anche queste analisi sono state a loro volta criticate, tra gli altri, da Isaac Ehrlich (The deterrent effect of capital punishment: a question of life and death, 1973), sostenendo che non è tanto il mantenimento della pena capitale quanto la certezza che venga applicata a fare da deterrente, dimostrando così la positività della relazione. Tuttavia, studi dello stesso filone compiuti con metodi diversi sono giunti a conclusioni completamente diverse (per esempio, P. Passel e J.B. Taylor, The deterrent effect of capital punishmen. Another View, 1977). Sono anche state compiute indagini locali per osservare se esecuzioni capitali particolarmente pubblicizzate avessero almeno sul breve periodo l’auspicato effetto dissuasivo, giungendo però alla conclusione opposta (per esempio, R. Dann, The deterrent effect of capital punishment, 1935, o L. Berkowitz e J. McCauley, The contagion of criminal violence, 1971). Non mancano ovviamente numerosi studi diacronici su quanto avviene in singoli Stati prima e dopo l’abolizione o la reintroduzione della pena capitale, con esiti discordanti.

Nel 2012 si è cercato infine di tirare le somme di tutta questa vasta letteratura, ed è stato pubblicato un report, supervisionato dal Committee on law and Justice, dal titolo Deterrence and the death penalty, che analizza i metodi e i dati in essa utilizzati e contenuti, concludendo che non solo la ricerca fino ad oggi compiuta non fornisce elementi né a favore né contro la funzione inibitoria della pena capitale, ma neppure un’indicazione di neutralità, e che per venirne a capo sarebbe necessario incrociare più fattori, anche di natura psicologica. La programmatica razionalità di chi commette reati efferati – magari compiuti sotto sostanze stupefacenti, o in stati di panico, o per malattia mentale ecc. –, tale da valutare seriamente le conseguenze dei propri gesti, è da molti messa seriamente in dubbio. Inoltre, studi autorevoli indicano che non tanto la severità o “l’intensità” – per usare le parole di Cesare Beccaria – delle pene agiscono da deterrente, quanto la certezza (“l’estensione”) e la “prontezza” della loro esecuzione (cfr. Daniel S. Nagin, Deterrence, in Reforming Criminal Justice, vol. 4, 2017).

 

Immagine: Sedia elettrica nella camera della morte della prigione Sing Sing, Ossining (N.Y.), Stati Uniti (1923). Crediti: Everett Historical / Shutterstock.com

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