5 maggio 2021

Perché è fallita la Superlega

Due settimane e spiccioli dopo, l’attualità e l’eredità dalla nascita e dall’immediato fallimento della Super League nel mondo del calcio lasciano la sensazione della tempesta imperfetta, l’annuncio destinato a scardinare l’ordine costituito del pallone europeo risoltosi poi in una ritirata dai contorni quasi farseschi. La realtà è invero meno banale, c’è una complessità della quale rendere conto, ma il dato incontrovertibile è che al momento ‒ per dirla con un vecchio adagio popolare ‒ come i pifferi della montagna i fautori della rivoluzione del calcio continentale andarono per suonare e tornarono suonati. Per tentare di capire come tutta l’azione sia potuta andare così clamorosamente male, è necessario ripercorrere i fatti alla luce di quanto emerso nelle tre giornate che hanno visto lo scenario sportivo istituzionale prima capovolgersi, quindi essere restaurato con veemenza.

Nel pomeriggio di domenica 18 aprile, la mattinata statunitense, un articolo del New York Times anticipava, entro la fine della giornata, l’annuncio della nascita di una breakaway league nel calcio europeo, di fatto una lega non aderente alla UEFA, pronta ad organizzare una competizione separata della quale avrebbero fatto parte alcune delle più prestigiose squadre del continente. Un vero e proprio scoop, seguito effettivamente nella notte europea da un comunicato stampa, firmato dalla società di diritto spagnolo European Super League Company S.L., che confermava l’anticipazione, svelava l’identità dei 12 club fondatori (gli inglesi Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City, Manchester United e Tottenham Hotspur; gli spagnoli Atletico Madrid, Barcellona e Real Madrid; gli italiani Inter, Juventus e Milan) e divulgava nel contempo la formula del torneo, che avrebbe previsto la partecipazione di 20 squadre, 15 delle quali fisse e 5 invitate, di volta in volta, secondo criteri ancora non definiti. Al netto dell’assenza di un logo caratterizzante e di un sito Internet appena abbozzato, lo slogan recitava un evocativo «The best clubs. The best players. Every week», non veniva specificata una data di inizio e si spiegava l’intenzione di disputare le partite del torneo nei giorni infrasettimanali.

Mentre il gruppo bancario statunitense JP Morgan si accreditava quale finanziatore del progetto per oltre 3 miliardi di euro, il comunicato aveva un effetto dirompente. La UEFA, le federazioni calcistiche inglese, spagnola e italiana e le rispettive leghe maggiori avevano già emesso un comunicato congiunto a seguito della rivelazione del New York Times, ma il coming out della Super League ‒ immediatamente ripreso e sottoscritto dalle veline di tutte le società coinvolte ‒ era stato capace di creare un movimento tellurico fra le istituzioni del calcio: sebbene l’idea di una Superlega muovesse sullo sfondo già da una trentina di anni, per la prima volta qualcuno usciva allo scoperto, peraltro con un capofila di peso, il presidente del Real Madrid Florentino Perez. L’obiettivo? Un torneo d’eccellenza, sostanzialmente sostitutivo della Champions League, ma soprattutto la possibilità di organizzarlo attraverso il consorzio, di gestire i rapporti con sponsor e broadcaster e dividersi la torta degli immensi proventi da diritti di trasmissione e accordi commerciali. Eccolo qui l’oggetto del contendere, vale a dire la possibilità di vendere lo spettacolo prodotto senza intermediari: la UEFA è infatti tanto ente regolatore quanto organizzatore delle coppe continentali per club, operando di fatto in regime di monopolio in quanto unica confederazione europea riconosciuta dalla FIFA, e questo ai principali club, che si ritengono i produttori dello spettacolo, non va più bene. Del resto l’approccio neoliberista ‒ causa ed effetto anche dalle scelte degli ultimi tre decenni da parte della UEFA ‒ aveva già prodotto una sperequazione polarizzante fra i club più ricchi e celebri e gli altri, evidentissima nei vari campionati nazionali.

All’annuncio della Super League, erano due le situazioni di opposta lettura che saltavano all’occhio: da un lato l’imprevista presenza tra i fondatori di ben sei società della Premier League inglese (il torneo nazionale europeo più ricco e forte dal punto di vista mediatico), dall’altro la contemporanea assenza di due giganti quali il club tedesco del Bayern Monaco e il Paris Saint-Germain (PSG), rispettivamente vincitore e finalista dell’ultima Champions League, che avevano deciso di non essere coinvolti. Nel caso della società francese, era l’aspetto geopolitico a dover far riflettere: essendo di proprietà del fondo sovrano Qatar Investment Authority ‒ il Qatar, nel 2022, ospiterà il Mondiale ‒ difficilmente ci si sarebbe dovuti attendere dal PSG il supporto ad una iniziativa tesa ad attaccare quelle istituzioni sportive che ne hanno agevolato l’assegnazione.

L’avanzata della Super League, piuttosto incredibilmente, si è fermata lì, alla convinzione che un passo di questa portata sarebbe bastato a sé stesso. Nonostante ‒ come ha opportunamente svelato Il Sole 24 Ore nei giorni scorsi ‒ le leghe conoscessero il progetto già da febbraio, e sia dunque fasullo parlare di un piano del quale le istituzioni fossero all’oscuro, una impressionante deficienza comunicativa ha travolto i 12 club consorziati, i quali non hanno accompagnato a un annuncio esplosivo alcuna strategia di creazione del consenso, decisiva in situazioni del genere e ancor più fondamentale dato il contesto infodemico tipico degli ultimi tre lustri. La UEFA, al contrario, ha sfruttato proprio questa carenza, muovendosi sia sul fronte politico che su quello del sentimento popolare dei tifosi ‒ quelli inglesi, principalmente ‒ in questo senso aiutata da media che hanno immediatamente preso la parte populista, identificando i cattivi e non contribuendo a chiarire alcuni aspetti la cui opacità, invece, alle istituzioni calcistiche faceva comodo. Dal punto di vista politico, sono partiti gli strali da parte della Commissione europea, ma determinante è stata la discesa nell’agone del primo ministro britannico, Boris Johnson, schieratosi a fianco della UEFA e sufficientemente minaccioso nei confronti dei club inglesi coinvolti, tutti (a parte il Tottenham) di proprietà non britannica e, in questo senso, con qualcosa da perdere in termini diplomatici. L’intervento di Johnson e le prime contestazioni dei tifosi ‒ ci arriveremo a breve ‒ hanno indotto le prime crepe al fronte, con la retromarcia del patron russo del Chelsea Roman Abramovich (il quale con le istituzioni inglesi era già in contrasto e, dopo la negazione del visto da parte del Regno Unito nel 2018, per rientrare a Londra ha dovuto prendere il passaporto israeliano) e della proprietà emiratina del Manchester City, preoccupata da ripercussioni non tanto sul club quanto piuttosto sui rapporti fra Abu Dhabi e Londra a seguito di un eventuale strappo. Johnson ha contribuito molto più del presidente dell’UEFA Aleksander Ceferin alle defezioni inglesi e così, dopo Chelsea e City, anche gli altri club della Premier hanno abbandonato, subissati peraltro dalla rabbia dei loro stessi tifosi.

Questo è un altro punto da tenere in considerazione. A fronte degli slogan piuttosto retorici e vagamente ipocriti sul calcio del popolo e quelli un po’ più centrati sulla storica caratterizzazione meritocratica del calcio europeo (i sistemi di qualificazione, promozione e retrocessione contrapposti alla visione delle leghe chiuse e stabili degli Stati Uniti, dove l’equilibrio competitivo è garantito da una serie di fattori di autoregolamentazione completamente assenti nello sport europeo), si è assistito ad una protesta furente sull’addio dei club ai campionati nazionali. Aspetto, questo, nemmeno previsto dalla Super League. Eppure è passato proprio il concetto opposto. «We want our cold nights in Stoke» era la scritta che campeggiava su un fotografatissimo cartello retto da un tifoso del Chelsea nel corso della contestazione all’esterno dello stadio di Stamford Bridge, ma il progetto della Superlega, nelle intenzioni, non avrebbe inciso sui tornei domestici. Più che la trasferta nella fredda Stoke in Premier, il Chelsea avrebbe evitato una trasferta nella più fredda Krasnodar nei gironi di Champions, ma quel cartello ‒ letto in senso lato dal momento che da quello del significato letterale era una sciocchezza ‒ ha rappresentato l’emblema di un’idea di calcio che sarebbe andata perduta. Una narrazione fasulla ma convincente, perfetta per il mantenimento dello status quo istituzionale e che la UEFA è stata abile a cavalcare, spalleggiata da gran parte dei media europei i quali, più che soffermarsi in analisi, hanno preso le parti di una delle contendenti ‒ o, meglio, contro una delle parti ‒ sulla base di un giudizio.

Considerando che di fronte, come detto, non c’era capacità di comunicare né di spiegare ma ci si è limitati alla più arrogante delle fughe in avanti, ecco come nel breve volgere di 48 ore i rapporti di forza si siano rovesciati. Politica e proteste dei tifosi hanno portato al ritiro dal progetto di tutti i club inglesi, quindi anche altre società hanno abbandonato l’idea dopo avere confermato ufficialmente due giorni prima la propria adesione.

La UEFA ha insomma stravinto il round: il progetto è stato respinto con perdite, in attesa di valutare eventuali sanzioni, la reputazione dei dirigenti separatisti che si sono esposti in prima linea (Perez, Andrea Agnelli, Ed Woodward del Manchester United) è precipitata al punto che gli stessi si trovano impresso lo stigma di coloro che avrebbero voluto distruggere il calcio, i tifosi inglesi hanno iniziato a chiedere di essere più ascoltati e a contestare vivacemente le proprietà estere (quelli del Manchester United in maniera più netta) e club quali Bayern e Paris Saint-Germain ‒ il cui presidente, Nasser Al-Khelaifi, ha sostituito Agnelli alla guida della European Clubs Association e nell’esecutivo UEFA ‒ sono passati abbastanza curiosamente quali baluardi delle istituzioni. Quella Superlega che è parsa un bluff tutt’altro che intelligente ora è tornata così ad essere solo rumore di fondo. Ma è lecito supporre che la fiammella dello scontro di potere coverà ancora sotto la cenere di un argomento che pare morto e sepolto ma, oltre ad incidere sulle prossime mosse della confederazione ‒ in che modo lo vedremo, ma quanto accaduto è un monito per Nyon ‒, appare destinato a ritornare in auge. Magari in maniera più istituzionale, sotto una forma differente, con un nome diverso e certo con minore protervia, ma con il medesimo obiettivo.

 

Immagine: Cartello di protesta contro l’adesione del Manchester United alla Super League, Old Trafford, Manchester, Regno Unito (19 aprile 2021). Crediti: Ryan Jenkinson / Shutterstock.com

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